Ritorno distopico del soldato dal fronte

di ALESSANDRA AZZALI

Homecoming di Sam Esmail.

Una melodia avvolgente, una palma, piccole luci sullo sfondo, un pesce rosso. La visione si allarga su un acquario con palme finte fino ad includere una conversazione tra una donna e un uomo in uno studio. Lo sguardo esce dalla finestra, si ferma su tre ordinate file di palme davanti a una fontana dove appare un pellicano e, in sovraimpressione, compare il titolo del primo episodio. Così, con un sinuoso piano-sequenza inizia la serie Homecoming (2018 – in corso), che evidenzia tratti di originalità già a partire dalla sua genesi.

Le serie nascono solitamente da sceneggiature originali, romanzi, racconti, fumetti, graphic novel e videogiochi. Homecoming è la prima tratta da un podcast. Pensabile come epigono digitale, ulteriormente smaterializzato, del radiodramma e dell’audiolibro, il podcast rappresenta una forma di narrazione e di intrattenimento in grande ascesa negli Usa, in alternativa al totalizzante predominio visivo dell’esperienza legata allo schermo (si pensi al successo planetario del podcast Serial di Sarah Koenig con tre stagioni e più di 250 milioni di download).

La formula dell’audioserie si profila come una narrazione fruibile con maggiore libertà rispetto a quella dello schermo e, in quanto legata alla sfera della percezione sonora, rappresenta, in termini di scrittura e progettazione, un “concentrato” in grado di creare personaggi, ambientazioni, storie avvincenti, attraverso pochi elementi evocativi e suggestivi all’interno di sviluppi complessi e stratificati, in cui l’alternanza di reale e finzionale, dialogo e pensiero, flash-back e flash-forward è affidata al solo uso di materiali sonori. In questo senso il passaggio dall’audio al video suggerisce possibili spunti di riflessione sul futuro dei rapporti tra podcast come “film da ascoltare” e i “film da vedere”.

Homecoming è dunque in origine un podcast in dodici episodi prodotto da Gimlet Media. Eli Horowitz e Micah Bloomberg, autori del podcast, firmano anche la sceneggiatura della omonima serie tv, mentre la regia è affidata a Sam Esmail, il creatore della visionaria serie Mr. Robot (2015-in produzione). Julia Roberts, al suo debutto nella serialità televisiva, compare nella duplice veste di produttrice esecutiva ed attrice (come Nicole Kidman in Big Little Lies). La serie tv si articola in dieci episodi dell’insolita durata di circa 30 minuti ciascuno, tutti con titoli formati da una sola parola, quasi un lemma, un indizio, una password: Mandatory, Pineapple, Optics, Redwood, Helping, Toys, Test, Protocol, Work, Stop.

Il ruolo determinante dell’elemento sonoro in Homecoming si estende anche alla musica, selezionata da Esmail con scrupoloso spirito cinefilo e affidata a Maggie Philips (Fargo, The Handmaid’s Tale) come music supervisor. I brani appartengono a precise colonne sonore ma, tranne poche eccezioni, non sono riconoscibili e non sono semplici citazioni, bensì funzionano come vere e proprie “ricontestualizzazioni” da fonti come Hitchcock, Pakula, De Palma, Kubrick, Carpenter, Coppola. Così, con l’effetto di amplificare la tensione e definire una dimensione mentale fluida e avvolgente, troviamo Pino Donaggio da Vestito per uccidere (1980) di De Palma, Bernard Herrmann da La donna che visse due volte (1958) di Hitchcock, Ennio Morricone da La cosa (1982) di Carpenter, David Shire da La conversazione (1974) di Coppola e, ancora, musiche dalle colonne sonore di Duel (Spielberg, 1971), 2001: Odissea nello spazio (Kubrick, 1968), Tutti gli uomini del presidente (Pakula, 1976), Il maratoneta (Schlesinger, 1976), I tre giorni del Condor (Pollack, 1975), Carrie – Lo sguardo di Satana (De Palma, 1976), Halloween III – Il signore della notte (Wallace, 1982), fino alla sarabanda di Handel del Barry Lyndon (1975) di Kubrick, che scandisce la cruciale conclusione di un colloquio di lavoro dentro un ufficio dalle porte a vetri.

