Per un’archeologia dell’immagine

di BRUNO ROBERTI

Sul cinema di Stefano Savona.

Tahrir (Savona, 2011)

La finzione non deve  più essere il potere che instancabilmente produce e fa brillare le immagini, ma la potenza che, al contrario, le dispiega, le alleggerisce di ogni loro sovraccarico, le anima di una trasparenza interiore che a poco a poco, le illumina fino a farle splendere e le disperde nella leggerezza dell’inimmaginabile.

 

Così scriveva Michel Foucault in Il pensiero del fuori (1998, p. 25). Un appello a enucleare partendo dall’interno uno stato di libertà delle immagini, in modo da porle nel loro fuori, con un atto di liberazione del soggetto.  Ciò si inscrive necessariamente in un lavoro di archeologia dei poteri e dei saperi che, procedendo a una sorta di scavo delle immagini, ne ponga in luce, orizzontalmente, la stratificazione, liberandone la potenza. Per Foucault ciò diventa un oltrepassamento dell’antropologia e una risalita genealogica del presente che ne dispiega le “pieghe” ontologiche. In tal modo si opera una desoggettivazione che sposta l’umano nel campo del fuori, dissolve l'”io”, fa deflagrare l’identità, cogliendo l’umano nel suo dibattersi sul campo del mondo. Questo “campo”, questo “fuori”, va colto nelle sue zone di incandescenza, nello stato dei conflitti, nelle situazioni estreme e eccezionali, laddove l’episteme si disloca in azioni dirompenti

di temporalità molteplici, di forze divergenti, uomini infami, reclusi, rivoltosi, emarginati, di cui seguiamo i tentativi di liberazione e i conflitti con le forze di repressione. E i rapporti tra i saperi e i soggetti […] lungo la giuntura tra visibile e dicibile […] determinano rotture e disfunzioni, movimenti retrogradi e devoluzioni, esodo e dismissione laddove la forza di costrizione si esercita all’interno dei piani di libertà (Vernaglione 2015, p. 130).

 

 

In questo orizzonte foucaultiano ci pare comprendersi il lavoro ostinato e instancabile, lucido e complesso del cinema di Stefano Savona. Anzitutto bisogna “liberare” dagli equivoci il suo filmare sul campo (certo di battaglia, di conflitti, di situazioni estreme in quei territori dell’umano, e del presente, dove i flussi di liberazione e di insubordinazione dei soggetti vengono immediatamente alla luce, non solo il Medio Oriente e il Kurdistan, la Palestina e l’Egitto, ma anche quel coacervo “concreto-metaforico” che è la Sicilia).

Bisogna dire che i suoi film non sono tanto (non si esauriscono in) “documentari”, “reportage”, “cinéma direct”, militanza contro informativa ma sono appunto un risalire archeologico (non a caso Savona prima di diventare cineasta ha cominciato come archeologo), un dispiegamento epistemico, un rovesciamento di ciò che Foucault definiva “sonno antropologico”, che si snoda attraversando le linee in un incrocio tra l’immediato e l’insubordinazione dell’uso “mediatico”, che in genere riposa in ciò che “ci si aspetta”, nei suoi lati invece inaspettati, dislocandone il dato rappresentativo e l’interpretazione che vi si proietta automaticamente. Scriveva ancora Foucault in Le parole e le cose (1998, p. 367) che si tratta, per “destarsi” dal sonno delle coscienze, per operare una sorta di sradicamento delle immagini, di “attraversare il campo antropologico e di ritrovare, staccandosi da esso in quanto possibilità di enunciazioni, un’ontologia purificata o un pensiero radicale dell’essere”.

Stefano Savona

Primavera in Kurdistan (Savona, 2006).

Ecco la radicalità del lavoro di Savona risiede propriamente nell’interrogarsi sulla necessità delle immagini non tanto e non solo come testimonianza ma come portatrici di un carico spazio-temporale che si esplica nella possibilità di far rivivere una storia. Per cui dentro la flagranza e l’epifania delle vite davanti alla macchina da presa di un combattente curdo (Primavera in Kurdistan, 2006), di un ribelle egiziano (Tahrir, 2011), della gente di Gaza sotto le bombe israeliane (Piombo fuso, 2009), dei contadini siciliani ultranovantenni (Spezzacatene, 2010), delle famiglie senza casa che occupano palazzo palermitano del potere (Palazzo delle Aquile,  2011)  si risale sempre a una narrazione, si ricostruisce comunque una drammaturgia.

E di “drammaturgia” del reale si tratta, di una trama in cui il tasso finzionale non è sovrapposto ma reso trasparente nel suo emergere come eccezionalità, processo “in fieri” che si deposita in situazioni-limite. L’imprevedibile della vita, l’a-venire “pericoloso” degli atti bellici e rivoltosi, le trame memoriali di vecchi che sembrano già divinare l’aldilà nel suo tempo ciclico (come per i contadini siciliani protagonisti della microstoria tra fame ancestrale e sapienza arcaica del cibo in Spezzacatene) oppure di bambini che sembrano tornare dall’oltretomba portando una saggezza, un dolore, una limpida pietà per l’umano (la bambina creduta morta e l’altra che si aggira nella casa distrutta, cieca da un occhio, come una piccola Cassandra a divinare con le mani su una parete l’orrore delle tombe disegnate della carneficina, in La strada dei Samouni, 2018), sono l’eccezione dell’immagine, la sua originaria unicità.

Si capisce allora come in questo nuovo e magnifico film, La strada dei Samouni , Savona ricorra con molta libertà a reinventare, re-immaginare, rianimare alla periferia di Gaza la storia di una famiglia palestinese martoriata che, mentre è assolutamente vera e si ri-costruisce sotto i nostri occhi, sembra anche uscita dalle pagine romanzesche di uno Zola. L’uso dell’animazione incisa nel tratto vibrante e scavato di Simone Massi compone questo romanzo del reale, illuminandone l’inimmaginabile. È proprio una “survivance” e i corpi vivi e sopravvissuti con i loro sguardi, le parole e i silenzi, così intensi, trascorrono senza soluzione di continuità nel disegno, che è come nascesse dalle loro membra e si sviluppasse nell’aura delle loro anime. In questa poesia e nel suo narrato si diffonde una sorta di reviviscenza epistemologica,  una ri-animazione, che è percorso teorico di uno sguardo e presa incommensurabile in atto dell’immanenza-una vita.

La strada dei Samouni (Savona, 2018).

Riferimenti bibliografici
M. Foucault, Le parole e le cose, Rizzoli, Milano 1998.
Id., Il pensiero del fuori, SE, Milano 1998. 
P. Vernaglione, a cura di, Michel Foucault. Genealogie del presente, Manifestolibri, Roma 2015. 

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