The Young Pope, sull’ottusità del potere

di RUGGERO EUGENI

The Young Pope di Paolo Sorrentino.

The Young Pope

The Young Pope è la storia di Lenny Belardo, cardinale americano quarantacinquenne eletto Papa con il nome di Pio XIII in circostanze non del tutto chiare. Lenny capovolge le millenarie cautele diplomatiche della Santa Sede (incarnate nella figura del Cardinale Voiello), impone uno stile religioso conservatore e radicale che contrasta con le politiche di marketing papali, si oppone a tutti e a tutto all’interno del piccolo mondo antico del Vaticano. Lenny è un orfano allevato da Suor Mary, che egli nomina suo braccio destro: i genitori lo hanno abbandonato e lui non cessa di inseguirli nel sogno e nella vita (la conclusione della serie è una sorta di incontro a distanza con loro). Lenny è forse un santo, un guaritore, un giustiziere che parla direttamente con Dio e gli impone la propria volontà.

The Young Pope è una post-serie televisiva che si nutre dell’immenso panorama della serialità contemporanea. Porta con sé il dna di House of Cards (i giochi e gli intrighi del potere), i geni di Breaking Bad (l’essere risucchiati da qualcosa di più forte di chiunque sia in scena), i fermenti di Preacher (una serie di fumetti divenuta serie televisiva nel 2016), e lascio al lettore il piacere di continuare la lista (i commenti a questo articolo sono benvenuti). C’è perfino qualcosa di Hogwarts nel Vaticano di Belardo: Jude Law è tra l’altro il nuovo Albus Silente giovane dei nuovi film della serie.

Ma The Young Pope è anche una meta-serie che gioca con le regole della scrittura seriale e riflette su di esse. Per esempio inizia in medias res, con Lerry già eletto, come se fosse lasciata all’immaginazione dello spettatore una prima stagione fantasma che si sarebbe conclusa con la vittoria del giovane Papa nel Concistoro. Lo svolgimento mette in scena in modo trasparente i meccanismi della serialità: rivelazioni rimandate alle ultime puntate (la guarigione miracolosa operata da ragazzino), subplot unificante (la ricerca dei genitori), ecc. D’altra parte The Young Pope esplicita e sviluppa una pulsione alla serialità che è propria di tutto il cinema di Sorrentino, dalla struttura “a geminazione” del suo primo lungometraggio, L’uomo in più (2001) fino all’andamento narrativo per accumulo e superfetazione di episodi de La grande bellezza (2013): la versione integrale di quest’ultimo uscita nel 2016 potrebbe benissimo essere rimontata come una miniserie in tre parti.

E ancora: The Young Pope in quanto meta-serie d’autore è una riflessione sulla serialità o, meglio ancora (e in modo ancora più ambizioso), sul rapporto tra arte, pubblico e cultura pop, divertimento, cultura, bellezza, replicabilità: la serie possiede insomma un’anima warholiana. Gli opening credits carrellano sul giovane Papa che attraversa una galleria di quadri di argomento religioso, dal medioevo all’ottocento, con un asteroide luminoso che lo accompagna come un’ombra passando da un dipinto all’altro; sullo sfondo il riff iniziale di All Along the Watchtower di Bob Dylan nella versione di Devlin. Alla fine, appare una statua di Giovanni Paolo II che viene improvvisamente colpito dall’asteroide fin lì giunto: la storia dell’arte sacra giunge insomma al tempo stesso a La Nona ora di Maurizio Cattelan e alla presenza del giovane Papa di Sorrentino che, maliziosamente, si volta verso lo spettatore e gli fa l’occhiolino.

