La carne del desiderio

di PIERANDREA AMATO

Sul IV volume della Storia della sessualità di Foucault. 

Foucault

Egon Schiele, Self Portrait with Physalis, 1912. 

In un piccolo tesoro della filosofia del primo Novecento, Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo (1996), un trattatello di carattere antropologico e politico, un giovane Emmanuel Levinas concepisce un formidabile strumento d’orientamento per decifrare la logica interna del nazismo: il regime hitleriano opererebbe una sistematica spiritualizzazione del corpo.

Che significa? Che il corpo per i nazisti condensa l’unità virtuosa di materia e spirito, un patto d’acciaio, che fa del corpo un fenomeno meta-fisico. Non più ostacolo, quindi, come pensa già Socrate, per l’affermazione dello spirito, ma sua virtuosa manifestazione. Tutto ciò implica, nelle pagine di Levinas, una saldatura imponente tra la propria contingenza fisica, l’esistente cui siamo inchiodati, e la storia. Nel corpo, in altre parole, si consumerebbe un’implicazione tra natura e storia che renderebbe illegittima qualsiasi ipotesi di rovesciamento politico e sociale dell’ordine esistente. Il biologico nel nazismo in questo senso, con il suo classico corredo di sangue, etnia, eredità, diventa l’epicentro della vita spirituale. Per questo motivo Levinas può scrivere: «L’essenza dell’uomo non è più nella libertà, ma in una sorta d’incatenamento» (1996).

Essere uomo, per la filosofia del nazionalsocialismo, vuol dire essere incatenati al proprio corpo perché la vita coincide in tutto e per tutto con le sue esigenze; senza alcun resto e residuo. Il corpo, in questa maniera, non ha più soltanto una caratura organica, ma diventa un’idea destinata a separare chi possiede questo corpo e chi ne è privo. Insomma, il corpo spiritualizzato è il motivo cardine del razzismo nazista.

Sono partito da Levinas perché mi sembra un’utile premessa, persino indispensabile, per inquadrare agevolmente ciò di cui vorrei parlare; vale a dire, del ruolo della carne nella (filosofia) politica del Novecento. Più precisamente: vorrei valutare, attraverso alcune indicazioni di Michel Foucault, in occasione della pubblicazione del suo libro postumo, Les aveux de la chair (2018), la tensione che intercorre tra l’ente-corpo cui siamo consegnati, e si offre come oggetto pensabile e governabile nel mondo, e ciò che, invece, veramente esiste: la carne che noi stessi siamo. La vicenda, in termini generali, riguarda innanzitutto il Foucault della nozione della biopolitica; ossia, quando a metà degli anni settanta del Novecento, rivoluzionando l’immagine del potere moderno, depotenziando e ridimensionando la sua matrice giuridica, Foucault rivela la sua attitudine principale: un radicale investimento sui corpi. Vale a dire: diventa chiaro il materialismo che alimenta qualsiasi caposaldo della politica; dunque, piuttosto che teologia e diritto al fondamento del politico moderno, materia.

Andiamo rapidamente al punto: nelle celebri analisi del potere organizzate da Foucault, uno dei problemi tradizionalmente più spinosi è l’individuazione di forme di resistenza, le cosiddette contro-condotte, che non siano già integrate nell’intelaiatura di un tipo di bio-potere in grado di governare adoperando persino la libertà come strumento di controllo (vedi, a tal propostito, il ciclo di lezioni del 1979 al Collège de France, Nascita della biopolitica). Si tratta quindi d’individuare forme di congedo dal potere che rappresentino effettivamente una presa di distanza, perché slegate dalla volontà di un soggetto che, seppure provasse a ribellarsi, fatalmente resterebbe invischiato nella logica che lo costituisce. Insomma, come possiamo rifiutare ciò che siamo diventati, in modo da eludere la costituzione del soggetto moderno educato tramite sofisticate e non di rado occultate pratiche d’assoggettamento? La carne è una delle risposte di Foucault.

