Dalla rimediazione alla mediazione radicale

 di ISABELLA PEZZINI

Radical mediation di Richard Grusin.

Il libroradical mediation, curato con grande attenzione da Angela Maiello, raccoglie una decina di saggi molto efficaci nel presentare il percorso di riflessione di Richard Grusin seguito al grande successo del precedente Remediation (The MIT Press, Cambridge, London, 1999), scritto insieme a Jay David Bolter e prontamente tradotto in Italia a cura di Alberto Marinelli ormai quindici anni fa (Milano, Guerini, 2002).

L’idea portante di Remediation, si ricorderà, era stata quella di mostrare come la novità principale dei nuovi media fosse in realtà costituita dalle loro specificità nel “rimediare” – anche nel senso di “porre rimedio” – forme e pratiche mediali precedenti, secondo la doppia logica in apparenza contraddittoria dell’opacità e della trasparenza. Nel primo caso, o dell’ipermediazione, vengono moltiplicati e resi visibili i segni della mediazione, come nello stile a finestre dei CD-ROM, del desktop del computer o del Web che mostrano in abbondanza le tracce di una “enunciazione enunciata”. Nel secondo caso, l’effetto cercato è quello dell’immediatezza o della cancellazione dell’enunciazione, come nella realtà virtuale o nella grafica fotorealistica. Una doppia logica della rimediazione, dunque, “attraverso cui la nostra cultura vuole contemporaneamente moltiplicare i media ed eliminare tutte le tracce della mediazione, ovvero cancellare i media proprio nell’atto di moltiplicare le tecnologie della mediazione” (Grusin, 2017, pp. 46-47). In questo modo gli autori assumevano una posizione “continuista”, rispetto ai tecnoentusiasti della prima ora che – spesso attingendo a una comune retorica dell’innovazione – insistevano sul carattere liberatorio e radicalmente nuovo delle tecnologie digitali. Né apocalittici né integrati, dunque, Bolter e Grusin richiamavano l’attenzione sulla complessità del concetto stesso di mediazione, proponendo di approfondire sia l’uso che ne viene fatto alla fine del XX secolo, sia il modo in cui esso ha funzionato più in generale nella storia del pensiero occidentale. Di qui, in finale di percorso, l’idea di mediazione radicale, che dà il titolo a questo libro, e a cui Grusin dedica la discussione filosofica degli ultimi capitoli, in cui fa ampio riferimento sia all’empirismo radicale di William James sia all’idea di terzità di Charles S. Peirce.

Grusin insiste sull’idea, di particolare interesse, che le nuove forme emergenti di mediazione generino “non una sfera pubblica così come la intende Habermas, ma un’intonazione emotiva, un’atmosfera pubblica, qualcosa di molto simile a ciò che Heidegger definisce Stimmung” (p. 11), o McLuhan intende per ambiente: “In altre parole non c’è un medium o un ambiente preesistente o già dato all’interno del quale i dispositivi, le persone o i formati agiscono e operano, piuttosto queste mediazioni radicali compongono in modo attivo, continuo e imperfetto l’ambiente  (Umwelt) in cui le persone, i dispositivi e i formati interagiscono” (ibidem).

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I saggi si inseriscono in modo deciso nel dibattito attuale degli studi sui media – spesso convocato attraverso autori come Benedickt, Manovich, Virilio, Deleuze, Baudrillard, Luhmann ecc., discussi e utilmente elencati nell’indice dei nomi – che nel corso del tempo si è fatto in generale più critico e più scettico rispetto agli entusiasmi iniziali. Grusin stesso afferma di essere approdato a una “critica delle tecniche di mediazione, intese come forme di violenza statale e non statale, come il regime di sorveglianza e di controllo e la distruzione planetaria” (p. 12). Una svolta importante avviene in seguito agli eventi dell’11 settembre 2001, o in seguito dallo tsunami in Giappone nel 2011, o ancora alle vicende di #Occupywallstreet, dalla riflessione sui quali si afferma l’idea che i media non siano tanto fattori di rappresentazione quanto di premediazione all’interno di una più generale politica della mediazione (cfr. Premediation: Affect and Mediality After 9/11, Palgrave 2010). A partire dall’11 settembre, infatti, messo in scena contemporaneamente e ossessivamente secondo le due logiche di cui sopra, i media americani si sono specializzati nella diffusione del più gran numero possibile di scenari futuri, e dunque di pre-mediare il futuro. Non nell’intento di prevederlo, come fanno le profezie, ma nell’intento, si potrebbe dire, di definirlo e di trattarlo mediaticamente e preliminarmente al suo accadere, fissandosi dunque sulla dimensione della potenzialità piuttosto che della realizzazione e giocando il doppio ruolo, nei confronti del pubblico, dei produttori dell’ansia e al tempo stesso del suo controllo, regolandone gli atteggiamenti futuri. La produzione e la gestione dei mediashock è il concetto centrale di queste attività, “eventi mediatici geotecnici che non sono prodotti né dalla natura, né dalla società o dalla tecnologia, ma emergono come un intricato complesso che si caratterizza per delle proprie forme di agentività (agency)” (p. 155).

Ma che ruolo gioca il cinema in questo percorso? La riflessione sul cinema rappresenta in effetti uno dei fili rossi che attraversano e legano strettamente fra loro questi saggi. Da un lato Grusin si interroga e discute  i cambiamenti che le nuove tecnologie hanno apportato in generale al dispositivo cinema nelle sue varie articolazioni. I nuovi media digitali segnano la fine del cinema, come sostiene Manovich, si chiede ad esempio nel primo capitolo, o non sarà più produttivo riallacciarsi, per comprenderne l’evoluzione, a quell’estetica della meraviglia che caratterizzava il cinema delle origini e da qui rileggerne l’evoluzione? L’idea è sviluppata nel dettaglio anche nel VII capitolo, “DVD, videogame e il cinema delle interazioni”. D’altro lato l’analisi approfondita di alcuni film scelti per le specificità produttive – come Star Wars, L’attacco dei cloni di Lucas; il formato intermediale – come nel caso di Lola Corre – o la forza visionaria – come Minority Report di Spielberg – diventa un tratto di metodo. Il cinema si conferma, fra tutti i media, quell’oggetto teorico capace di proporre in forma figurativa una riflessione implicita quanto efficace sulle trasformazioni, le angosce e le ipervisioni che stiamo vivendo.

*Richard Grusin sarà ospite al Festival della Letteratura di Mantova per il ciclo di incontri “Prossimamente”, organizzato da il lavoro culturale e La Balena Bianca.

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Minority Report (Spielberg, 2002).

Riferimenti bibliografici
D. Bolter e R. Grusin, Remediation, a cura di A. Marinelli, Guerini, Milano 2002.
R. Grusin, Radical mediation. Cinema, estetica e tecnologie digitali, a cura di A. Maiello, Pellegrini editore, Cosenza 2017.
L. Manovich, Il linguaggio dei nuovi media, Olivares, Milano 2002.
M. Mcluhan, Gli strumenti del comunicare, Il Saggiatore, Milano 2008.

 

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