The Young Pope è un lungo film sul potere. Il tema non è nuovo per Sorrentino, ma la chiave di trattazione cambia e si arricchisce rispetto al passato. Ne Il divo (2008) la figura di Andreotti era filtrata attraverso la satira del Bagaglino, e l’interpretazione di Servillo ricalca in modo grottesco e buffonesco la satira innocua di Oreste Lionello. Guardiamo invece in The Young Pope le sequenze in cui Pio XIII appare in tutta la sua magnificenza formale: per esempio nella Cappella Sistina, nel discorso di investitura pronunciato davanti al collegio dei cardinali.  Il riferimento qui è il giovane Zar Ivan (Nikolai Cherkasov) nelle sequenze a colori di Ivan il terribile – Parte II La congiura dei boiardi (Ejzenštejn, 1946-1958). Il parallelo tra i due personaggi è evidente: entrambi sono orfani, soli, costretti a difendersi contro una vecchia idea di potere, entrambi mirano al potere assoluto ecc. D’altra parte le immagini del giovane zar sono quelle su cui riflette Barthes (1970) annotando “il suo biondo slavato, la sua carnagione bianca, la piattezza accurata della sua acconciatura, che tradisce il posticcio” (p. 116): le immagini insomma da cui traspare il terzo senso, il senso ottuso, legato al travestimento e alla indifferenza. L’incrocio è rivelatore perché porta alla luce un implicito senz’altro presente ma non immediatamente esibito del saggio barthesiano: il senso ottuso è strettamente legato al potere e alle sue messe in scena.

The Young Pope

The Young Pope è dunque un lungo film sul potere perché è un film sulla “ottusità” del potere, intesa come una componente visuale irrinunciabile e irredimibile: il potere come (sono parole di Lenny) “luogo comune vero”; vero perché costantemente costruito sulla esibizione del travestimento e dell’indifferenza.

Al cuore della serie c’è insomma una “estetizzazione della politica” – fenomeno che Benjamin ascriveva al fascismo, così come al fascismo è dedicato il documentario che Barthes analizza fianco a fianco del film di Ejzenštejn nella sua ricerca del senso ottuso, in un circuito di citazioni che Sorrentino riprende girando intenzionalmente molte sequenze di interni a palazzo Venezia. Una estetizzazione della politica quanto mai attuale, sembrerebbe. Come ha scritto il critico televisivo di Playboy:

We’re inside the head of the man wearing the crown, and what we see is often viciously uncertain. That makes the show both compulsively watchable and reflective of our current political predicament (Matthew Jackson, “’The Young Pope’ is a Gaudy Warm-Up for the Trump Years”, in Playboy on line, January 16, 2017).

 

Riferimenti bibliografici

R. Barthes, Il terzo senso (1970), in Id., Sul cinema, il Melangolo, Genova 1994, p. 116.
G. Mori, Del desiderio e del godimento. Viaggio al termine dell’ideologia ne La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino, Mimesis, Milano-Udine 2017.
The Young Pope – La mostra, Palazzo Reale, Napoli, 11-13 giugno 2017, ph Gianni Fiorito, mostra a cura di Maria Savarese.

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3 commenti

  1. caro Ruggero,
    davvero molto efficace il riferimento al “senso ottuso” della rappresentazione del potere e a “Ivan il terribile”!
    Due cose al volo: 1) pensando a Ejzenštejn, mi sembra ci sia un grande uso della triagolazione nel lavoro di Sorrentino e Travaglioli (il suo montatore di fiducia).
    2) Da una lezione di Travaglioli, e dalla sceneggiatura pubblicata per Einaudi in forma ridotta (P. Sorrentino, “Il peso di Dio. Il Vangelo di Lenny Belardo”, 2017)si può dire che la serie The Young Pope sia pensata per svilupparsi in 4 atti (nei suoi 10 episodi). Cito dalla sceneggiatura:
    1. Il Dio minaccioso. La guerra di Lenny Belardo
    2. Il progetto segreto
    3. Paura e libertà. Il Dio nascosto e il Dio Bambino
    4. Dio sorride. L’amore di Lenny Belardo

    un saluto
    nicola dusi

  2. The Young Pope , seguendo la definizione del suo autore, un film lungo dieci ore, sebbene il regista partenopeo sfrutti a pieno le regole e gli stratagemmi della narrazione seriale, costruendo episodi che – al netto di un calo tra settimo e ottavo – dipanano lentamente la trama perdendosi nelle trame del Vaticano, dove la temporalit ha ritmi e connotati diversi e decelera e accelera secondo il volere del demiurgo.

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