La parabola di un’epoca

di PAOLO DESOGUS

I “Piacentini”. Storia di una rivista (1962-1980) di Giacomo Pontremoli.

Quaderni Piacentini

Allonsafàn (Taviani, 1974).

Gli anni Sessanta e Settanta in Italia, e soprattutto il decennio che va dalla contestazione all’uccisione di Aldo Moro, sono fra i luoghi storici del Novecento più facilmente riconoscibili da simboli, pratiche e immagini che hanno attraversato quella fase storica e che sono giunti sino ai giorni nostri alimentando il mito della gioventù ribelle e della rivoluzione mancata. Studi, libri, film, memorie dei protagonisti, insieme a un’amplissima pubblicistica sulle trame politiche, i movimenti ambigui degli apparati dello stato, il terrorismo, ma anche documenti e indagini sul costume, sulla conquista delle libertà civili e sulla produzione culturale dell’epoca costituiscono un macro corpus su cui la sinistra ciclicamente ritorna alla ricerca di esempi con cui confrontarsi e modelli da riprodurre. In questo magma discorsivo non mancano tuttavia semplificazioni e facili schematismi, in parte dovuti proprio a un eccesso di rappresentazione, talvolta attenta più al dato estetico che al contenuto politico. Soprattutto la contestazione studentesca e le lotte operaie hanno subito una vera e propria riduzione gestuale, che ha degradato il connubio tra pensiero e prassi raggiunto in quegli anni a mera performanza, ad atto che si giustifica politicamente per il suo stesso apparire come fatto di volontà antisistema.

Si accoglie pertanto quasi come un sollievo l’uscita del volume I “Piacentini”. Storia di una rivista (1962-1980) di Giacomo Pontremoli, in cui la parabola degli anni Sessanta e Settanta ritrova la sua complessità insieme alle sue difficoltà, alle sue profonde lacerazioni e ai suoi momenti di elaborazione politica e culturale. Sia per la qualità degli interventi che per il coraggio intellettuale dei redattori, nessun’altra rivista ha infatti seguito meglio dei Quaderni Piacentini tutte le varie fasi di trasformazione della società italiana e della contestazione: dalle sue premesse, nell’epoca in cui a sinistra del PCI nascevano i primi gruppi autonomi, al suo apice tra il 1968 e il 1969, sino al suo esaurimento dopo il 1977. Per quanto considerevole, non deve per questo impressionare il lungo elenco di collaboratori illustri che hanno accompagnato il lavoro dei due fondatori, Grazia Cherchi e Piergiorgio Bellocchio, nei diciotto anni di vita della rivista. Tra questi ci corre l’obbligo di segnalare Cesare Cases, Goffredo Fofi, Franco Fortini, Giovanni Giudici, Giovanni Jervis, Raniero Panzieri, Renato Solmi, Sebastiano Timpanaro. Quella dei Piacentini è stata infatti una storia con molti protagonisti, una storia plurale, ma non per questo dispersiva o eclettica. Le sue pagine hanno infatti dato vita a un vero e proprio laboratorio nel quale pensare la sinistra, rivedere le sue prospettive e tracciare i suoi confini.

Nel ripercorrere puntigliosamente le varie annate dei Quaderni Piacentini attraverso una ricognizione dei singoli numeri, Pontremoli si muove cercando di coniugare l’esigenza documentaria di ricostruzione dello sviluppo della rivista con l’urgenza di individuare i momenti cruciali del percorso politico, al fine di non smarrire quella tensione tra necessità di pensiero critico e spinta alla trasformazione vissuta dagli autori sempre in maniera problematica, spregiudicata e ostile ai facili ottimismi della propaganda di sinistra. Nel volume assumono per questo una particolare rilevanza le pagine dedicate alla contestazione studentesca, verso cui il giudizio della rivista non è mai scontato e spesso non manca di esprimere obiezioni critiche. Meritano a questo proposito di essere ricordati due articoli. Il primo è Il dissenso e l’autorità (n. 33, 1968) di Fortini, in cui il poeta e intellettuale toscano individua il rischio che la dissidenza si trasformi in moralismo e il desiderio di trasformazione della società in estetismo. Nel secondo, I rischi inutili e i veri compiti (n. 34, 1968), Bellocchio completa la riflessione fortiniana ravvisando con acutezza il pericolo che la lotta degli studenti divenga mero ribellismo privo di strategia o peggio ancora “moda” facilmente gestibile dal sistema consumistico ed economico.

Quaderni Piacentini

Amarcord (Fellini, 1973).

