Tu, solamente tu, esisti

di CECILIA CRUCCOLINI

Counterpart o il doppio che seduce la fantascienza.

Fra gli chassidim si racconta una storia sul
mondo a venire, che dice: là tutto sarà proprio
come è qui. Come ora è la nostra stanza, così
sarà nel mondo a venire; dove ora dorme il
nostro bambino, là dormirà anche nell’altro
mondo. E quello che indossiamo in questo
mondo, lo porteremo addosso anche là. Tutto
sarà com’è ora, solo un po’ diverso.
Ben Lerner, Nel mondo a venire

 

Howard Silk è un impiegato modello dell’Agenzia, un austero e mastodontico edificio di Berlino dagli accessi rigidamente controllati. La sua routine alla cosiddetta Interfaccia è spersonalizzante e monotona: ogni giorno, in una stanza di sicurezza, Howard si trova faccia a faccia con un suo omologo dall’altra parte di un vetro col quale deve verificare occorrenze di parole apparentemente banali, estrapolate da conversazioni di cui non sa la provenienza. Persino lo scopo del suo lavoro gli è ignoto e quando tenta di estinguere la frustrazione con un salto di carriera viene sbrigativamente rimesso al suo posto. È un burocrate prezioso per l’Agenzia, va d’accordo con tutti e non ha mai commesso alcuna infrazione. Senza troppi scossoni Howard si rassegna e torna a occuparsi del proprio dramma recente: l’amata moglie Emily è stata investita da un’auto ed è entrata in coma. La famiglia di lei fa pressioni per trasferirla in Inghilterra, togliendola alle cure premurose del marito il quale ogni sera, con una dedizione mite e devota speculare a quella nel proprio lavoro, le porta dei fiori sempre nuovi e le legge poesie nella speranza che si risvegli. Una di queste è di Rainer Maria Rilke: «Tu, solamente tu, esisti». D’ora in avanti si assisterà allo smantellamento di questo assioma e l’esistenza del mite Silk sarà stravolta dalla scoperta di un altro sé e di un mondo parallelo.

Nella serie tv statunitense Counterpart, creata da Justin Marks e lanciata a dicembre scorso, l’aggettivo “kafkiano” è in grande spolvero. Merito dell’aderenza quasi epidermica di J.K. Simmons al protagonista e soprattutto della capacità dell’attore di far presa nelle situazioni che lo invischiano nel confronto-scontro con il proprio detestabile doppio. L’altro Howard proviene dalla copia del mondo e conduce una vita quasi parallela all’originale. La consistenza del “quasi” è fonte di spiazzamento per Howard e per noi che insieme a lui ci arrovelliamo sui frangenti della sua esistenza che per un singolo evento – il riferimento a Sliding Doors (Howitt, 1998) è un riflesso spontaneo – hanno inaugurato il deragliamento del suo doppio verso una vita opposta alla sua.

L’altro Silk infatti è fisicamente identico a lui ma ne incarna una sorta di gemello cattivo per l’arroganza e i pochi scrupoli, tanto quanto il primo Howard incarna per il secondo una completa delusione per la sua ripetitiva e prevedibile esistenza. Nell’altra parte la relazione con la moglie è un fallimento di ripicche continue, mentre nel lavoro è diventato un agente per la sottodivisione segreta perfino tra i colleghi di rango: il suo compito è di recuperare i trasgressori che attraversano i mondi. Da quando è stato scoperto il varco infatti, l’una e l’altra Agenzia lo tengono nascosto impedendo ogni infrazione e contrabbando, anche se l’ultimo album di Prince, ancora in vita nell’altro mondo, rischia di raggiungere il primo proprio nelle mani di un loro impiegato.

Ma come è iniziata la vita dall’altra parte? Nel 1987, durante la guerra fredda, gli scienziati del lato est hanno condotto degli esperimenti che hanno provocato sotto l’edificio l’apertura di una faglia – l’Incrocio – e coincidente a questa il mondo si è duplicato. L’Altra parte non esisteva prima della scoperta del varco: nessuno sa ancora come, o forse il come viene nascosto. L’Altra parte è quindi un mondo identico al primo dove vive la controparte di ciascun abitante. Spionaggio e controspionaggio dell’Agenzia di entrambi i “lati” hanno il compito di mantenere «il più importante segreto della storia umana» a ogni costo. Il varco viene tenuto aperto per le attività diplomatiche segrete, finalizzate allo scambio di informazioni su scoperte scientifiche, invenzioni tecnologiche, risorse. L’Altra parte infatti, si è allontanata sempre più nel proprio sviluppo dalla prima. Come in una perfetta ucronia à la Philip Dick (basti pensare a La svastica sul sole e all’omonima serie tv), ci viene presentato un mondo dove non solo il corso delle vite delle persone ma anche lo sviluppo economico, tecnologico e culturale è stato radicalmente diverso e tali divergenze sono una fonte efficace di quello straniamento cognitivo (Suvin 1986) proprio della fantascienza: la tecnologia dei telefoni dell’Altra parte non si è evoluta fino ad avere gli smartphone, ma sono riusciti a trovare una cura per l’Aids.

A spiegare la progressiva divergenza dei mondi secondo alcuni c’è un evento drammatico avvenuto dieci anni dopo la scoperta dell’Incrocio. Nel 1996 un’epidemia influenzale provocata dal “virus di Monaco” trasmesso dai suini, ha sterminato in quattro anni il 7% della popolazione dell’Altra parte. Da allora le misure igieniche seguono leggi restrittive, come l’obbligo di denunciare chi manifesta dei sintomi e non si fa curare: all’aperto si indossa una mascherina, non ci si stringe più la mano e non si mangia carne suina, mentre uno spot al cinema recita “Non segnalare una malattia è un crimine”, in un riuscitissimo trionfo paranoide post-Fukushima. Come un riflesso deformato del primo mondo, l’altra parte si rivela distopica e inquietante.

