Houellebecq mon amour

di TOMMASO TUPPINI

Serotonina di Michel Houellebecq.

Serotonina

Sulla soglia dell’eternità (V. Van Gogh, 1890)

La verità è che
un solo essere ti manca
e tutto è morto,
il mondo è morto
e sei morto tu stesso.

 

 

Florent-Claude Labrouste – il protagonista di Serotonina di Houellebecq – non è né giovane né vecchio (46 anni), né ricco né povero (700.000 euro sul conto corrente), né felice né infelice (è triste). Fa l’ingegnere agronomo. Non ha una grande vocazione a stare con gli altri, avverte la noia necessaria di ogni conversazione, discute con diligenza soltanto le questioni tecniche legate alla professione. Non ha amici ma è ossessionato dalle donne e ha avuto diverse relazioni (la più squallida, con la giapponese Yuko, è l’unica che occupa il presente della narrazione, le altre vengono raccontate in flashback). Il grande amore di Florent è stata Camille, stagista diciannovenne che ha conosciuto quando lui era nella trentina. Si sono incontrati alla stazione ferroviaria. Sono andati a vivere insieme ma Florent ha rovinato tutto portandosi a letto un’altra. Rimarrà ossessionato dall’«immagine di Camille che risaliva correndo il binario per precipitarsi, senza fiato, tra le mie braccia». Gli uomini di spirito non hanno paura della banalità.

Se il mondo è la trasparenza delle cose, l’essere amato – ha detto un filosofo – è la trasparenza del mondo. Grazie al mondo le cose traspaiono le une nelle altre, si fanno segno, rimandano, prendono significato, trovano posto, vengono alleggerite dal peso del loro semplice “starsene lì”. Anche il mondo, però, ha bisogno delle cose. Noi cominciamo ad abitare un mondo quando incontriamo una cosa speciale che è capace di aprirlo, squadernarlo, inaugurarlo. Di solito è l’essere amato: sono il suo sguardo, la sua voce, i suoi gesti più spontanei e inconsapevoli a fare il nostro mondo trasparente. Senza l’essere amato il mondo si trasforma «in una superficie neutra, senza rilievo e senza fascino», le cose diventano opache, spigolose, inutili, anche il corpo diventa di piombo e mettere i piedi giù dal letto può rivelarsi un’impresa superiore alle nostre forze.

Dopo aver abbandonato la Monsanto il lavoro di Florent è «definire, sostenere e rappresentare le posizioni dell’agricoltura francese» davanti alle amministrazioni europee. La sua vita è abbastanza dinamica, almeno esteriormente: il ministero gli chiede di fare la spola tra Parigi e la Normandia. Ha una casa delle vacanze in Spagna. Cambia domicilio in continuazione. Dopo la rottura con Yuko decide di prenotare una stanza d’albergo per un periodo indeterminato. I contatti corporei lo infastidiscono, per esempio sentirsi l’acqua addosso. Smette allora di fare la doccia: «Mi sarebbe piaciuto non avere corpo, l’idea di avere un corpo, di dovergli dedicare attenzioni e cure mi era sempre più insopportabile». La mattina usa comunque un guanto insaponato, non vuole diventare un maleodorante clochard. Nell’antichità abbandonare il proprio corpo alla sporcizia era una condizione iniziatico-religiosa, un modo per raggiungere l’estasi. Ma Florent si nega ogni eccesso. Il Captorix – un nuovo psicofarmaco – lo tiene a galla, gli permette di vivere per l’intera durata del racconto in uno «stato stabilizzato, benché tetro». Beve ma mai fino a ubriacarsi (gli capita una volta, insieme a un ex-compagno di studi, l’allevatore Aymeric d’Harcourt). Non si droga, non lo ha fatto neanche da giovane, è soltanto un fumatore: «La nicotina è una droga perfetta, semplice e dura, che non dà nessuna gioia, che si definisce interamente con l’astinenza, e con la cessazione dell’astinenza».

Il passatempo di Florent è cercare d’ipnotizzarsi posando lo sguardo sui flussi d’immagine che lo circondano: talk-show e trasmissioni di cucina, Tour de France, i «quattordici tipi di hummus diversi» nei supermercati, le onde dell’oceano sotto la luna. Non riesce a trovare un luogo e un tempo in cui la vita prende consistenza: «Non si era concretizzato niente, niente mi aveva permesso di credere che avessi un posto per vivere, né un ambito, né un motivo per farlo». Gli unici indizi di un’esistenza diversa, persuasa di se stessa, sembrano essere l’ascolto stereofonico di una canzone dei Deep Purple – «esteticamente il momento più bello della mia vita» –, e l’“infame” vicino di bungalow, l’ornitologo tedesco che in una videoripresa, scoperta da Florent, ha denudato, fatto truccare ed esibire una bambina. Forse ce n’è anche un terzo, quando è testimone della protesta degli allevatori inferociti per le quote latte della UE. Aymeric d’Harcourt è uno di loro. È ancora sconvolto dopo il divorzio dalla moglie e la protesta diventa l’occasione per un gesto estremo: in piedi sul pick-up sfida la polizia e si spara in bocca innescando così uno scontro a fuoco. Neanche la rivolta però è capace di sedurre Florent, in essa non c’è nessun nuovo mondo che si apre, ma solo ira e risentimento. Quando viaggia nei paesini limitrofi, e viene accolto con simpatia da chi conosce la sua frequentazione con il martire, percepisce «una strana atmosfera, quasi Ancien Régime, come se il 1789 avesse lasciato solo tracce superficiali», aspettandosi «che da un momento all’altro uno di quei contadini evocasse Aymeric chiamandolo “il nostro padrone”».