L’intera architettura del potere moderno, la cui filiazione dalla pastorale cristiana è uno dei compiti che Foucault tenta di dimostrare nelle sue ricerche degli anni settanta, è una vastissima galassia di tecniche, procedure, dispositivi, perché il corpo sia in grado di soffocare ciò che non si lascia facilmente sequestrare perché non risponde a nessuna precisa forma d’individualizzazione: la carne. La medicalizzazione della vita politica moderna, che recepisce la logica delle pratiche della confessione cristiana, è proprio un tentativo di normalizzazione delle funzioni del corpo attraverso la sua integrazione in una serie di spazi istituzionalizzati che devono tenere a bada la carica rivoltante della nostra esistenza; la sua tensione, potremmo dire, fatalmente ferina. Insomma, l’alleanza tra la Chiesa romana e i nuovi poteri moderni (innanzitutto lo Stato) si basa su un complesso di tecniche che prescrive, come dimostra Foucault nel celebre La volontà di sapere (2013), nella confessione della carne. Vale a dire, tutto ciò che resiste all’impero dell’“obbedienza per l’obbedienza” concepito dalla pastorale cristiana. In questa costellazione biopolitica, che dominerebbe la logica del progetto moderno, le convulsioni della carne, la sua costitutiva refrattarietà alla regola, diventa la ragione per cui il corpo va iscritto in una galassia di spazi disciplinari dove verificare che tra il corpo, come ciò che il potere gestisce, e la carne, sia spezzata qualsiasi contiguità.

Foucault

Egon Schiele, Il cardinale e la monaca, 1912.

In effetti, la pastorizzazione del corpo, e poi la sua medicalizzazione, si comprendono soltanto tenendo a mente il ruolo della carne come ciò che istintivamente rigetta la regola. È in particolare in un ciclo di lezioni al Collège de France della metà degli anni settanta, Gli anormali (2000), che il problema della carne si prende la scena nell’indagine foucaultiana intorno alle tecniche con cui gli uomini in Europa sono effettivamente governati.

Nello specifico, secondo le intuizioni de Gli anormali, la stregoneria a cavallo tra il Medioevo e l’inizio dell’età moderna, una forma di resistenza contro la logica dell’inquisizione, sprigionerebbe quel grappolo di esperienze in grado di rilevare il fondo di una rivolta contro la mortificazione della carne invocata nell’ordine del discorso della Chiesa romana: «La carne convulsiva è l’effetto di resistenza della cristianizzazione a livello di corpo individuali» (2000). Foucault insiste molto su un punto: questa auto-esclusione si rivela pienamente “involontaria”, fuori dal dominio del soggetto, che piuttosto è preso in ostaggio dalla propria carne. Insomma, nella carne, il soggetto del desiderio, l’oggetto di qualsiasi investimento biopolitico da parte del potere, destituisce l’oggetto stesso su cui insiste il potere: il soggetto, appunto.

Dunque, la carne, contro ogni sua riduzione fenomenologica, sarebbe il terreno in cui, nell’universo biopolitico svelato da Foucault, potrebbe emergere uno scollamento tra la presa in cura della vita e l’occasione di uno scarto, di un’infrazione. La carne in Foucault, in questo senso, sarebbe il nome di tutto ciò che nel corpo si ritrae al governo del corpo; lo spazio in cui il soggetto/oggetto del potere rischia di smarrire il controllo del corpo. Non è una semplice passione somatica, o il carattere di qualsiasi istinto qui in gioco. Ma molto di più: una ritrazione persino involontaria alla cattura del potere.

