Sentire il presente

di DARIO CECCHI

Un ricordo di Mario Perniola.

Mario Perniola

La visitazione (Pontormo, 1514-1516).

A chi è romano, se si fosse trovato a passeggiare per i vicoli e le piazze di Trastevere, facilmente sarebbe potuto capitare di incrociare un signore alto, magro, leggermente avanti negli anni, ma dall’andatura eretta e fiera, nobile, a tratti vagamente donchisciottesca. Questa aria di gentiluomo d’altri tempi era mitigata dalla folta e fluente chioma ormai bianca: anche questo segno “leonino” di fierezza e nobiltà. Ma anche di libertà e di anticonformismo, con un vago sapore “d’antan”, dei tempi andati in cui si esibiva la (autentica) indipendenza dei pensieri anche attraverso l’apparenza esteriore. Gli occhiali e lo sguardo gentile ma riservato, forse timido, suggerivano la figura di un intellettuale. Se al personaggio fosse capitato di incontrare qualcuno di sua conoscenza, l’osservatore esterno avrebbe notato in lui una conversazione amabile, portata avanti sul tono accogliente (magari anche ironico) del sorriso. Tutto in lui suggeriva una dimestichezza e un amore per la vita e le sue “specie” carnali e mondane, che non gli impedivano però mai di prendere le distanze, di guardare le cose con sguardo critico.

Si trattava del filosofo Mario Perniola (1941-2018), scomparso di recente. A formare quel complesso che colpiva in modo così forte – veramente era facile incrociare Perniola per le vie del quartiere romano dove viveva, anche a chi come chi scrive lo conosceva solo di fama all’epoca – contribuiva probabilmente l’origine piemontese. Perniola era nato ad Asti, ma per molti anni ha insegnato Estetica nella seconda università della capitale, l’Università degli studi di Roma “Tor Vergata”, dopo aver insegnato nell’ateneo salernitano. Filosoficamente si era formato a Torino: Perniola è stato allievo di uno tra i maggiori filosofi italiani del secondo dopoguerra, Luigi Pareyson, con cui si sono formati alcuni tra i principali intellettuali italiani del periodo, da Umberto Eco a Gianni Vattimo. Tra i pensatori cattolici, Pareyson è stato quello che forse con maggiore limpidezza e profondità ha saputo intrecciare la sua “ispirazione di fede” con l’acutezza e l’originalità dell’interpretazione dei classici della storia del pensiero filosofico: ne sia un esempio il modo in cui la riflessione schellinghiana sulla libertà come metafisica assenza di fondamento trovi in Pareyson sviluppo in una complessa e articolata “etica ontologica”. Pareyson è stato inoltre uno dei principali interpreti dell’estetica italiana del secondo Novecento, proponendo un’inedita concezione dell’opera d’arte non come oggetto statico, bensì come centro dinamico e propulsore di un’attività produttiva e creativa, dal valore tanto estetico quanto extra-estetico, che Pareyson qualifica attraverso il concetto di “formatività”.

Questa premessa è di fondamentale importanza per comprendere le radici (e le prospettive) del pensiero e dell’opera di Mario Perniola: un filosofo piemontese, torinese di formazione, intellettuale critico collocato politicamente e culturalmente a sinistra, dalle radici cattoliche dichiarate e romano d’adozione. Alla questione del suo cattolicesimo Perniola dedica uno dei suoi saggi più belli e conosciuti, Del sentire cattolico, uscito nel 2001 per l’editore il Mulino e tradotto l’anno appena trascorso in francese da Circé con il non felicissimo titolo de L’identité catholique. Non si tratta, infatti, di “identità cattolica” nella riflessione di Perniola: la religione cattolica non produce un’identità culturale chiusa in se stessa, ma appunto un “sentire”, un modo d’incontrare la contingenza del mondo per ridurlo non tanto a universali astratti, quanto a una regola di condivisione e partecipazione. Una maniera di esperire e interpretare le cose kath’holon, “secondo il tutto” che è il mondo, il cui afferramento e la cui rappresentabilità non sono dati in astratto, ma sono possibili solo nel concreto dell’esperienza dell’incontro con la contingenza.

