Il sacro è rivoluzionario

di LUCA BANDIRALI

Troppa grazia di Gianni Zanasi. 

troppa grazia

 

 

When I find myself in times of trouble
Mother Mary comes to me
speaking words of wisdom, let it be.

The Beatles, Let it be

 

Una certa tendenza del cinema italiano è caratterizzata dalla narrazione del sacro, e non si tratta di una tendenza recente. Indubbiamente negli ultimi anni questa opzione tematica ha assunto una rilevanza notevole, specie nei grandi racconti della televisione post-network: The Young Pope di Paolo Sorrentino e Il miracolo di Niccolò Ammaniti sono due complesse macchine costruite per accedere alla dimensione spettacolare del sacro, e sotto questo stesso segno si dispone uno dei personaggi più importanti di Gomorra – la serie, Salvatore Conte, sgozzato al termine della processione dei battenti a Minori.

Con approcci ed esiti molto differenti, anche il cinema d’autore ha esplorato il tema: Habemus Papam di Nanni Moretti, Corpo celeste di Alice Rohrwacher, In grazia di Dio di Edoardo Winspeare, Un giorno devi andare di Giorgio Diritti e, andando ancora più indietro nel tempo, La passione di Carlo Mazzacurati, Cuore sacro di Ferzan Ozpetek, Fuori dal mondo di Giuseppe Piccioni. C’è stato poi tutto il percorso di Marco Bellocchio, da L’ora di religione a Sangue del mio sangue, passando per le sue personali interpretazioni dei “casi” Moro ed Englaro. Come detto in apertura, non si tratta di una tendenza recente. Basti pensare a Rossellini quando dice di sé: «Se, come vogliono alcuni, si può parlare di un mio cinematografico itinerario spirituale, direi che Germania anno zero è il mondo arrivato ai limiti della disperazione per la perdita della fede, mentre Stromboli (Terra di Dio) è il ritrovamento della fede» (Rossellini 1987).

Oppure si pensi al saggio intitolato “Santi lo si è solo dopo”, che André Bazin dedica a Cielo sulla palude di Augusto Genina (1949). L’ipotesi che il cinema italiano, crocianamente, non possa non dirsi cristiano, o che più in generale non possa fare a meno di cercare un confronto con il sacro, è un’ipotesi che riaffiora ragionando su film come Troppa grazia di Gianni Zanasi. Come nella serie di Ammaniti, abbiamo qui un intervento mariano in qualche modo rivoluzionario, sempre nell’accezione crociana secondo cui «il cristianesimo è stato la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta: così grande, così comprensiva e profonda, così feconda di conseguenze, così inaspettata e irresistibile nel suo attuarsi, che non maraviglia che sia apparso o possa apparire un miracolo, una rivelazione dall’alto, un diretto intervento di Dio nelle cose umane, che da lui hanno ricevuto legge e indirizzo affatto nuovo». Alba Rohrwacher nella serie Il miracolo è una biologa che studia l’inspiegabile caso di una statua della Madonna che piange lacrime di sangue; nel film di Zanasi è una geometra a cui la madre di Dio appare durante le misurazioni di un terreno edificabile.

troppa graziaIl sacro dunque non è un’aspirazione o l’obiettivo di un percorso generato da una mancanza; è un elemento drammaturgico che irrompe, del tutto imprevisto, e scompagina i piani dell’individuo e della comunità. Questa irruzione è, in tal senso, rivoluzionaria perché estremizza le tensioni valoriali di quella comunità. Il piccolo paese senza nome, efficacemente esemplificativo di un’Italia non metropolitana (la magnifica e poco cinematografata Tuscia), non ha più una classe media, come afferma l’operaio edile interpretato da Elio Germano (una sorta di Giuseppe, che ha vissuto con la geometra e con la figlia di lei); e i forti interessi economici del gruppo che vuole costruire sulle colline del viterbese non trovano inizialmente nessuna opposizione sociale, perché tutti vedono nell’Onda (così si chiamerà il complesso edilizio) un’opportunità di lavoro. La Madonna, che si mostra soltanto alla geometra spingendola ad azioni folli, restituisce di fatto ai lavoratori precari una coscienza di classe; una coscienza rivoluzionaria aiutata in una prima fase dal miracolo (l’acqua che trabocca dalle fogne e dalle fontane e invade le strade del paese) e in ultima istanza direttamente tradotta in azione dei precari stessi tramite il sabotaggio dinamitardo.

Troppa grazia si inscrive dunque in un orizzonte “ecocritico”, una prospettiva di riflessione filosofica sulle conseguenze ecologiche e sociali dell’intervento antropico, a partire dall’analisi di testi narrativi: “L’ecocritica cinematografica può dunque interrogarsi sulla natura dei mondi filmici che il cinema crea, sui modi in cui noi partecipiamo quei mondi e su come questi mondi filmici si rimettano in relazione con la realtà esterna e possano produrre cambiamenti su di essa” (Baracco 2018).

D’altra parte il cinema italiano sul sacro non è quasi mai un cinema affermativo o contemplativo; proprio perché in questi film si genera una “dialettica del sacro” (Dottorini 2010), molto presente nel cinema di Pasolini come opposizione tra il corpo inerme e il potere che lo profana e in generale attributo del cinema in sé, che «non presenta un mondo purificato, altro, sacro; ma lavora incessantemente alla possibilità di una purificazione, anche locale, anche circoscritta, del mondo».

A tale purificazione alludono anzitutto l’acqua dell’inondazione, nella sequenza più rilevante del film, notevolissimo sforzo di dirigere i movimenti di scena non di un attore ma di un elemento della natura, di cui seguiamo i percorsi mediante un travelling di complessa concezione, sonorizzati da una raffinatissima watermusic elettronica di Niccolò Contessa; poi il fuoco dell’esplosione, e infine la visione della grotta meravigliosa, di ciò che andava preservato per essere mostrato alle nuove generazioni, come si vede nella passeggiata che ricongiunge madre e figlia nella scena finale.

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Riferimenti bibliografici
A. Baracco, Soggettività e natura. Il pensiero ecocritico nel nuovo cinema italiano, in D. Fargione, C. Concilio, a cura di, Antroposcenari. Storie, paesaggi, ecologie, Il Mulino, Bologna 2018.
A. Bazin, Santi lo si è solo dopo, in Che cosa è il cinema?, Garzanti, Milano 1973.
B. Croce, Perché non possiamo non dirci “cristiani”, in Discorsi di varia filosofia, Laterza, Bari 1945.
D. Dottorini, La dialettica del sacro, “Fata Morgana. Quadrimestrale di cinema e visioni”, IV, 10, 2010.
R. Rossellini, Il mio metodo. Scritti e interviste, Marsilio, Venezia 1987.

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