L’epidemia che ha devastato l’Altra parte ha spinto una frangia radicale e clandestina a credere che sia stata causata volontariamente dal primo mondo con l’obiettivo di distruggerli. Mentre la Direzione ne è all’oscuro, alcuni fanatici fondano il progetto “Indigo” nato per vendicarsi. Il piano consiste nell’addestrare sin da piccoli gli orfani e le orfane dell’epidemia per farne dei soldati da infiltrare, una volta adulti, nelle vite delle proprie controparti, eliminate prima della sostituzione. Nella cosiddetta “Scuola” vengono insegnate la storia e la cultura del primo mondo, dalle leggi alle abitudini alimentari, e le vite delle proprie controparti – chiamate “ombre” – che i bambini devono imitare in ogni minimo dettaglio fisico e comportamentale, rivivendo quello che accade ai primi per una sostituzione impeccabile. I giovanissimi e giovanissime devono dunque abdicare alla propria identità e inclinazioni personali, coltivando una rabbia omicida nei confronti di chi, come gli viene detto, ha ucciso le loro famiglie. Così, all’incidente che porta alla frattura delle gambe di una bambina nel primo mondo, deve corrispondere lo stesso tipo di rottura degli arti inferiori della controparte, con un’operazione senza anestesia per ricreare nella maniera più aderente possibile anche il dolore.

L’Howard Silk dell’altra parte deve suo malgrado coinvolgere la propria “copia” per agevolare i vari passaggi da una parte all’altra nel tentativo di sventare gli attentati. L’escalation di menzogne, cospirazioni e omicidi, gli scambi e le sostituzioni degli agenti di una parte e dell’altra con le proprie controparti, coincide con l’evoluzione non meno traumatica del rapporto tra Howard e la propria odiata controparte che coinvolge anche le rispettive Emily. Eppure, la necessità di vestire l’uno i panni dell’altro, li porta a riflettere su ciò che della propria vita ha determinato quello che riconoscono, chi più chi meno, una versione fallita di se stessi. Dal conflitto sempre più aperto tra un Dottor Jekyll e Mister Hyde compresenti, scopriamo che alcuni loro tratti coincidono, per cui pulsioni identiche sono assecondate in uno e represse nell’altro.

Gli elementi tipici della spy story sono calati nel fantascientifico, così da complicare un intrigo da spie con la teoria degli universi paralleli, nell’ennesima declinazione del classico del doppio. Lo spettatore viene sfidato continuamente nel tenere conto non solo di chi mente a chi e perché, ma anche a ricordare i vari rapporti e le differenze tra i protagonisti e le controparti. Questo gioco si arricchisce ironicamente con il cast, nel quale riconosciamo Liv Lisa Fries e Leonie Benesch, che avevamo già incontrato a Berlino ma durante gli anni venti in Babylon Berlin (Bryan Ferry, 2017), serie che, come è stato suggerito, mostra quanto sia difficile rappresentare la città tedesca durante gli anni venti senza restituirla come moltiplicata, frantumata. In Counterpart, Berlino come città del sommerso, della molteplicità di livelli sembra riproporsi nuovamente ma lo fa qui per ribadire il gioco del doppio, riproposto allo spettatore con le scene di passaggio attraverso l’Incrocio – inevitabile non pensare ai tunnel storici clandestini per raggiungere l’altra parte del Muro durante la guerra fredda – o con le inquadrature che vedono i personaggi spesso percorrere corridoi, scalinate, scale mobili, salire e scendere da treni e metro.

Se proviamo a pensare all’Agenzia come luogo eterotopico (Foucault 2006) che permette al nostro mondo di accedere a un altro, abile nel metterlo in discussione e in scacco, con le nostre controparti che ci somigliano in tutto ma non davvero fino in fondo, arriviamo a chiederci quello che il giovane capo dell’agenzia fa rivolgendosi a Clare dopo aver scoperto la sua doppia identità di moglie perfetta e spia: «Dov’è che finisce mia moglie Clare, e inizi tu?». E poi la copia del mondo crea sconforto, confusione, invidia. Uno dei personaggi afferma che «La tentazione, il fatto di sapere cosa c’è di là devasta le persone» e, con un parossismo che conferma quanto Berlino sia un luogo incapace di slegarsi nell’immaginario dalla propria storia più drammatica «dovremmo costruire un muro e non tornare più».

Ma il sospetto è che l’altra parte sia solo un’illusione e che sia sempre esistito un solo mondo e un solo Howard, come la sicaria Baldwin lo avvisa: «Non puoi fuggire da ciò che sei». Nell’ultimo episodio l’Howard “buono” uccide un uomo per difendersi, un atto del quale non si considerava capace, mentre l’altro torna dall’altra Emily in ospedale, per leggerle poesie. Pur sapendo immaginare nuove versioni di noi stessi, siamo incapaci di prendere le distanze da ciò che siamo, cioè da quella che crediamo essere la nostra parte più profonda e vera, ammesso che esista. Ascoltiamo l’altro Howard che legge ancora Rilke: «Tu, soltanto tu, esisti». La frase dell’esordio ora ci sembra plausibile solo come una domanda che ci terrà occupati per tutto il tempo che ci separa dalla seconda stagione.

Counterpart doppio fantascienza

Riferimenti bibliografici
M. Foucault, Eterotopie, Cronopio, Napoli  2006.
D. Suvin, Le metamorfosi della fantascienza, Il Mulino, Bologna 1983.

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