Roma, un cinema senza film

di ROBERTO DE GAETANO

Fotogrammi da una capitale in crisi.

Roma

Roma (Fellini, 1972).

Molti dei film italiani del Festival di Venezia sono stati girati e ambientati a Roma (l’altra città è Napoli): da Il contagio a Una famiglia a Brutti e cattivi alle due puntate di Suburra. Non è una novità. Quello che è una novità è invece come in questi mesi a e su Roma si sia fatto del cinema senza film, senza pellicola o supporti digitali. Ma con parole e immagini, senza alcuna mediazione autoriale. Eccone alcune: “Roma invasa dai topi” (Nosferatu), “Gabbiani ovunque” (Gli uccelli), “Mafia Capitale” (Mafia movies), “Criminalità sul litorale” (il crime), fino agli scenari apocalittici della desertificazione della città nella siccità estiva o negli incendi a catena (genere catastrofico). Il racconto della città, fatto dal basso, da stampa e social, ha affondato a piene mani nell’immaginario cinematografico e mediale. Solo attraverso questo Roma si è resa da sempre raccontabile. L’aveva capito Fellini, prima di altri. E l’ha capito, di recente, anche Sorrentino.

Senza immaginario Roma non è raccontabile, dunque né identificabile né modificabile. Politicamente l’aveva compreso Renato Nicolini. E non è un caso che due ex-sindaci della capitale, oggi abbiano provato a reinventarsi con il cinema, realizzandolo (Veltroni) o governandolo (Rutelli all’Anica). In una sorta di continuità osmotica tra governo dell’immaginario della capitale e quello del cinema. Il limite maggiore dell’attuale amministrazione capitolina è proprio questo: pretendere di governare Roma senza conquistarne l’immaginario, dunque il suo cuore profondo. Roma la si governa solo immaginandola, così come la si può rappresentare solo trasfigurandola (ancora Fellini).

Ma la domanda vera è: che fare di questo immaginario? Punto di approdo o zona di passaggio verso il simbolico e il rinnovamento delle forme di vita di una comunità?

Le divisioni sulle olimpiadi sono state esemplificative a tale proposito. Tutto si è risolto, come sempre in questi casi, intorno al valore ambivalente del denaro: possibilità di rilancio della città da un lato, sicurezza della corruzione dall’altro. Ma la questione era un’altra e riguardava l’immaginario globalmente competitivo che si sarebbe diffuso sulla città. Molto rischioso, certo, come ogni dimensione immaginaria fagocitante. Ma anche possibile via d’accesso ad una ricostruzione di un senso comunitario: disponibilità di risorse, accadere di un evento. Rinunciare alla sfida ha significato rinunciare a questo rischio, e restare su un piano di realtà che per Roma però significa stasi, immobilità. A conferma che senza alimentazione immaginaria Roma non si muove, anche se di immaginario rischia di morire: da dove il passaggio stretto, per viverci e rappresentarla.

Ma restando ad un piano meramente immaginario si rischia comunque il declino, una resa malinconica e cinica all’assenza di futuro. È quello che, meglio di altri, ha colto La grande bellezza di Sorrentino. Il senso del tramonto di una civiltà, totalmente aderente ad un immaginario sterile, incapace di convertirsi in processi di simbolizzazione della realtà.

Roma

La grande bellezza (Sorrentino, 2013).

Ma se l’immaginario frana, e il simbolico ha ceduto da tempo, rimane solo il piano cruento di un reale che emerge inarrestabile: le rivolte, le case occupate, la povertà, il disagio che si manifesta ad ogni passo, senza che tutto questo riesca ad accedere ad immagine e parola, che non siano quelle abusate dei cliché mediatici.

La saturazione immaginaria di Roma è molecolare, erompe nei dialoghi quotidiani della gente comune, negli affreschi apocalittici cinematografici e mediatici. Città distante dal principio di realtà e dunque dalle forme d’azione semplicemente efficaci, Roma può solo emergere nell’esagerazione.

In una città come Roma, alla realtà ci si arriva solo fendendo l’immaginario, portandolo verso processi di simbolizzazione.

Al cinema c’è riuscito solo Nanni Moretti con In vespa, primo episodio di Caro diario (1993). Nel vuoto di Ferragosto, in una città spopolata, nelle sale cinematografiche dove si proiettano porno, horror, o patetici film su fallimenti generazionali, dove dunque l’immaginario cinematografico viene restituito e liquidato nella sua residualità, Moretti attraversa la città in vespa, deambula nei suoi quartieri, guarda le case e si immagina come abitarle.

Come abitare Roma, i suoi quartieri, le sue case? Queste sono le domande che rendono uno spazio un luogo di vita, dove si deposita il tempo e la quotidianità lascia i suoi segni. E sono le domande che rendono produttivo il lavoro dell’immaginazione, orientato alla cura pratica del mondo. Immaginare l’abitare piuttosto che abitare l’immaginario: è questo il ribaltamento che Moretti compie, contrariamente alla maggior parte del cinema italiano che continua a restituire Roma attraverso le scorciatoie di un immaginario, oggi sempre più catastrofico, bello e pronto.

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