Il carnevale dei sentimenti

di VALENTINO SACCÀ

Glow 2 di Liz Flahive e Carly Mensch.

Glow Quella tendenza estetico-politica che è stata definita hard body, e nel cinema di azione statunitense anni ottanta ha ridefinito i paradigmi linguistici di una certa produzione mainstream, si è poi riverberata sullo stato sociale e l’opinione pubblica generando una controparte femminile. Il cinema new-hollywoodiano, di trenta anni fa, ha scolpito i suoi status quo tanto nei muscoli luccicanti quanto nei tailleur di signore in carriera, e Glow ribadisce questo concetto, ma guarda anche oltre. Partito quasi come una sfida lo scorso anno, Glow non solo rilancia i potenti characters precedentemente esposti, ma riesce persino ad approfondirli superando il concetto di mascolinizzazione della donna e soprattutto il rovello sul quale poggiava la prima stagione, la traduzione del corpo femminile da slogan a soggetto. Si diceva del carrierismo anni ottanta di tanto (troppo) cinema americano di trenta anni fa, in cui emergeva il concetto che definirei hard body female.

Prendiamo ad esempio Skin deep, capolavoro autunnale di Blake Edwards, in cui lo scrittore playboy John Ritter finisce a letto con una culturista e prima del rapporto esclama: “Mi sento come la moglie di Schwarzenegger!”. Battuta fulminante che racchiude in sé la femminilizzazione del maschio americano di fronte al modello dell’hard body female. Concetto che si è trascinato fino ai primi anni novanta, vedi Mrs Doubdtfire in cui Robin Williams si fa “mammo” mentre la moglie tenta la scalata lavorativa. Tornando a Glow questa estetica hard body female nella prima stagione era il riscatto sociale per un gruppo di donne, ora le stesse rischiano quasi di perdere la propria identità alla quale si è sostituita quella esibita nello show di wrestling in cui lavorano. Uno dei motivi innovativi di Glow 2 è proprio questa finzione del reale, questo gioco pericoloso di indossare il proprio doppio da ring anche nel quotidiano. Concetto che viene immediatamente mostrato dalle prime puntate quando il gruppo di lottatrici decide di girare il nuovo spot promozionale.

In questa sequenza non vediamo Ruth, Debbie o Tammè, ma Zoya, Liberty Belle e Welfare Queen aggirarsi tra gli scaffali di un grande magazzino, recitando il proprio clichè davanti a persone comuni intente a fare acquisti. Il sapore che regala tale segmento è quello della candid camera in cui consapevolezza della finzione da parte di chi recita e stupore da parte di chi osserva si scambiano senza soluzione di continuità. Fingere la quotidianità ibridando il vero con il falso, questo è uno dei motivi portanti di Glow 2, che molte volte viene a crearsi come tacito accordo tra le parti. Liberty Belle e Welfare Queen sono acerrime nemiche sul ring e quando decidono di cenare insieme prima dell’incontro lo fanno mantenendo fede ai propri ruoli spettacolari, realizzando non un semplice incontro tra colleghe ma tra due personaggi televisivi che sanno di essere amici-nemici.

Quello di fingere è un atteggiamento che si riscontra non solo nelle lottatrici ma anche in altri personaggi della serie. Prendiamo ad esempio Justine che da quando ha scoperto nello scalcinato regista Sam il proprio padre vive a casa sua e non fa che mentirgli, mantenendo lo spirito ribelle che ogni adolescente adotta con il proprio genitore. Fingendo di comportarsi in un modo e facendo in realtà l’opposto, Justine risulta quindi coerente al proprio cliché di teenager. Lo stesso vale per Sam, il quale inadeguato a ricoprire il ruolo paterno finge di essere non solo un buon padre ma anche madre modello, tentando d’impiegare la manualistica del genitore, ma facendolo in modo così goffo e a lui inadatto da creare una parodia delle azioni paterne/materne, svolte però con sincerità e affetto.

Non si sa bene dove il vero diventi parodia e dove il cliché venga sostituito dalla realtà affettiva, morale e sentimentale. Questa continua sostituzione del dato artificiale a quello reale è spesso sintomo di sconfitta personale e amarezze esistenziali. L’identità umana si smarrisce in un turbillon di drastica sovraesposizione mediatica, che spersonalizza l’individuo svuotandolo dei propri significati profondi. Riflessione arguta che si nasconde dietro la spettacolarità glamour e i dialoghi frizzanti quasi per l’intera serie.