Homecoming

Sono generi e autori di un cinema che risuona come riferimento evidente nella costruzione di un thriller psicologico dai tratti ipnotici, con lenti e trascinanti piani-sequenza, split screen, atmosfere sospese e dilatate, disseminate qua e là di elementi stranianti, come le palme finte dell’acquario e quelle (forse) vere del giardino, la penna non allineata sul tavolo, il verso di un pellicano dentro un ufficio, la forchetta non parallela al coltello sulla tavola di un caffè. La componente visiva “traduce” il tratto narrativo-evocativo della parola e del sonoro in una dimensione “mentale” dominata da istanze di controllo.

Homecoming è il nome di una struttura governativa in Florida dove si svolge un programma sperimentale di supporto, per aiutare i reduci nel reinserimento nella vita civile. Il programma colloca i soldati in un “processo di reintegro in cui metabolizzare l’esperienza militare per riprendere familiarità con la vita civile in un ambiente controllato”. Julia Roberts è Heidi Bergman, una counselor che lavora nella struttura dove il “10 aprile 2018” inizia a svolgere e registrare colloqui col giovane soldato Walter Cruz (Stephan James), reduce da tre missioni, che accetta di sottoporsi volontariamente al programma, con il preciso intento di lasciarsi alle spalle l’esperienza del fronte e tornare alla vita normale. Quattro anni dopo, nel 2022 (un futuro molto prossimo in un film senza un vero presente), la Roberts vive in un’altra città, fa la cameriera in un ristorante e, quando viene interrogata da un impacciato impiegato del Dipartimento della Difesa in cerca di informazioni sul programma Homecoming in seguito ad un reclamo ricevuto, dice di non ricordare nulla.

Non ricorda o finge di non ricordare? Cosa è successo ad Homecoming? Cosa è successo a Walter Cruz? Intorno a questi enigmi si snoda la vicenda, sviluppandosi su due direttrici temporali che avanzano parallelamente in progressione lineare, con passaggi tra passato e futuro, scanditi da cambi di formato dell’inquadratura e dalla diversa acconciatura dei capelli della Roberts, come ne La donna che visse due volte (un’altra suggestione hitchcockiana affiora nella dinamica di relazione tra Heidi Bergman e Walter Cruz in cui risuonano echi di Io ti salverò).

Il tema omerico del ritorno dalla guerra, combattuta lontano dal proprio Paese, l’odissea di un ritorno a casa come luogo non più ospitale, e le conseguenze del rientro dal fronte sul piano psicologico, esistenziale e sociale, hanno trovato spesso spazio nel cinema americano, come racconto di desolazione talvolta più feroce della guerra stessa: il disadattamento del protagonista di Taxi Driver (Scorsese, 1976), l’impossibilità di tornare alla normalità di The Hurt Locker (Bigelow, 2008), il mansueto smarrimento di American Sniper (Eastwood, 2014), l’abbrutimento indifferente dei giovani reduci de Nella valle di Elah (Haggis, 2007) sui quali viene issata una bandiera a stelle e strisce tragicamente capovolta.

Il dramma del ritorno dei reduci rimane una ferita aperta fino al cuore dell’America trumpiana che inneggia a un paese armato, in costante, compulsivo, assetto di guerra, dalle sparatorie nei licei, per le quali ci si prepara con periodiche esercitazioni scolastiche, al progetto di un monumentale muro difensivo. Nella cattiva coscienza dell’imperialismo americano, “reduce” rimane la parola d’ordine di ogni convenzionale senso di colpa. In Homecoming il tema del reduce è declinato in chiave distopica attraverso un programma di trattamenti sperimentali, con finalità di controllo psicologico e sociale e con inattesi effetti collaterali (Arancia meccanica di Stanley Kubrick). Gli elementi in gioco sono ambiguità del reale, controllo delle coscienze, perdita indotta della memoria, trattamenti sanitari ingannevolmente volontari, uso ineludibile di farmaci e psicofarmaci (raccontati anche da Soderbergh in Unsane e in Effetti collaterali).

Il complotto può essere forse smascherato non da un eroico investigatore o da un giornalista d’assalto, ma da un semplice e innocuo burocrate, un impiegato qualunque che scava nelle incongruenze di una procedura di reclamo. Nel malinconico finale a sorpresa, più che il sogno americano di un “altrove” tranquillo dove ricominciare, è forse proprio la perdita di memoria quanto di meglio si può auspicare in un Paese dove l’ennesima bandiera americana sventola riflessa su un vetro.

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