L’Estetica di Hegel

di SALVATORE TEDESCO

Il manoscritto della «Bibliothèque Victor Cousin» a cura di Dario Giugliano. 

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Ritratto di Jakob Schlesinger.

La pubblicazione dei quaderni delle lezioni hegeliane di estetica ha profondamente mutato negli ultimi anni l’immagine di un apparato teorico, quello appunto della filosofia dell’arte di Hegel, che appariva consolidato e persino difficilmente aggirabile nella sua diciamo pure “monumentale” sistematicità e chiusura. Hanno così trovato nuove strade molte delle questioni cruciali della stessa interpretazione storico-teorica dell’estetica dell’Idealismo tedesco, e soprattutto diviene adesso possibile ripensare in maniere profondamente innovative alcuni degli snodi salienti della nostra stessa contemporaneità, differentemente ritessendone le fila che ancora la legano ai sensi possibili del progetto estetico hegeliano.

Se l’immagine che Heinrich Gustav Hotho, negli anni immediatamente seguenti la morte del suo maestro, ha efficacemente inteso trasmettere alle generazioni future era quella di un sistema concluso e perfettamente risolto – talvolta addirittura stimato come la migliore chiave d’accesso al pensiero hegeliano in quanto tale – la prospettiva che emerge dai quaderni degli appunti delle lezioni è viceversa assai più mobile, restituendoci piuttosto un ragionamento in costante ridefinizione, tutto inteso a misurarsi con la tessitura dei fenomeni storici, artistici, politici, ed a costruire in dialogo con essi l’effettiva sostanza del pensiero.

Un contributo significativo, in questa direzione, sulla scia degli studi pionieristici di Annemarie Gethmann-Siefert e, in Italia, di Paolo D’Angelo, viene adesso dalla pubblicazione del manoscritto francese delle lezioni d’estetica proveniente dalla biblioteca di Victor Cousin, edito in italiano per Einaudi da Dario Giugliano, che ha accompagnato la curatela con un importante saggio introduttivo. Tralasciando del tutto, in questa sede, tanto le osservazioni a carattere ricostruttivo quanto gli importanti accertamenti filologici che vengono dal testo adesso disponibile, scegliamo di concentrarci su un paio di questioni salienti, che ci mostrano con tutta evidenza l’utilità del riaprire o tenere aperti i conti con la filosofia hegeliana dell’arte.

Anzitutto, come ancora recentemente rilevava la Gethmann-Siefert, in luogo del “platonismo” di una formulazione che individuava il Bello come la «parvenza sensibile dell’idea» (secondo la celebre lezione della grande edizione di Hotho dell’Estetica, p. 409), i quaderni ci trasmettono piuttosto un Hegel tutto teso alla determinazione dell’esistenza e della vitalità dell’idea «nella sua realtà storica» (Gethmann-Siefert 2014, p. 26), quale essa si verifica nell’opera intesa «come unità di lavoro e linguaggio, di elaborazione e significazione attive del mondo […]. La figurazione artistica mira alla comunicazione, presente per l’intuizione, di una comprensione del mondo. Perciò Hegel, nella determinazione dell’opera d’arte, mette in primo piano questa funzione, ossia la fondazione della verità storica» (ivi, pp. 26-27).

L’accento batte dunque per un verso sul concetto di opera e sul nesso fra lavoro e linguaggio, su cui torneremo, per l’altro – ed in conseguenza di ciò – sulla fondazione storica di un senso comunitario, sulla formazione (ivi, p. 27) «di una comune comprensione del mondo in una comunità organizzata».

Il manoscritto della Biblioteca Cousin (p. 3) esprime tutto ciò in maniera singolarmente sobria ed incisiva:

Il pensiero può anche essere impiegato per degli interessi particolari: ma il pensiero e l’arte sono anche una regione, dove essi sono in sé e per sé. L’arte è, come la religione e la filosofia, un’espressione dell’idea di Dio. È la chiave (spesso unica) per comprendere la saggezza delle nazioni. È la media proporzionale tra la profondità del pensiero puro e il mondo sensibile e naturale.

 

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Apollo del Belvedere, II secolo d.C.