Glow

Prendiamo in esame l’ottava puntata (The Good Twin 2×08) in cui gli autori spingono al limite il pedale del parossismo comico, quale metafora di un’epoca in cui la politica era improntata alla caricatura di se stessa, riducendo guerre e scontri politici a farsa mediatica. Non solo Ruth vive in simbiosi con il proprio doppio parodico (ovvero Zoya the destroya), ma per aumentare interesse nei fan dello show viene a crearsi la gemella buona di Zoya, complicando ulteriormente l’unicità identitaria del personaggio. Si crea così una proliferazione mercantile dell’unicum reale, che prosegue con lo spot-spazzatura in cui Welfare Queen reclamizza un suo doppio-bambola, con aggiunta di parodie filmiche (dal war movie al musical).

Insomma l’esasperazione comico-parodica stinge nel grottesco, lasciando scoperte le pieghe dell’amarezza e del dramma umano, fortemente legato a problematiche non solo di gender ma anche razziali. Tammè Dawson/Welfare Queen nasconde al proprio figlio la sua doppia vita, vergognandosi d’interpretare un character razzista all’interno di uno show sportivo. Il figlio viene a sapere di questo programma e va a vedere la madre sconfitta sul ring e umiliata dal pubblico. Glow 2 riesce bene a far emergere questo discorso etnico-razziale spettacolarizzato ai fini di una banalizzazione del problema stesso, riducendolo a divertimento effimero per le masse. Ma gli autori sembrano ricordarci il portato profondamente innocuo del Wrestilg anni ottanta, un carnevale sportivo per le masse che ha come primo scopo quello dell’intrattenimento.

In parallelo alle vite sul ring, vediamo srotolarsi meravigliosamente quelle di donne reali, così forti nel prendere a pugni la società, ma anche fragilissime nel proprio intimo. Debbie separata che dimentica il figlio al nido e lo confessa a Tammè prima del match per il titolo, e lei a sua volta le racconta di quando aveva dimenticato il proprio figlio al supermercato. Una sorellanza che supera le derive sit-com, fortemente marcate nella prima stagione, liberando pienamente il lato soap-operistico della serie. Nella loro solitaria individualità le favolose lottatrici del wrestling, sono donne comuni con le proprie frustrazioni e insicurezze, spesso incapaci di affrontare i fantasmi del passato (il matrimonio fallito di Debbie) quelli del futuro (la ricerca di una stabilità sentimentale per Ruth).

Ruth appare la figura più moralmente integra, ma ha paura di amare e di essere amata, una fragilità sentimentale che attraversa un po’ tutti i characters di Glow, accomunati da una certa insicurezza affettiva. Il bacio sfiorato, mancato, evitato tra Ruth e Sam al ballo è la prova della paura di cambiare da parte di entrambi, di barattare la propria solitudine con un gesto di affetto o d’intima complicità. In questo caso però il posticipare da parte di Ruth il contatto labiale, pare una scelta consapevole e ben ponderata. Il bacio sospeso (accennato da Sam) viene infine elargito da Ruth stessa a Russel, come risarcimento per un mancato appuntamento e dono spontaneo del proprio cuore/corpo di donna.

La chiusa emblematica di questo carnevale dei sentimenti, è il matrimonio tra Britannica e il suo fan numero uno, in cui una volta di più finzione e realtà vanno a braccetto. Britannica per ottenere la green card (come Andie MacDowell nell’omonimo film di Peter Weir) accetta di sposare il suo fan numero uno sul ring. Ma la realtà irrompe nuovamente nello show quando il cronista e produttore Bash si dichiara, a telecamere aperte, deciso a prenderla in moglie. Il fan resta solo e commenta: “L’amore è finzione come il wrestling!”.

Glow 2

Riferimenti bibliografici
P.M. Bocchi, Invasion USA, Bietti Heterotopia, Milano 2016.
F. La Polla, a cura di, “New New Hollywood o Next Generation ?”, in Poetiche del cinema hollywoodiano contemporaneo, Lindau, Torino 2001.

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