Mario Perniola

Il saluto (Bill Viola, 1995)

Perniola è stato tra i primi filosofi (ed estetologi) italiani ad avvertire come centrale in vista di un ripensamento dello statuto dell’esperienza estetica (e dell’esperienza tout court) una riflessione sul sentire. Non sul “senso” latamente inteso, ma proprio sul sentire, sulla dimensione sensibile della vita umana. Perniola si accorge che, se c’è un luogo in cui si producono valori e tendenze capaci di informare alle loro configurazioni la vita umana, orientandone gli sviluppi e le possibilità, questo luogo si trova appunto nel sentire. I sensi sono i canali di comunicazione – i media, potremmo dire – attraverso cui nuovi modelli, nuove norme, in una parola nuove forme di vita diventano disponibili e possono essere sperimentate. Da filosofo, Perniola non si limita ad accogliere una prospettiva che era stata già aperta nel campo della “mediologia” dai pioneristici studi di Marshall McLuhan e dei suoi successori. La prospettiva qui assunta è addirittura anti-mediologica, come testimoniano bene i due brevi e brillanti saggi Contro la comunicazione (2004) e Miracoli e traumi della comunicazione (2009), entrambi pubblicati da Einaudi. Da giovane studioso che si cimentava con la possibilità di ragionare sui presupposti di una “estetica dei media”, trovai nelle fulminanti analisi di Perniola un termine di confronto imprescindibile. Penso in particolare alla decostruzione che il filosofo fa del successo della rivoluzione khomeinista in Iran nel 1979: laddove Foucault cadde (inizialmente) nella trappola dell’illusione che in Medio Oriente si stesse affacciando una nuova “spiritualizzazione” del politico, Perniola si avvede bene che il successo della propaganda khomeinista sul regime dello scià passava per le audiocassette che potevano essere introdotte illegalmente in Iran e che funzionarono come stimolante dell’impeto rivoluzionario crescente prima del ritorno in patria del leader carismatico. L’ayatollah conservatore fu più al passo con i tempi dello scià modernizzatore, seppe incanalare e controllare meglio le forze “sensibili” in circolo nella società.

Perniola riprende questa modalità di lettura della modernità ipermediata – condotta tutta in chiave filosofica, estetica in particolare, e anti-mediologica – da Guy Debord, l’altro suo grande mentore insieme al maestro universitario Pareyson. Un maestro accademico e uno anti-accademico: questa potrebbe essere la cifra fin dall’inizio del lavoro intellettuale di Perniola. Portare il pensiero critico dentro l’università, o al contrario i raffinati concetti filosofici fuori dall’accademia. Ora, accanto ai poli della sensibilità e della cultura-società, bisogna aggiungere un polo che per Debord andrebbe sotto il termine di “spettacolo”, mentre Perniola si rivolge all’immagine come referente privilegiato della sua riflessione. Non viviamo infatti più l’epoca del consumo delle merci; analogamente, l’“organo estetico” della società non si lascia più comprendere come una grande esposizione organizzata dei prodotti. Viviamo piuttosto in un regime, spesso incontrollato, di flussi di immagini. E Perniola, filosofo “post-situazionista”, riscopre gli antecedenti del discorso debordiano, andando a ripescare dal Passagenwerk benjaminiano il concetto di “sex appeal dell’inorganico” – così si intitola un suo saggio del 1994 – oppure denunciando come un prodotto “putrefatto” del capitalismo avanzato il processo di diffusa “artisticizzazione” di ogni evento o fatto collettivo: si veda in merito uno degli ultimi saggi di Perniola, L’arte espansa (Einaudi, 2015).

Se guardiamo, azzardando una immediata – e perciò rischiosissima – retrospettiva sul pensiero di Perniola, ci accorgiamo del grande numero di temi che la sua riflessione ha anticipato, dalle teorie sui processi di estetizzazione, anestetizzazione e iperestetizzazione delle forme di vita, fino alla riflessione sugli (e oltre gli) schermi come dimensione privilegiata dell’immagine contemporanea.

Mario Perniola

Riferimenti bibliografici
M. Perniola, Del sentire cattolico: la forma culturale di una religione universale, Il Mulino, Bologna 2001.
Id., Contro la comunicazione, Einaudi, Torino 2004.
Id., Miracoli e traumi della comunicazione, Einaudi, Torino 2009.
Id., L’arte espansa, Einaudi, Torino 2015.

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *