Il fantasma all’origine dei desideri

di FABIO DOMENICO PALUMBO

Un cammino nella psicoanalisi di Massimo Recalcati. 

Il dibattito contemporaneo attorno allo statuto del desiderio si articola in un caleidoscopio di prospettive, dal teoretico allo psicoanalitico, dall’estetico al politico, evocando inevitabilmente un’alternativa che risale alla pubblicazione de L’anti-Edipo: Deleuze o Lacan? Godimento dell’Uno o Desiderio dell’Altro? Dentro tale cornice, l’enigma del desiderio è da un quarto di secolo al centro della riflessione di Massimo Recalcati.

Un cammino nella psicoanalisi (Mimesis, 2016) è una raccolta di scritti inediti e rari che coprono un ampio torno di tempo, nel corso del quale la lettura di Lacan dello psicoanalista milanese si è andata via via arricchendo di spunti provenienti sia dalla pratica clinica sia dall’approfondimento teorico degli aspetti centrali dell’insegnamento lacaniano.

Riuniti attorno ad alcune aree tematiche, i contributi spaziano dalle pagine cliniche, incentrate principalmente sul tema dei disturbi alimentari e delle nuove dipendenze, sul significato della ripetizione e sul concetto di fantasma fondamentale, a una riflessione sul nucleo teorico del pensiero lacaniano, prendendo spunto ora dalla teoria dei quattro discorsi ora dal rapporto realtà/Reale. Infine, trovano posto dei contributi sull’eclissi della funzione del padre e sul nesso tra arte e inconscio, con dei ritratti di Van Gogh, Joyce e Vedova.

Difficile indicare, come si può immaginare, un asse concettuale portante per l’intera opera, ma un concetto ricorsivo è senz’altro il nesso desiderio-godimento: da una parte, il regno dell’Altro, del simbolico, del linguaggio; dall’altra, il dominio dell’Uno, della pulsione, della Cosa. Sulla linea di frontiera tra i due, il tratto contingente ed evenemenziale dell’amore, vera cerniera tra le parole e le cose, tra sessualità e domanda d’amore. In antitesi a quest’operazione di sintesi, la libertà illimitata del turbocapitalismo contemporaneo impedisce la liberazione del desiderio, ostacolando la fruttifera alleanza tra produzione desiderante e Nome del Padre, quel connubio che trova la propria incarnazione nella singolarità mancante, nel soggetto diviso dall’azione mortificante e vivificante della parola proveniente dall’Altro.

La bulimia del godimento, segnata dall’avidità orale, narcisistica, volta a divorare l’Altro, a ridurlo all’Uno autistico ed autotrofo della psicosi e della perversione, è dunque la cifra della nostra epoca, tempo della morte del padre, ma anche di una Telemachia, di un’attesa pro-attiva che va incontro alla parola per dare forma alla Cosa della pulsione, per rinsaldare l’eredità paterna correndo il rischio di scoprirsi già da sempre orfani. Il lavoro della testimonianza, la messa in circolo dell’amore – paterno, filiale, di coppia, transferale, amicale – si compie nell’esilio (Recalcati 2016b, p. 213), con la sabbia del paese natale attaccata alla suola delle scarpe (Lacan 1957-1958, p. 298): è questa immagine umile e poetica che contraddistingue il lascito dell’ideale dell’io, contrappeso simbolico al carattere immaginario dell’io ideale.

Ciò non significa che Recalcati stia portando avanti una narrazione incentrata sulla nostalgia del Padre come risposta al nichilismo contemporaneo. Il posto dell’Altro è vuoto, è mancante tanto quanto quello del soggetto: «Il luogo del padre è un luogo disabitato» (Recalcati 2016b, p. 216). Non esiste un Altro dell’Altro, e, tuttavia, «l’atto vivente del padre ha un rapporto con la particolarità del soggetto, anche se nessun atto di dono lo potrà mai salvare dalla sua condizione di esilio» (ivi, p. 217). Il padre è testimone non in quanto istanza di senso, ma in quanto resto; il suo compito non è riempire, saturare il senso dell’esistenza a beneficio del figlio, ma piuttosto fare posto al vuoto, al desiderio, trasmettere il fuoco vivente della ricerca di senso. Non a caso, Recalcati richiama emblematicamente il padre de La strada di Cormac McCarthy, che veglia sul respiro del figlio nella notte nichilistica dell’assenza di Legge, la notte dei Proci in cui naufragano il rispetto per l’Altro e la misura dell’umana convivenza.

