Il miracolo della speranza

di ALESSANDRO CAPPABIANCA

 

L’altro volto dell’incomunicabilità nell’ultimo film di Kaurismaki. 

Nel mondo filmato da Kaurismaki in L’altro volto della speranza, a volte avvengono i  miracoli – non solo a Le Havre.

A ragione chi ha richiamato Leibniz, il filosofo delle monadi senza finestre, per individuare i rapporti che intercorrono tra le storie dei diversi personaggi, ma senza che ci sia nessuna armonia prestabilita. Anzi: ciascuno è racchiuso in una propria fisicità opaca, sembra non vedere chi gli sta davanti, fissa il vuoto (anche durante una conversazione a due, come se il vuoto fosse il terzo), incapace di stabilire il minimo contatto.  Tra gli immigrati siriani, accomunati dall’emarginazione, ancora si registra una certa solidarietà, ma i buoni finlandesi fingono di non vedere Khaled e gli altri come lui, quasi fossero trasparenti, fatti d’aria – e neppure comunicano tra loro: il commesso viaggiatore Wilkstrom, dopo anni di matrimonio, lascia la moglie e se ne va di casa quasi senza parlare, mentre lei fuma e beve, altrettanto silenziosa. Lui lascia l’anello matrimoniale sul tavolo della cucina, e la moglie lo trasferisce subito dentro il posacenere, tra gli altri mozziconi di sigaretta, da gettar via.

Chi “vede” Khaled, dunque? I poliziotti, i burocrati, gli addetti all’emigrazione, lo vedono, ma sono pronti a cacciarlo, non lo capiscono, non solo per ragioni di lingua: come se bastasse un interprete, sia pure volenteroso, a mettere in comunicazione monadi diverse. I naziskin, poi, gli adepti dell’Esercito di Liberazione della Finlandia, non vedono che l’immigrato illegale, il diverso, cui tendere agguati in posti bui, da picchiare e accoltellare.

Eppure… sembra aprirsi lo spazio per il miracolo della speranza. Miracolosamente, Wilkstrom “vede” Khaled. “Si vedono” reciprocamente (addirittura cominciano prendendosi a pugni, ma come prima forma, quasi amichevole, di approccio). Un miracolo era già avvenuto, quando Wilkstrom vince a poker una bella somma, che gli permette di aprire un ristorante, e altri avverranno: Khaled, nascosto in un ripostiglio assieme al cane, sfugge alle ricerche della polizia e poi ritrova la sorella dispersa.

Ma qual è il prezzo di tutti questi miracoli, almeno nel caso della monade Kalhed? È un prezzo alto, sebbene lui sia disposto a pagarlo volentieri. Il prezzo, come adombrato nel titolo del film, è il travestimento, un cambiamento di volto, o di faccia. Non si tratta di aprire finestre nella monade, di mettersi in comunicazione con gli altri-da-sé, né di diventare finlandese: cose impossibili. Si tratta di non apparire più se stesso, di assumere altri volti, a cominciare dal nero della catasta di carbone scaricata dal piroscafo sotto la quale Kalhed si mimetizza all’inizio, uscendone come in una nuova nascita clandestina, occhi bianchi stupiti aperti nel buio. Si tratta di falsificare il proprio passaporto, tramite le magie di un esperto elettronico. Si tratta di assumere un improbabile travestimento da cameriere giapponese, esperto in sushi, per ricompensare in qualche modo la burbera solidarietà di Wilkstrom. È “buono”, costui? Al massimo si può dire che cerca di agire con rettitudine, ed è già molto, nei limiti di un universo “freddo”, che non prevede (perfino per ragioni climatiche) alcuna facile esternazione di sentimenti. L’attore che lo interpreta resta massiccio e impenetrabile. La sua umanità bisogna indovinarla – eppure, a volte, si manifesta.

kaurismaki

Potrebbe veramente sorgere, a questo punto, il sospetto dell’esistenza effettiva d’una qualche forma d’armonia prestabilita, del tipo da cui, in fondo, è derivata la prassi di ogni happy end hollywoodiano –Kaurismaki, vecchio cinico e a un tempo compassionevole, ce lo lascia credere, ma per poco: il naziskin, coltello alla mano, non si fa ingannare, come se solo la spinta dell’odio conferisse una sorta di implacabile chiaroveggenza. Ma neppure questo, dopo tutto, è esatto: il cane, la monade-animale (animale, da anima), sembra davvero l’unica, alla fine, in grado di comprendere l’entelechia umana.

L’animale “capisce”, soffre ed è capace di rimanere accanto a chi soffre, come un conforto silenzioso. Nessun bisogno di parole. Già in Miracolo a Le Havre (2011), il ragazzino di colore, immigrato clandestino alla ricerca della madre, faceva subito amicizia col cane del lustrascarpe filosofo che lo nasconde. Nella scena finale di L’altro volto della speranza, invece, a me viene in mente il gregge di pecore che si raduna silenzioso accanto all’asino, per non turbarne l’agonia, in Au hasard, Balthazar (1966) di Bresson.

Nessuno, a parte i siriani, parla il siriano. Nessuno, a parte i finlandesi, parla il finlandese. Nessuno, a parte chi esercita la professione inutile e disperante di interprete. Ma non è questione di traducibilità. Per capirsi, occorrerebbe appunto un miracolo, mentre il contatto con l’animale (almeno con certi animali) è immediato: questione di pelle, si potrebbe dire, di arcaica empatia. Forse a facilitare il collegamento, contribuisce una lunga storia comune di sofferenze, emarginazione, umiliazioni e soprusi. Gli occhi tristi del cane sono i più umani.

Ad ogni modo le parole, nell’universo di Kaurismaki, veicolano i fraintendimenti più forti (al limite, come s’è detto, uno scambio di pugni può funzionare da migliore approccio), funziona l’empatia fisica con gli animali, cui basta, come ha detto John Berger, uno scambio di sguardi, a darci tacita testimonianza di una comune fraternità: fraternità di diversi, come già indicava Derrida, accomunati nella difficoltà di vivere.

Accanto agli animali, però, l’altro grande elemento d’intercessione può essere la musica: musica senza pretese, ritmi popolari, di solito suonati da musicisti di strada, nelle piazze, nei ristoranti, nei caffè. Sono proprio gli immigrati a fermarsi più volentieri ad ascoltare, e sono loro a gettare uno spicciolo (se ce l’hanno) nel cappello di qualche mendicante disteso sul marciapiede. Sono forse più “buoni”, più sensibili? Non si tratta di questo. Si tratta del sogno dell’esistenza d’una solidarietà istintiva che forse, poi, è solo l’estrema illusione d’un occidentale disilluso (Kaurismaki) che finge, ricavandone una sorta di consolazione, di credere ancora ai miracoli.

Riferimenti bibliografici
G. Leibniz, La monadologia, Laterza, Roma-Bari 1986.
J. Derrida, L’animale che dunque sono, Jaca Book, Milano 2006.
J. Berger, Perché guardiamo gli animali? Dodici inviti a scoprire l’uomo attraverso le altre specie viventi, Il Saggiatore, Milano 2016.

 

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