Il romanzo del desiderio

di BRUNO ROBERTI

Mektoub, My Love: Canto uno di Abdellatif Kechiche. 

La linea d’ombra dell’adolescenza, e i suoi andirivieni del desiderio, sono da sempre, fin dal Satyricon, materia di romanzo. Se il romanzo antico frantumava in peripezie iniziatiche le pulsioni amorose dei giovanissimi, il romanzo moderno, da Goethe a Dickens, è romanzo di formazione, dove il viaggio, l’amore, l’incontro, e insieme le ossessioni del desiderio (da Dostoevskij a Nabokov), orbitano intorno a un soggetto e al suo sguardo-flusso coscienziale eppure sono disseminate in un progetto di riconoscimento e immanenza del mondo (la forma visuale e drammaturgica che assume l’Ulisse di Joyce).

Finalmente si comprende quanto il cinema di Kechiche sia un perseguire il romanzo del desiderio attraverso le epifanie erotiche ed esperenziali del corpo adolescente (La schivata, Cous Cous, La vita di Adele). Con questo film di amori e incontri sotto la luce del midi e di corpi scatenanti il desiderio di ragazzine, che sono le stesse che a suo tempo filmò Rohmer (qui il riferimento a Pauline alla spiaggia è esplicito), Kechiche traspone il proprio sguardo su una sorta di voyerismo depurato, senza residui morbosi, palpitante nel giubilo dei corpi delle jeunes filles en fleurs. Queste sembrano assorbire i controluce, chiamare e provocare la macchina da presa, ma soprattutto costituire Amin, il ragazzo francotunisino protagonista, aspirante regista, sempre dietro la macchina fotografica e intento a scrivere la sua sceneggiatura, una specie di richiamo sirenico, per cui i giri della seduzione (immersi nella sensuosità della campagna, della spiaggia, del mare) compongono per lui le simmetrie di una peripezia amorosa, che è anche un Bildungsroman.

Come per Le affinità elettive di Goethe, qui sono la potenza del mondo, il linguaggio segreto della luce, il mistero di trasformazione contenuto nei corpi, le posture silenziose dei gesti d’amore o i forsennanti scatenamenti dionisiaci della passione, la cifra arcana della nascita, appunto del “venire alla luce” (il parto di due caprette che Amin indugia a fotografare, avvolto dalla musica di Mozart, ha la forza assorta e misteriosa del filmare l’“animale” in rapporto all’umano, che aveva Au hasard Balthazar di Bresson) a disegnare romanzescamente i movimenti del desiderio. “Noi scopriamo il destino nei rapporti amorosi” ha detto Kechiche, ed è appunto di immagini destinali che si tratta, laddove la doppia citazione sulla potenza della luce, dal Corano e da San Giovanni, che si pone all’inizio, sembra racchiudere appunto un cammino destinale nella sua progressiva “illuminazione”.

“Più luce” disse Goethe prima di chiudere gli occhi alla vita. Ed è come se questi giovani corpi che si preparano a vivere volessero restare il più possibile “in luce” per poter scoprire, mettere a nudo, il proprio destino. Destino che è fatto di sguardo sul mondo, sul corpo del mondo che si manifesta e si rende immanente nelle nostre pulsioni, negli incontri, nelle epifanie. Tratto da un romanzo di François Bégaudeau (scrittore e attore come attore è stato lo stesso Kechiche), autore di La classe (2008) da cui è tratto il film di Laurent Cantet, Mektoub, My Love è il “Canto primo” di un progetto che Kechiche ha intenzione di proseguire, confermando l’andamento romanzesco, anche epico-lirico. E certo la coralità del film, filtrata dal soggetto “veggente”, che è Amin, trascorre in sequenze lunghissime, dove la durata da consistenza ed erotismo ai corpi, fornisce una temporalità entro cui lo sguardo spettatoriale (implicato nell’apparente voyerismo, ma che in realtà diventa inclusione relazionale, che sensualmente si espande coinvolgendo lo spettatore e immettendolo nei ritmi danzanti, incalzanti, tipici di Kechiche) ha la possibilità di immergersi nel gioco e nel piacere degli sguardi, degli approcci, dell’intensità desiderante.

Questo disegno fa risultare in filigrana la tensione tra verità e narratività, per cui i comportamenti, le provocazioni delle ragazze, il gioco dei dragueurs, le confidenze, il lasciarsi andare, e le timidezze come le sfrontatezze, di questa “bella estate”, al tempo della guerra del Golfo, appartengono alla disinvoltura delle performance femminili (Ophélie soprattutto, come si chiama il personaggio e l’attrice che incarna la figura più intrigante tra le fanciulle, che offre il suo corpo nudo mentre fa l’amore, e che pare insieme venire dai quadri di Renoir e dai film del neorealismo rosa, Poveri ma belli o Marisa la civetta) ma anche a una capacità di messinscena, a una libera geometria dei tagli e degli spazi (esemplare in tal senso la lunga sequenza della discoteca).

Emerge così a poco a poco una felicità e una malinconia del tempo “perduto e ritrovato”, che fa risentire a tratti la “musica” di un film come Adieu Philippine (1962) di Rozier, o addirittura di un capolavoro come Une partie de campagne (1936) di Renoir. Film dove il trascorrere del tempo e lo struggimento di un attimo eterno si “accordano” su un corpo femminile luminoso e dolce. Ma il film, nel finale, si riapre e Amin dice alla ragazzina reincontrata sulla spiaggia, che lo invita a restare con lei: “Ho tutto il mio tempo”.

Riferimenti bibliografici

J.W. Goethe, Le affinità elettive, Garzanti, Milano 2008.

 

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