Questa tensione critica e di allarme, presente in molte altre pagine dei Quaderni Piacentini potrebbe apparire esasperata, se non addirittura di maniera. Lo si osserva in particolare negli scritti dedicati al cinema di Goffredo Fofi. È infatti oggi difficile condividere la feroce postura stroncatoria assunta nelle recensioni di film ritenuti oramai dei grandi classici, come Il conformista (1970) di Bernardo Bertolucci, Amarcord (1973) di Federico Fellini o Allonsafàn (1974) di Paolo e Vittorio Taviani. Allo stesso modo lascia oggi molto scettici il giudizio di “fanfascismo” attribuito a Il caso Mattei (1972) di Francesco Rosi o addirittura di “revisionismo” attribuito a La classe operaia va in paradiso (1971) di Elio Petri. A distanza di tanti anni questa particolare attitudine critica, rintracciabile non solo negli articoli sul cinema, ma anche nelle pagine politiche, potrebbe sembrare autoreferenziale ed elitaria. In parte lo è certamente stata. Non si può tuttavia non riconoscere nell’esercizio della critica anche la ricerca di un’autodifesa, del tentativo di resistere a quel ripiegamento impolitico che di lì a poco, proprio al termine della vicenda dei Quaderni Piacentini, giungerà a compimento.

Certo, non mancano considerazioni che già in quella fase sarebbero dovute apparire fuorvianti e che oggi potrebbero essere considerate come anticipazioni dell’attuale degrado antipartitico della sinistra. Il rifiuto del compromesso e del realismo politico delle formazioni socialcomuniste non di rado si trasforma in aperta ostilità, come quando Timpanaro, studioso peraltro di altissimo valore, accusa il PCI di essere “partito stalinista al servizio del capitalismo”. La critica alla sinistra parlamentare, presente in molte pagine, non si è tuttavia mai trasformata in messa in discussione della forma partito, dell’organizzazione politica, né ha mai ceduto a una concezione della cultura avulsa dai processi storici. Questo esercizio critico, anche nei momenti di maggiore asprezza, ha dunque poco a che fare con la retorica dello spazio aperto e della disintermediazione presente nell’attuale sinistra radicale, debitrice del resto più del postoperaismo che dei Piacentini.

L’ostilità verso i partiti della sinistra è in realtà dipesa dal tentativo di definire un campo in cui la prospettiva di trasformazione radicale della società restasse al di fuori di qualsiasi trattativa. Si può poi oggi certo discutere su quanto di volontaristico ci sia stato in quella linea politica. Resta il fatto che quella stessa vocazione radicale ha immunizzato il gruppo di Cherchi e Bellocchio anche sul fronte opposto, ovvero quello dell’eversione e del terrorismo. Del fenomeno delle BR viene infatti subito compreso il valore tutt’altro che rivoluzionario e in fondo coerente con le manovre politiche di restaurazione che la parte più retriva dal paese opponeva alle grandi trasformazioni dell’epoca.

Quella mantenuta dai Piacentini è stata dunque sempre una posizione difficile, di cui retrospettivamente può certo oggi apparire scontato l’esito, ma che ha comunque il merito di aver rappresentato un rifiuto alla normalizzazione della sinistra, al suo assestamento su un’idea di progresso integrata nell’economia di mercato. Di fronte al vuoto di elaborazione critica odierna la vicenda dei Quaderni Piacentini dà per queste ragioni la misura della regressione in cui è precipitata la sinistra, che del resto di quella fase storica riesce a cogliere solo le apparenze, solo le forme. La ricostruzione di Pontremoli recupera al contrario una rappresentazione degli anni Sessanta e Settanta liberata dagli estetismi dell’attuale discorso mainstream, che ad ogni ricorrenza sul ’68 e il ’77 ripropone il mito consolatorio e in fondo pacificato della rivoluzione come gesto, come atto estetico. Dalle sue pagine riemerge infatti l’intensità di un pensiero critico che poco si addice all’irenismo culturale attuale, riconoscibile nell’accademia come negli spazi di discussione politica.

Quaderni Piacentini

La classe operaia va in paradiso (Petri, 1971).

Riferimenti bibliografici
F. Fortini, Questioni di frontiera. Scritti di politica e di letteratura, 1965-1977, Einaudi, Torino 1977.
G. Pontremoli, I “Piacentini”. Storia di una rivista (1962-1980), Edizioni dell’Asino, Roma 2017.
S. Timpanaro, Il verde e il rosso. Scritti militanti, 1966-2000, a cura di Luigi Cortesi, Odradek, Roma 2001.

*In copertina Goffredo Fofi, Grazia Cherchi e Piergiorgio Bellocchio, ph di Vincenzo Cottinelli. 

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