Lo snodo fra sensibilità, comunità organizzata e saggezza delle nazioni concretamente configura in elaborazione stilistica la “verità storica” dell’arte secondo gradienti che valgono anzitutto a tradursi in incarnazione del carattere progettuale dell’immaginazione nelle forme di mondi storicamente abitabili. Una certa linea della riflessione estetica contemporanea (esemplarmente in Italia il lavoro recente di Federico Vercellone) ha messo in evidenza come tali processi conducano oggi a creare nelle opere e per loro tramite nuovi ambienti che profondamente riconfigurano gli investimenti possibili della nostra sensibilità nei mondi immaginativi. Si tratta di processi di incarnazione che oggi sempre di più mettono in luce una componente tecnica e tecnologica a volte certamente inedita per la sua pervasività (dalle modalità di socializzazione dell’immagine e addirittura di costruzione del nostro stesso io sociale, sino al virtuale e alle tecnologie dei sistemi “immersivi”), e però in ultima analisi connaturata con la matrice antropologica dell’agire, e dunque in primis di quella «organizzazione comunitaria» o saggezza delle nazioni di cui dice Hegel.

Del resto è appunto attorno alla possibilità stessa ed al senso della comunità che si sono giocate e continuano a giocarsi alcune delle vicende fondamentali dell’arte nell’ultimo secolo – dalle avanguardie, ai progetti comunitari totalitari di molto Novecento, al ripensamento critico e destrutturante di quegli stessi progetti nel secondo dopoguerra, sino alla formulazione di strategie testimoniali che proprio nello snodo mediale fra sensibilità e comunità hanno trovato la loro cifra saliente (accenno solo a titolo di esempio alla relazione fra testo e immagine nella prosa di W.G. Sebald).

E tuttavia questi rilievi – qui formulati in modo necessariamente sommario ed appena abbozzato – hanno una fondamentale premessa giusto nella concezione dell’opera come «unità di lavoro e linguaggio» che appunto, ancora secondo il rilievo di Gethmann-Siefert (2014, p. 29), storicamente articola di volta in volta quella comune visione del mondo «che precede e determina l’agire». È qui che la tesi celeberrima e così spesso fraintesa della morte dell’arte, o piuttosto del suo carattere di passato, trova un risvolto della più grande attualità.

Il manoscritto della Biblioteca Cousin (2017, p. 4) trova anche a questo proposito una formulazione assolutamente notevole:

Per noi, l’arte non è più il grado più alto per l’espressione dell’idea. Noi non veneriamo più le opere d’arte; la nostra considerazione sarà dunque più posata e libera. 

 

C’è un nesso del massimo rilievo fra questa celebre tesi qui così limpidamente formulata e l’unità determinata di linguaggio e lavoro (nonché, aggiungerei, di forma e contenuto) nell’opera; l’unità dell’opera infatti non vale in maniera astorica, ma si verifica in maniere di volta in volta differenti nei differenti contesti storici, politici, stilistici, tecno-antropologici.

Se il nesso fra lavoro e linguaggio, per il tramite della dissoluzione della forma d’arte romantica, si esprime in una “prosaicità” del quotidiano nella quale appunto la poesia si risolve nella lingua del romanzo e nella compenetrazione dell’eterogeneo (Rancière) ad essa peculiare, ed in tal senso si afferma una profonda riconfigurazione del regime sensibile del linguaggio, è tuttavia sull’uso del linguaggio che «precede e determina l’agire» – per tornare all’incisiva formulazione di Gethmann-Siefert – che cade in modo saliente l’accento nel nostro presente, tanto in riferimento all’elaborazione dei linguaggi artistici e performativi, quanto nell’ambito del politico (Virno). Si trova qui, ritengo, un momento particolarmente aperto alla riflessione e alla nostra contemporaneità, se è vero che l’uso dei linguaggi si pone di volta in volta come elemento propulsivo in un sistema di relazioni e trasformazioni in cui si determinano gli ambienti e le forme di vita. La nozione di uso in generale che precede ogni effettiva determinazione andrà dunque materialmente declinata in quanto mai compiutamente esauribile «realtà del possibile» (Virno 2015, p. 158) ad esse pertinente.

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Hegel con i suoi studenti, litografia di Franz Kugler (1828).

Riferimenti bibliografici
G. W. Fr. Hegel, Estetica. Il manoscritto della «Bibliothèque Victor Cousin», a cura di D. Giugliano, Einaudi, Torino 2017.
Id., Lezioni di estetica, a cura di P. D’Angelo, Laterza, Bari-Roma 2000.
Id., Estetica, secondo l’edizione di H. G. Hotho, a cura di Fr. Valagussa, Bompiani, Milano 2012.
A. Gethmann-Siefert, Nuove fonti e nuove interpretazioni dell’estetica di Hegel, in L’estetica di Hegel, a cura di M. Farina e A. L. Siani, Il Mulino, Bologna 2014.
J. Rancière, La partizione del sensibile, DeriveApprodi, Roma 2016.
F. Vercellone, Il futuro dell’immagine, Il Mulino, Bologna 2017.
P. Virno, L’idea di mondo. Intelletto pubblico e uso della vita, Quodlibet, Macerata 2015.

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