Profanare il mito, mitizzare il profano

di DARIO CECCHI 

Il mito profanato. Dall’epifania del divino alla favola mediatica di Fulvio Carmagnola. 

Carmagnola

Hercules (Clements, Musker, 1997).

Con Il mito profanato. Dall’epifania del divino alla favola mediatica, pubblicato per i tipi della rinata Meltemi, Fulvio Carmagnola segna una nuova tappa del suo originale percorso di riflessione all’interno del mondo contemporaneo. Professore di Estetica all’Università di Milano-Bicocca, Carmagnola privilegia, da sempre, un ricercare filosofico volto all’interrogazione del presente e delle sue manifestazioni eminenti. Si badi: molti studiosi si occupano di “filosofia contemporanea”, identificando sotto questa dizione figure, movimenti e scuole riferibili al XX secolo (al più agli ultimi scorci del XIX secolo), andando a volte a sondarne le propaggini nell’ancora “aurorale” XXI secolo. Di regola, Carmagnola non persegue un simile programma di ricerca. Non si occupa dei concetti, dei paradigmi e delle teorie di altri filosofi, viventi o recentemente scomparsi. Come pochi altri insieme a lui, Carmagnola ha intrapreso un “pensamento” in proprio del presente. Si tratta di un’operazione nel corso della quale il suo autore – nel senso forte di un auctor, un iniziatore/accrescitore di una tradizione di studi, e non di un semplice scrittore di libri – incontra naturalmente una serie di “amici” della sua riflessione.

In questa prospettiva, Carmagnola ha dedicato molte delle sue energie, specie negli ultimi anni, a una ricognizione del pensiero dello psicoanalista francese Jacques Lacan, di cui tuttavia egli valorizza piuttosto la proposta teorico-filosofica che non quella teorico-clinica – in linea, mi permetto di aggiungere, con i lettori più attenti e all’attualità di questo pensatore e allo stato dell’arte nel campo della pratica clinica e della ricerca empirica. Nell’ambito di questi interessi lacaniani e psicoanalitici, che si concentrano soprattutto sulla triangolazione tra immaginario, immaginazione e immagine – si colloca anche la direzione della bella e innovativa collana OT/Orbis Tertius per i tipi della Mimesis. La collana è “l’organo di stampa” dell’omonimo gruppo di ricerca incardinato presso l’Università della Bicocca e il cui sottotitolo ci avverte che si tratta appunto di “Ricerche sull’immaginario contemporaneo”. Per quanto riguarda la mia (piccola) esperienza di lettore di cose filosofiche, Carmagnola è stato innanzi tutto l’autore de Il consumo delle immagini, uscito da Bruno Mondadori Editore nel 2006 e che, con il suo riferimento all’avvento di una “fiction economy”, anticipava alcune delle grandi questioni che sarebbero diventate poi moneta corrente degli studi estetici, della riflessione filosofica e, più semplicemente, della nostra esperienza quotidiana, dalla “esteticità diffusa” alla “estetica del quotidiano” – segnalo, per limitarci al contesto italiano, su questo fronte le importanti ricerche e i volumi di Elisabetta Di Stefano e di Giovanni Matteucci – per arrivare al paradigma, ampio e mobile, della “somaestetica”, proposto in ambito pragmatista dal filosofo israeliano Richard Shusterman.

Dropping a Han Dynasty Urn (Ai Weiwei, 1995).

La premessa era doverosa perché, a mio parere, i libri di Carmagnola si comprendono nella prospettiva di una riflessione in fieri. L’ultima fatica dell’autore, Il mito profanato, segna in questo senso una svolta profonda nel suo percorso teorico. La dimensione dell’immaginazione/immaginario e del suo correlato esterno nell’immagine – variamente declinata come icona, simbolo, simulacro ecc. – si apre ora alla nuova frontiera del mito. Non si tratta di un cambiamento di poco conto. Se l’immagine si riferisce a un orizzonte d’esperienza tipicamente moderno – la “guaina” delle merci, potrebbe dire Benjamin – o perlomeno a un asse che tiene insieme antico e moderno, con il ritorno al mito Carmagnola segna il risalimento a una condizione, e una concezione, più arcaica delle forme del pensiero, del vivere in comune e del “fare senso” tipiche dell’uomo.

Uso il termine “arcaico” in maniera neutrale. Seguendo l’imprescindibile lezione di uno studioso troppo presto venuto a mancare come Furio Jesi, Carmagnola ha buon gioco a mostrare che il mito non è un “relitto” del passato o un residuo di un’epoca tramontata. L’autore ricostruisce con grande perizia e finezza, tra l’altro, i contrastati e alterni rapporti – non tanto sul piano personale, quanto sul piano della ricerca e della ricostruzione del fenomeno – tra Jesi e il suo maestro di “mitologia” Károly Kérenyi. Tutto ciò per dire che il mito qui è, per così dire, preso sul serio e non è trattato semplicemente come un concetto d’uso corrente o come una nozione comune, che non richiede ulteriore chiarimento. Compiendo una inevitabile selezione tra i molti paradigmi possibili – ne resta fuori, ad esempio, forse il concetto di “mito d’oggi” di Roland Barthes – Carmagnola tratta il mito, sulla scia di Jesi, come una via attraverso cui configurare le forme dell’esperienza e del pensiero umani. O meglio: il mito è quella condizione – non puramente “trascendentale”, e quindi soggettiva, ma culturale, dunque intrinsecamente intersoggettiva – che permette al pensiero di manifestarsi, che gli dà forma nel suo farsi esperienza del mondo.

La chiave di lettura del moderno emerge ora in tutta la sua chiarezza. La modernità è quell’epoca in cui il mito – ossia, vale la pena ripeterlo, il presupposto intersoggettivo del nostro pensare e fare esperienza – è sottoposto a una costante condizione di “profanazione”. Non esiste mito moderno se non come mito profanato. La brillante tesi – o meglio ipotesi di lavoro e di indagine empirica dei territori della modernità contemporanea – svolta da Carmagnola si apre così a un’alternativa, non risolta dall’autore, ma condivisa con il lettore, come compito di pensiero comune. Da una parte, si apre la possibilità di pensare una pratica della profanazione che si svincoli progressivamente, ma in maniera sempre più radicale, dal riferimento al mito. È la linea più squisitamente benjaminiana, e agambeniana, del saggio, testimoniata, tra l’altro, dal saggio in appendice di Stefano Marchesoni. Dall’altra parte, si apre la possibilità di pensare la profanazione come una nuova “fabbrica” di mitologie del contemporaneo, da cui ricavare modelli e stili di comportamento. È la linea più adorniana, quella che individua un sostituto della classica “industria culturale”. Su questo crinale si gioca, forse, il delinearsi di una nuova alternativa estetico-politica tra modi dell’estetizzazione (della politica) e modi della politicizzazione (dell’arte, o meglio oggi delle immagini).

Rompere gli specchi per creare universi (Pistoletto, 2009).

Riferimenti bibliografici
F. Carmagnola, Il mito profanato. Dall’epifania del divino alla favola mediatica, Meltemi, Roma 2017.


* In copertina particolare dell’opera di Stelios Faitakis Imposition Symphony (2011).

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *