La purezza impura

di ALESSIA CERIVINI

Su Cuori puri di Roberto de Paolis.

Lei scappa, lui la rincorre, la raggiunge, la blocca, poi la lascia andare. La ragazza ha rubato qualcosa in un supermercato, ma non è né una ladra, né una peccatrice. È il falso paradosso attorno a cui Cuori puri costringe i suoi spettatori a interrogarsi.

Il film, opera prima di Roberto de Paolis, presentato alla “Quinzaine des Réalisateurs” del Festival di Cannes 2017, vive di tensioni sin dal primo, lungo piano sequenza, con cui si apre.

Conflitti che non sono, non posso essere evitati, ma si fermano un attimo prima di esplodere, secondo uno schema che diventa il principio costruttivo dell’intero film, proteso tensivamente verso un esito finale che schiva, però, per un soffio, l’esplosione distruttiva. Proprio come accade in conclusione, ciascuno dei conflitti che il film racconta, pur senza precipitare, non si risolve affatto in una distensione, riappacificazione, delle forze implicate, ma indica piuttosto una soglia su cui esse si incontrano, si scontrano, senza annullarsi, e anzi rafforzandosi vicendevolmente. Una tensione che non ha nessuna soluzione possibile, e che anzi solo in virtù di questa impossibilità diventa la forza del film, la ragione della sua paradossale “purezza”.

Sul limite che queste molteplici linee di tensione descrivono, De Paolis gira il suo film; la periferia romana, indistinta eppure riconoscibile, di quel limite assurge ad archetipo, dopo che decenni di cinema italiano – almeno da Pasolini in poi – ne hanno raccontato la nascita, la vita, in qualche caso addirittura la dissoluzione.

La periferia diventa, però, in questo caso, anzitutto il contenitore di almeno altre due figure del limite, luoghi e occasioni di altrettanti possibili conflitti. La prima è il campo rom che confina con il parcheggio in cui Stefano, il protagonista del film, fa il custode. Soltanto una rete divide i due spazi: su quella fragile linea di divisione si consumano alcuni violenti diverbi fra il ragazzo e gli abitanti del campo. Alterchi che diventano sempre più feroci e raggiungono il loro apice quando due uomini armati, in motocicletta, minacciano Stefano e Agnese, la giovanissima protagonista femminile del film. I malviventi puntano una pistola contro di loro, poi fuggono buttando a terra l’arma che non può uccidere, perché è soltanto un giocattolo.

purezza

Agnese (Selene Caramazza) e Stefano (Simone Liberati).

La seconda figura del limite è il cortile del palazzo in cui vivono i genitori di Stefano, prima di essere sfrattati. Quello spazio di transizione, fra lo spazio chiuso delle case e la strada, è il luogo, anche in questo caso, in cui convergono tensioni, con le quali coincidono non solo il senso del film e la sua forma, ma forse addirittura il senso e la forma della condizione umana, che il cinema non può fare a meno di raccontare. Dopo aver perso la loro casa, i genitori di Stefano decidono, per necessità e per ostinazione, di non andar via, ma di vivere in un camper, proprio in quel cortile. Una pattuglia di vigili urbani arriva a intimare ai due lo sgombero e, immediatamente, una piccola folla si raccoglie tutta intorno a loro. Si alzano la voce e le mani, la situazione incandescente rischia di precipitare, poi i vigili vanno via, concedendo agli sfrattati ancora qualche giorno di tolleranza. Il problema non è risolto e anzi rimane lì, sotto gli occhi di tutti, astanti e spettatori, a garanzia che la vita continui e con essa la storia che prende in carico la sua messa in forma.

Cuori puri è il racconto di tutte queste impossibili risoluzioni, perché è il racconto della condizione umana che non può, né deve sperare di raggiungere la purezza, ma che a essa può soltanto tendere, come ad un limite, appunto (Bodei, 2016). Nell’uomo, non in dio, la condizione di purezza coincide con la consapevolezza dell’impossibilità della purezza, che diviene piuttosto il “fine” ideale di una tensione senza “fine”, irrisolta fino a quando essa attraversa forze e corpi vivi, fatti di carne e di sangue.

Si è puri solo quando si sa di non esserlo. Per questa ragione, quello di Agnese è un vero e proprio cammino verso la purezza, perché passa attraverso la scoperta della propria impurità, che è anche, allo stesso tempo, la scoperta della sua umanità, del suo essere donna. La purezza non è data e dunque non può essere perduta, ma anzi va conquistata solo grazie alla profonda e dolorosa consapevolezza di una mancanza. Di questa idea il film, costruito secondo lo schema di una o più linee tensive che non possono trovare soluzione, assume radicalmente le conseguenze.

Spinta da una madre protettiva e bigotta, Agnese fa parte di un gruppo religioso di giovani che promettono davanti alla comunità e davanti a Dio di rimanere vergini fino al matrimonio. L’incontro con Stefano apre una faglia dentro le certezze poco elaborate della ragazza, oltre che, ovviamente, lo spazio di una distanza fra Agnese e il mondo a cui appartiene. L’amore è l’evento che arriva a interrompere la condizione data di partenza (Badiou, 2013) non per gettare le premesse di una qualsiasi risoluzione finale, quanto piuttosto per creare le condizioni di possibilità, a partire dalle quali cominciare a immaginare un processo che non può avere conclusione.

Cuori puri è solo in parte la storia di una ragazza che, contro le imposizioni della famiglia e della chiesa, decide di perdere la sua verginità per amore del ragazzo che l’aveva lasciata andare, dopo un furto in un supermercato. Quella perdita è infatti solo l’inizio di un cammino verso una nuova purezza, a partire dalla rivendicazione di una impurità a cui nessun essere umano può rinunciare. Non è il sangue che scorre fra le gambe della ragazza, dopo la sua prima notte d’amore, a macchiare la purezza di Agnese, quanto piuttosto il suo primo, istintivo tentativo di cancellarlo via.

Di fronte a quel gesto di negazione, la madre della ragazza e i poliziotti, che la trovano sconvolta in strada, possono addirittura pensare di trasformare Agnese nella vittima di una violenza sessuale. Del tutto non responsabile delle sue azioni, la ragazza avrebbe forse addirittura conservato la sua purezza di fronte a Dio, ma di certo non di fronte all’uomo che sarebbe stato accusato di quella violenza. È a quel punto che Agnese si rende conto che la sua purezza, tutta umana, non può che passare attraverso il riconoscimento di quel sangue, la rivendicazione timida e incerta del suo atto d’amore. Così, quando è in macchina con sua madre, di ritorno dalla stazione di polizia, la ragazza vede Stefano e scende per raggiungerlo. Il ragazzo rincorre un uomo che crede essere l’autore della violenza su Agnese. Solo lei sa che non c’è stata nessuna violenza, per questo motivo ferma Stefano con un abbraccio, che è il gesto in cui due tensioni si incontrano, forse per ritrovarsi, forse semplicemente per lasciarsi andare.

Di nuovo una soglia instabile, come quella che segna l’inizio della storia d’amore fra Stefano e Agnese: il limite mai definito che divide la terra dal mare e poi, ancora oltre, il mare dal cielo. Là dove due corpi quasi nudi si sfiorano e scoprono, giocando, la purezza impura della vita. Quei corpi sono la materia di Cuori puri e più ancora del cinema.

Riferimenti bibliografici
A. Badiou, L’elogio dell’amore, Neri Pozza, Milano 2013.
R. Bodei, Limite, Il Mulino, Bologna 2016.

 

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