Serotonina

Malinconia (E. Munch, 1894-96)

Niente si concretizza, è impossibile trovare un posto e un motivo per vivere se l’amore manca. L’amore è difficile, è una combinazione di elementi che si dà abbastanza di rado. È necessaria la «base di una certa differenza», un fattore di esotismo reciproco: differenza di nazione, di lingua oppure di età. È a partire da questa differenza che gli amanti possono aprire un mondo. Poi è necessario che essi si dimentichino un poco di ciò che li circonda. Florent sa che avrebbe dovuto insistere con Camille perché lasciasse perdere il resto e lo sposasse. Non lo ha fatto, in omaggio al pregiudizio che nessuno, neanche una donna, deve essere influenzato nelle proprie scelte di vita e che è disdicevole riscuotere gli altri dall’illusione che si possa essere felici altrimenti che nell’amore. Florent incolpa il proprio pudore di avergli fatto mancare l’occasione più bella. Altre avventure e occasioni potrebbero presentarsi in futuro, ma nessuna come Camille: nonostante l’apparenza di blasé, egli pensa in modo molto radicale.

L’ultimo colpo di reni è un progetto folle: Florent ha scoperto lo chalet dove Camille, diventata madre single, vive con il figlio, si nasconde con un fucile dentro l’albergo vicino e pianifica l’omicidio del bambino. In questo modo lei, dopo qualche mese di lutto, tornerà da lui. A che cosa non è costretto un uomo per non crepare di tristezza! Fa per prendere la mira ma rimette il fucile nella custodia e quel che aveva immaginato non accadrà. Scioglie allora gli ultimi nodi che lo tengono attaccato al mondo, «più niente sembrava in grado di frenare la corsa verso l’annientamento». Quando una stretta della politica salutista lo costringe ad abbandonare l’ultimo hotel parigino che accetta fumatori sceglie un monolocale in periferia, dentro una brutta torre di cemento: «Dovevo cercare il vuoto, il bianco e lo spoglio; il paesaggio corrispondeva quasi alla perfezione a quella ricerca, abitare in uno di quei grattacieli era abitare da nessuna parte, non proprio da nessuna parte, diciamo nelle immediate vicinanze di nessuna parte». Dell’appartamento lo convince soprattutto lo scarico interno per l’immondizia il quale, insieme al «nuovo servizio di consegna di prodotti alimentari effettuato da Amazon» gli permette di «raggiungere un’autonomia quasi assoluta», non dovrà più uscire di casa.

Staccarsi dagli altri è un esercizio di ascesi necessario per chi scrive. Uno scrittore ricerca la solitudine, sa che lo renderà capace di immaginare altri mondi, come hanno fatto i reclusi della letteratura francese, Sade, Blanqui, Proust. Lo scrittore riannoda i fili dell’esperienza dopo averli separati. Ha fiducia che la solitudine, dopo aver disfatto l’amore, lo ricrei. Florent, invece, ripone tutta la sua fiducia nell’immediatezza dell’amore vissuto. Per smettere di essere triste e solo, si getterà dalla finestra.

Il suicidio – ha detto un altro filosofo – non è un segno di coraggio, è una viltà, ma di tutte le viltà è la più piccola. Siamo vili quando ci leghiamo agli altri in qualsiasi modo diverso dall’amore, fingendo che sentimenti blandi – l’amicizia, il rispetto, la compassione, l’ambizione – possano prenderne il posto. Il suicida è meno vile di così, ma rimane vile, gli mancano la pazienza che il mite usa per raccogliere «tutti i segni» dell’amore e il coraggio dello scrittore che, nella solitudine, crea. La scrittura tira fuori dalle cose il mondo dell’amore se rifiuta la viltà, se diventa scrittura solitaria. La scrittura di chi ha visto distrutto il proprio amore riesce a pensare l’amore in modo nuovo. Questa scrittura è atto di coraggio, la fiducia che una vita ha in se stessa, l’amore di Houellebecq.

Serotonina

Il telescopio (R. Magritte, 1963)

Riferimenti bibliografici
M. Houellebecq, Serotonina, La nave di Teseo, 2019
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