La vita a te debita

di FABIO DOMENICO PALUMBO

Il debito assoluto, l’economia della vita di Gianluca Solla. 

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Il titolo della celebre raccolta di liriche di Pedro Salinas La voz a ti debida (1933) potrebbe essere il correlativo poetico dello sforzo teorico di Gianluca Solla nel suo recente Il debito assoluto, l’economia della vita, pubblicato da Edizioni ETS. Si tratta di un volume che, come nel caso di numerose produzioni contemporanee a cavallo tra filosofia e psicoanalisi, intreccia orizzonte freudo-lacaniano e critica alle storture del sistema capitalistico; nel caso specifico, Il debito assoluto compie però un lavoro ulteriore ed estremamente originale, evocando un’intera tradizione iconografica, letteraria e giuridica attorno al nucleo tematico del debito e alla costellazione che mette insieme deficit finanziario e insufficienza della vita, obbligazione e mancanza.

Il punto di partenza dell’analisi di Solla è schiettamente letterario, e richiama l’utilizzo aggettivale del lemma “debito” in Dante e Boccaccio, il “debito amore” del Canto XXVI dell’Inferno e l’“ora debita” del Decameron, da dedicarsi alle occupazioni vitali del mangiare, ballare e novellare. La matrice letteraria si coniuga con un’analisi etimologica dell’aggettivo, discendente dal latino dehibēre; si puntualizza opportunamente che «l’italiano conosce un’altra forma del participio passato del verbo “dovere”, che è quella più ricorrente: l’aggettivo “dovuto”» (Solla 2018, p. 9). La doppia forma aggettivale non è però pleonastica, poiché la cosa “debita” non è la cosa “dovuta”.

Se il “debito” nella sua forma sostantivata allude a un’obbligazione economica, a un prestito da restituire, l’obbligo di un “debito amore” o di una “voz debida” si fonda su «qualcosa al di là di ogni possibile restituzione da parte di un soggetto» (ibidem). Per comprendere appieno questo passaggio bisogna retrocedere etimologicamente alla provenienza del verbo dehibēre da de-habēre: l’operatore linguistico de- indica la provenienza dall’Altro di ciò che occorre al vivente, «questa insensata coincidenza tra ciò che è essenziale, ovvero decisivo alla vita, e ciò che in ogni vita resta inappropriabile» (ivi, p. 10).

È a questo punto che l’inquadramento lacaniano di una simile teoria del debito si palesa con forza. Si tratta, da un lato, dell’affermazione del soggetto come costitutivamente insufficiente, dall’altro, dell’articolazione del suo desiderio a partire dal desiderio dell’Altro. La provenienza dall’Altro di ciò che gli è essenziale spossessa il soggetto, lo qualifica come as-soggettato a ciò che non è proprio. Una tale constatazione, lungi dal connotare il deficit in senso negativo e alienante, “disaliena”, nel senso lacaniano di Funzione e campo (Lacan 1974, p. 297), il soggetto, mettendo in gioco il pendolo del desiderio, presenza/assenza, debito/eccesso, posto vuoto e occupante senza posto. Come nella bottega della Pecora di Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò, l’oggetto (del desiderio) si sposta sempre di una casella, o come nel racconto di Poe, la lettera (rubata) manca sempre al suo posto.

Quest’idea del difetto come eccedenza vitale, dell’immanenza del desiderio come fondata sul suo anelito, coniuga in qualche modo Deleuze e Lacan, o più semplicemente propone una “clinica dell’immanenza”, dal titolo di uno dei capitoli finali del libro di Solla, per cui se il desiderio “non manca di nulla” è perché il soggetto non può possedere alcunché di essenziale. Questo cortocircuito, che ricorda molto le acrobazie carrolliane del “troppo” che è sempre “troppo poco”, della “marmellata la vigilia e l’indomani, mai oggi”, dà il senso di un debito irrisolvibile, inesigibile, sempre aperto – concetto terribilmente controintuitivo nell’epoca in cui lo spazio del desiderio, il plus-godere tra mancanza ed eccesso, è stato chiuso in una scatola e barattato col plus-valore (Vighi 2018). 