Rispetto al quadro spiccatamente politico degli anni settanta, Les aveux de la chair (2018), di fatto terminato da Foucault negli ottanta, ma soltanto oggi disponibile, adotta una prospettiva solo apparentemente più rarefatta perché, in realtà, ponendo sempre il problema della formazione di un soggetto libero (emancipato innanzitutto dal carattere regressivo dei propri desideri), dimostra come la carne, nell’economia del discorso foucaultiano, rappresenti un punto d’intersezione teorico cruciale. Les aveux de la chair, d’altronde, è un’eredità diretta della ricerca foucaultiana degli anni settanta; recupera in particolare lo spirito di uno dei volumi immaginati da Foucault nel 1976 al momento della pubblicazione di La volontà di sapere; ossia, La chair et le corps.

Il programma del ’76, in effetti, prevede, per completare la Storia della sessualità, oltre al volume del ’76, altri cinque testi; in realtà nessuno di essi vede la luce. Nel 1984, l’anno della morte, Foucault, avendo nel frattempo modificato radicalmente il proposito iniziale (innanzitutto perché l’ispirazione genealogica della sua ricerca sul soggetto del desiderio sfonda i limiti storici della prima ipotesi legata al moderno, iniziando la perlustrazione della sua formazione nell’antichità), riesce a licenziare L’uso dei piaceri e La cura di sé ma non fa in tempo a rimaneggiare e ultimare Les aveux de la chair che resta quindi, per oltre trent’anni, un libro di cui tutti conoscono l’esistenza ma che di fatto ha il carattere di un fantasma. Ma i fantasmi, come sappiamo da tempo, prima o dopo, e grazie al cielo, si materializzano.

Les aveux de la chair, diviso in tre capitoli, La formation d’une nouvelle expérience, Être vierge (il capitolo più affascinante, prezioso e finanche divertente del volume), Être marié, è un’esplorazione genealogica delle pratiche che costituiscono, mediante diverse forme d’ascesi, soggettività in grado d’accedere alla verità incastrando il corpo in una trama di dispositivi capace di depotenziarne la natura rivoltante. Tutto ciò, evidentemente, passa attraverso l’esperienza della carne: «La carne è da comprendere come un modo d’esperienza, ossia, come un modo di conoscenza e di trasformazione di sé attraverso sé, in funzione di un certo rapporto tra annullamento del male e manifestazione della verità» (2018, p. 51).

Regole di contenimento dei desideri, direzioni spirituali, ordini da eseguire per quanto palesemente ingiusti, il governo delle condotte sessuali, sono il terreno che Foucault studia per individuare la mortificazione della carne, laddove la posta in gioco è modellare un corpo spiritualizzato e dove si determinano, tra ellenismo e Medioevo (Foucault discute, tra le altre, le opere di Tertulliano, Galeno, Clemente d’Alessandria, Origene, Giovanni Cassiano, Sant’Agostino), le condizioni di quell’interiorizzazione della regola che costituisce il baricentro di qualsiasi funzione di governo pastorale e la condizione «de la non-révolte» (2018, p. 123). Foucault, in sostanza, mette in luce che l’ordine dei discorsi cristiani intorno alla temperanza, all’astinenza, alla castità, regole concepite per evitare qualsiasi disobbedienza della carne, servono a determinare la costituzione di un soggetto in grado d’accedere alla verità piegando il corpo alla volontà di un soggetto in grado idealmente di tenere tutto, innanzitutto sé stesso, sotto controllo.

Foucault

Egon Schiele, L’abbraccio, 1917.

Riferimenti bibliografici
E. Levinas, Alcune riflessioni sulla filosofia dell’hitlerismo, Quodlibet, Macerata 1996.
M. Foucault, Gli Anormali. Corso al Collège de France (1974-1975), Feltrinelli, Milano 2000.
Id., Nascita della biopolitca. Corso al Collège de France (1978-1979), Feltrinelli, Milano 2005.
Id., La volontà di sapere. Storia della sessualità 1, Feltrinelli, Milano 2013.
Id., Les aveux de la chair. Histoire de la sexualité 4, Gallimard, Paris 2018.

*In copertina Egon Schiele, Sitzender Rückenakt, 1917. 

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