Viceversa, una morte del padre senza lascito simbolico si configura per Recalcati come sganciamento tra desiderio e godimento, rottura della cerniera contingente dell’incontro amoroso e scivolamento nel disagio della civiltà. Una delle forme di espressione del disagio contemporaneo è senz’altro rappresentata dalla diffusione esponenziale dei disturbi dell’alimentazione. È sull’analisi clinica di anoressia e bulimia che, nella prima sezione del volume collettaneo, Recalcati fonda il suo discorso più ampio sul rapporto tra eccesso di godimento ed esilio del desiderio. La funzione sublimatoria della cultura alimentare (e più in generale del culturale, del simbolico, del paterno) lascia il posto a un anelito di accesso diretto al Reale-impossibile della Cosa materna. Poiché questo tentativo di approdare all’assoluto dell’amore, di avere tutto dell’Altro, di non doversi sottomettere al taglio del significante, è votato allo scacco, l’anoressico opta per la soluzione ascetica: se non posso avere la Cosa, non voglio niente, preferisco mangiare niente, o, più propriamente, “mangiare il niente”. Nella sua tensione verso un “amore assoluto” e nel differimento ad infinitum dell’appagamento, l’anoressia sembra mostrare una certa affinità con l’isteria, ma il suo godimento innaturale (ivi, p. 51) dell’assenza dell’oggetto sconfina nella pulsione di morte, nel godere del vuoto nirvanico, svelando, a mio avviso, un tratto perverso del disturbo anoressico. D’altro canto, l’anoressia è l’altra faccia della medaglia della bulimia, il cui godimento non risiede nel cibo ingerito ma nell’atto stesso del mangiare. Due differenti forme di autoerotismo: «una fame non dell’oggetto, ma del vuoto come cuore impossibile dell’oggetto» (ivi, p. 52).

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Emilio Vedova con la sua opera Tondo non dove (1986).

Siamo dunque di fronte a un nuovo programma della civiltà in cui si realizzano le nozze di Kant e Sade, il godimento perverso della ferrea regola superegoica imposta dall’anoressia o il “consumare il consumo” della bulimia. In entrambi i casi, il soggetto finisce per consumare se stesso, scavando un vuoto che non ha più nulla a che fare con la mancanza, ma semmai con un eccesso di presenza. Recalcati riprende qui i temi di Clinica del vuoto, suo volume seminale del 2002. La nozione di vuoto propria del capitalismo dominato dal “consumo di consumo”, à la Baudrillard, è un luogo anedonico, in cui al desiderio si sostituisce un godimento autocefalo slegato dalla mancanza. L’illusione di riempire il vuoto è uno schermo contro l’angoscia scatenata dal carattere irriducibile della pulsione: ciò che più si teme è il vuoto aperto dalla divisione interna al soggetto e all’Altro, di qui la pretesa di padronanza dell’io narcisistico, il suo tentativo di anestetizzare il desiderio, di nascondere il corpo (l’anoressico che vela gli specchi), per paura di scoprire “cosa può un corpo” (per riprendere una formula spinoziano-deleuziana).

Anoressico e bulimico giocano dunque col vuoto, immaginano un non-non-vuoto, un vuoto cui manchi la mancanza. L’anoressico, in particolare, rifiuta la perdita che apparentemente accoglie: si separa dall’Altro senza alienarsi, riportando tutto il godimento dal lato dell’Uno, un io illusoriamente autosufficiente, esentato dal lavoro del lutto, dal confronto con l’angoscia della perdita irrimediabile della Cosa. Se l’angoscia è connessa al corporeo e al pulsionale, lo sbarramento immaginario di fronte all’angoscia sterilizza il corpo col suo velo narcisistico (di qui la ricerca del corpo perfetto), lo rende alieno (ivi, p. 55). La rottura dell’argine da parte della pulsione si manifesta nell’altra faccia del disturbo, lo scompenso bulimico, ma l’angoscia è identica a quella dell’anoressia: anche qui l’ingorgo della libido minaccia infatti di riportare alla luce il carattere insopprimibile del desiderio. Quando la tela immaginaria si sfalda, quando il “tappabuchi del vuoto” salta, le strategie del consumo compulsivo bulimico o dell’immobilizzazione nirvanica anoressica si rivelano entrambe fallimentari. L’unica speranza consisterebbe nel lasciare spazio al vuoto, nel riaprire lo iato della mancanza, nel risvegliare il piacere dal nirvana anoressico o nel sottrarlo all’orgia bulimica. Separarsi dalla domanda d’amore come nell’anoressia o rilanciare infinitamente la domanda stessa è la cifra dell’eclissi contemporanea della mancanza, che apre le porte a quell’anedonia cui fa riferimento anche Mark Fisher nella sua analisi del tardo capitalismo. Non siamo più in grado di provare piacere perché, come affermato ripetutamente da Slavoj Žižek, il godimento è l’imperativo etico del presente: dal “produci, consuma, crepa” al “produci il consumo e sii felice”. In questo tratto perverso, orientato su una jouissance acefala, del turbocapitalismo, è possibile rintracciare le conseguenze di una certa lettura della produzione desiderante di Deleuze e Guattari, che finisce per consegnare gli esiti liberatori della svolta anti-edipica alle catene del godimento senza piacere offerto dalle “gioie del marketing”.

La pratica autoerotica di appropriazione della Cosa (alla base della cultura dei “gadget” nel discorso del capitalista) è una violenza speculare a quella simbolica: se lì il taglio del significante, l’iscrizione del linguaggio sul corpo, da un lato “snatura” e interdice, dall’altro erotizza e crea lo spazio per il desiderio, qui l’aspirazione alla Cosa senza mediazioni uccide il simbolo, secondo una logica di de-sublimazione. L’oggetto-gadget va reso disponibile qui e ora, “a portata di mano e di bocca”. È il sogno paranoico e totalitario rivolto al Reale della Cosa materna, all’uterino, all’origine pre-linguistica, che nel nostro tempo assume i tratti della perversione, della derisione della Legge della castrazione, del “perché no?” di fronte al godimento assoluto. Il rapporto “diretto” con la Cosa è una spinta sotto il segno della ripetizione: non si tratta però del ritorno del rimosso, della persistenza del simbolo, perché qui non vi è traccia di simbolizzazione o di plasticità del desiderio; vi è piuttosto fissazione, compulsione, godimento nocivo. La ripetizione si configura come fissazione alla traccia mnestica della soddisfazione originaria e come sua riproposizione allucinatoria: si tratta di una memoria di godimento. La ripetizione nasce dalla perdita, e dunque si gode compulsivamente nella spinta al ritrovamento impossibile della Cosa perduta.

E però, al di qua del registro della psicosi e della perversione, la ricerca del Reale si ferma attorno alla Cosa senza attingere ad essa, ruota attorno all’oggetto piccolo (a), al fantasma originario da cui scaturiscono i desideri: il desiderio non può collassare sul godimento, a meno di mettere a repentaglio la tenuta psichica. Ancora, le désir non può rimanere confinato nel registro della ripetizione, perché l’apertura offerta dall’amore transferale permette al soggetto non solo di non risolversi nella presa automatica della ripetizione, ma anche di rompere la catena dei significanti e scrivere pagine nuove nella storia personale (ivi, pp. 90-91). In questo senso, l’inconscio lacaniano non è solo traccia ma anche scoperta, scrittura del non-ancora-scritto. La contingenza dell’incontro contro la necessità del passato, la soggettivazione contro la ripetizione: Lacan pone il problema dell’eredità, di una soggettività che viene dall’Altro, e dunque è assoggettamento, ma che va fatta propria. La possibilità per il desiderio di incarnare la singolarità passa per l’attraversamento del fantasma fondamentale. Il fantasma non è universale, ma sta a cavallo tra identificazione immaginaria dell’io e significante proveniente dall’Altro. Se il fantasma ha un piede nell’Altro, esso è anche il nucleo dell’invenzione soggettiva (ivi, p. 97): come insegna Deleuze, non c’è incubo peggiore che finire prigionieri dei sogni di un Altro. Se il fantasma ruota attorno al desiderio dell’Altro, al Che vuoi?, la mia vita diventa un tentativo, destinato all’insuccesso, di completare la sua mancanza. Se invece accetto l’incompletezza (e l’inesistenza) dell’Altro così come la mia, verifico il passaggio dal genitivo soggettivo a quello oggettivo: da oggetto della domanda dell’Altro, divengo soggetto di desiderio, cui manca un Altro a sua volta mancante. Si realizza così non la liberazione dal fantasma, ma la liberazione del fantasma.

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Riferimenti bibliografici
J. Lacan, Il Seminario. Libro V. Le formazioni dell’inconscio (1957-1958), Einaudi, Torino 2004.
M. Recalcati, Clinica del vuoto. Anoressie, dipendenze, psicosi, Franco Angeli, Milano 2002.
M. Recalcati, Jacques Lacan. Volume I. Desiderio, godimento e soggettivazione, Raffaello Cortina, Milano 2012.
M. Recalcati, Jacques Lacan. Volume II. La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto, Raffaello Cortina, Milano 2016a.
M. Recalcati, Un cammino nella psicoanalisi. Dalla clinica del vuoto al padre della testimonianza (Inediti e scritti rari 2003-2013), Mimesis, Milano-Udine 2016b.

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