L’opera di disalienazione, nel restituire il soggetto a un’economia del debito che è un’economia del desiderio, lo conduce al punto di massimo svuotamento per riconsegnarlo alla potenza del desiderio (Recalcati 2012, p. 81). La ricchezza della vita richiede la perdita di ogni pretesa di possesso, il riconoscimento di un debito inemendabile del soggetto nei confronti dell’alterità: «Il desiderio dell’uomo trova il suo senso nel desiderio dell’altro» (Lacan 1974, p. 261), non c’è erotica senza perdita di padronanza.

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L’Argent (Bresson, 1982).

Come detto, Solla affianca all’orizzonte filosofico e psicoanalitico una complessa serie di rimandi, a partire dai quali la storia economica può essere riletta alla luce della molteplicità di accezioni del debito. Se il denaro si presenta come una forma di scrittura della mancanza e la religione come rappresentazione della colpa, l’idea di un “debito assoluto” si smarca dall’orizzonte di una possibile estinzione-espiazione per aprire il soggetto alla prospettiva paradossale della «presenza di qualcosa che non si possiede e che deriva da altri» (Solla 2018, p. 13). Il vitale qui non è il sostrato su cui si installa il debito, ma ciò che permette alla vita di farsi vita.

Non si è “indebitati” verso qualcuno o qualcosa, non vi è la possibilità di un redde rationem: non poter rendere conto o quantificare il dovuto significa che si è al di fuori della contabilità finanziaria e responsabili solo di fronte al proprio desiderio. Qui si chiarisce la distanza di una simile prospettiva da qualsiasi versione “nostalgica” del desiderio come mancanza che preclude il godimento. Il debito assoluto non indebita infatti senza rendere al contempo possibile la convergenza di desiderio e godimento nel segno dell’esposizione alla propria singolarità irriducibile e all’esistenza reale dell’Altro. Come nel caso delle 3.80 corone dell’Uomo dei topi, il problema di ciò che è mio senza essere mio è la questione del testimoniare un’eredità – di affetti, di legami, di amore e di dolore (ivi, p. 147).  

La cultura occidentale, dall’antichità, passando attraverso il mondo franco-germanico medievale, fino all’affermarsi del sistema capitalistico, ha tentato di irreggimentare il debito per imbrigliare il carattere incontrollabile della vita. L’istituto del Wergeld, con la sua possibilità di risarcire un torto, persino l’omicidio, tramite un pagamento in denaro, testimonia della proporzione denaro : oro = vita : sangue (ivi, pp. 36-37). Viene qui alla luce il carattere simbolico tanto del denaro quanto della vita, rappresentazioni rispettivamente di oro e sangue. L’oro che diventa denaro, «come si direbbe in francese, diventa argent» (ivi, p. 43), è espressione della mistificazione dei processi di produzione e della dissimulazione del lavoro dei corpi che producono ricchezza. L’astrazione valutaria che «intristisce la vita» (ibidem) è il rito del “capitalismo come religione” anti-vitale: la vita disconnessa dalla vita e dal senso del debito si consegna alle preoccupazioni borghesi e alle ansie individuali (ivi, p. 42).

L’ansia da azzeramento del deficit che si nutre di «anticipazione del domani e di paura della perdita» (ivi, p. 44) chiude la vita in un orizzonte sacrificale. Sacrificarsi significa qui accettare qualcosa in cambio, rinunciare alla vendetta in cambio dell’oro, all’amore in cambio del potere. Solo uscendo fuori dalla logica delle equivalenze simboliche e non cedendo sul senso di ciò che è insostituibile, si può lasciare aperto il debito. È esclusivamente accettando la non coincidenza della vita con se stessa che il debito si può declinare come eccesso, impedendo così che si prosciughi la fonte del desiderio. Si tratta davvero di reinterpretare la formula “o la borsa o la vita”.

Si sa che la conservazione del denaro richiede lo sperpero della vita, le monete come gocce di sangue da spremere dai corpi dei sudditi, secondo la celebre formula di uno degli emblemi di Alciato “Quod non capit Christus, rapit fiscus”. Il sovrano può accedere alla tesaurizzazione tanto della moneta quanto della vita: in mancanza di denaro, verrà sacrificato il corpo, schiantato dal lavoro in nome dell’utile. La gratuità del vivente non può essere tollerata, ogni goccia di sangue va capillarmente incanalata verso il sovrano. L’umanità, per paura del carattere infinito del sacrificio pagano, della ripetizione mortifera del culto di Cibele, ha rinunciato all’apertura del desiderio barattandola con l’illusione di un debito finito.

Il tratto anti-vitale dell’illusione di restituzione del debito su cui si avvita il capitalismo trova il proprio contraltare nell’erotica del debito assoluto, nella considerazione lacaniana per cui “amare è dare ciò che non si ha”. Si può donare solo in debito, cioè a partire da ciò che non si possiede: è il fondamento infondato del vivente, ciò che non può essere onorato una volta per tutte perché non risponde a una logica di ripianamento di una perdita, ma all’incalcolabilità di «un avvenire che non è futuro» (ivi, p. 128). Non si può calcolare e oggettivare il desiderio, ridurlo a una merce-feticcio che schiaccia il desiderio sul godimento, obbedendo alla manovra perversa di trasformazione dell’umano nella “cosa” inerte della ripetizione.

L’antidoto al divenire-moneta dei corpi, alla loro interscambiabilità in cui scompare la singolarità del desiderio, è lo spalancarsi dell’orizzonte simbolico del debito, che poi è il vincolo inscritto nelle ossa come nel Nome-del-Padre (ivi, pp. 128-129). Il debito incolmabile è il simbolo in quanto coccio spezzato in due che mantiene vivo il legame – l’incontro-evento dell’amore che è tale perché irrompe per rompere con il simile affidandosi all’eteros. D’altro canto, questo legame con l’alterità, non bisogna scordarlo, è inscritto nel soggetto, è la natura estima, interiore-esteriore, del debito assoluto. L’incontrollabilità del sé presenta dunque un carattere perturbante, ha i tratti dell’estraneità del familiare: ciò che in me è più di me.

Non ammettere la possibilità di azzerare il debito, di scambiare il denaro con la vita, secondo l’astrazione calcolante che dal Wergeld conduce alle finanziarie, significa riconoscere il senso originario dello zero, la sua «straordinaria produttività» (ivi, p. 150) di concetto “non-identico a se stesso”, secondo la splendida definizione di Frege ripresa da Solla. Rinunciando ai giochi a somma zero, accettando il carattere impossibile di ciò che apre le nostre possibilità, apriremo un varco nella nebbia soffocante del credito.

Nessuno di noi può vantare titoli di credito né pretendere di restituire il preso a prestito: il debito assoluto è infatti senza oggetto, «è debito di debito» (ivi, p. 159). È dovere niente, dovere lo zero da cui si origina una riconoscenza infinita. Il pendolo tra zero e uno, la “pulsazione”, è ciò in cui il soggetto può essere colto come resto di uno zero, l’oggetto piccolo (a) che dà consistenza al soggetto. È in virtù di questa oscillazione che il soggetto non può darsi come identificazione immaginaria o trascrizione simbolica, ma solo come esperienza del vivente. Non la borsa, ma la vita.

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Riferimenti bibliografici
J. Lacan, Funzione e campo della parola e del linguaggio in psicoanalisi [1953], in Scritti [1966], vol. I, Einaudi, Torino 1974. 

M. Recalcati, Jacques Lacan. Desiderio, godimento e soggettivazione, Raffaello Cortina, Milano 2012.
G. Solla, Il debito assoluto, l’economia della vita, ETS, Pisa 2018.
F. Vighi,
Crisi di valore. Lacan, Marx e il crepuscolo della società del lavoro, Mimesis, Milano 2018.

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