La complessità di Sanremo

di LUCA BARRA

La 69esima edizione del Festival di Sanremo.

Macché canzonette, leggerezza, o disimpegno: il Festival di Sanremo è una cosa seria. Giunti alla soglia fatidica della settantesima edizione (la prossima), non ci sono più scuse. Esagerando, certo, ma neppure troppo, potremmo dire che – più della fiction nazionale che timidamente comincia a circolare all’estero, e più delle architetture di lunghissima durata dei reality e dei talent – proprio questa rassegna di canzoni e di varia umanità che ogni anno, puntuale, va in scena (e in onda) dalla cittadina ligure è quanto di più vicino abbiamo in Italia rispetto all’idea di una “televisione complessa”, stratificata nella realizzazione, molteplice nella decodifica, funzionale nell’estetica come nella polemica. Molto di più, insomma, dei soliti luoghi comuni sulla capacità del Festival di riflettere (in modo mediato, distorto) o addirittura di prevedere frammenti sparsi e disordinati dello spirito del tempo, o di quelli, speculari, sulla nostalgica fissità di un reperto archeologico destinato presto a essere spazzato via dai cataloghi on demand.

Sanremo è complesso perché è difficile sbrogliare la matassa di una discorsività continua, che mescola le aspirazioni promozionali del piccolo schermo e dell’industria discografica (top-down) e la spontanea passione, ancora una volta televisiva e musicale insieme, di un pubblico fatto di fan e generici spettatori (bottom-up). Sia pure in misura diversa, sia pure per una settimana soltanto, o poco più, il Festival riguarda tutti: i palinsesti sono occupati quasi militarmente da lunghissime serate senza competizione e dall’eterno chiacchiericcio dei talk, radio e playlist digitali non si stancano di rilanciare le nuove canzoni, quotidiani, settimanali e testate web dedicano pagine e pagine ad analisi e indiscrezioni minime (ogni giorno la rassegna stampa ufficiale non fatica a superare le millecinquecento pagine); e poi ci sono i discorsi, giudizi, commenti e ricordi del pubblico, affidati al live twitting, agli altri social, ai gruppi privati su WhatsApp, agli ascolti collettivi, alle chiacchiere al bancone del bar. Ci sono gli entusiasti e i detrattori (di qualcosa, di tutto), gli inneschi facili e le sorprese, la posa del “mi si nota di più se non ne parlo, o se ne parlo male” e la passione sincera che diventa sempre più socialmente accettabile, e condivisibile nei luoghi più insospettabili – persino Claudio Baglioni, nella conferenza stampa di sabato mattina, si è preso una piccola rivincita e ha sottolineato soddisfatto quanto “alcuni pregiudizi stiano cadendo”. C’è tanto, c’è troppo, c’è di tutto. Specialmente, c’è qualcosa per tutti: evviva.

Sanremo è complesso, poi, perché è uno spettacolo che ogni anno cerca, invano e meravigliosamente, di far quadrare il cerchio di singoli pezzi che scappano da tutte le parti. Ciascuna edizione è soprattutto un’accozzaglia di elementi diversi, una giustapposizione di tasselli dove in qualche modo tout se tient. Le canzoni in gara, ovviamente, già di per sé al centro della complessa alchimia tra necessità sonore, visive e gestionali che serve a tenere insieme Achille Lauro e Anna Tatangelo, Paola Turci e Mahmood. La resa televisiva, più o meno ricca, più o meno a fuoco – lo spezzone tra i molti da conservare della regia di Duccio Forzano è la costruzione teatrale “a orologeria” del brano di Daniele Silvestri e Rancore. Poi gli ospiti musicali, quest’anno votati al risparmio e all’autarchia. I duetti della serata apposita, con più di cinquanta artisti sul palco e aperture al teatro e alla danza. I brani di Baglioni, i duetti con Baglioni, gli omaggi di Baglioni, la “firma” di Baglioni, le decisioni di Baglioni, le risposte pronte di Baglioni, l’armonia voluta e costantemente sottolineata da Baglioni. I co-conduttori, Virginia Raffaele e Claudio Bisio, sospesi tra gli obblighi del bravo presentatore e qualche raro pezzo di bravura solista (lo slapstick e le imitazioni della prima, i monologhi firmati Michele Serra del secondo). Gli altri ospiti, quelli con funzione di comico, che di base e per definizione non fanno mai abbastanza ridere (pure questo è rassicurante, fa parte del gioco). Le introduzioni con il loro modello immutabile (“dirige l’orchestra”). Le battute. Gli assessori, i fiori di Sanremo. I numeri da varietà classico incastonati qua e là, con il recupero del Quartetto Cetra e del Trio Lescano, e gli omaggi a Luttazzi e a Endrigo. La scenografia, quest’anno svuotata da Francesca Montinaro per far spazio alle luci. L’orchestra arretrata e ritornata in buca. La politica che c’è sempre anche quando sembra che non ci sia. E ancora… Qualcosa di simile a quella “sgangherabilità” che Umberto Eco individuava in Casablanca e in tutto ciò che può diventare culto: una compiutezza indifferente ai progetti e ai piani, dirottata (altro termine quest’anno molto caro al conduttore) dalla molteplicità di professionisti coinvolti, dal caso, dalla contraddizione.Sanremo è complesso, ancora, per l’equilibrio sempre in bilico che mantiene, o cerca di mantenere, fra staticità e cambiamento, fra tradizione e innovazione. Quel “nuovo e sempreuguale”, tutto attaccato, che già Theodor Adorno individuava come cardine della cultura di massa, dell’industria culturale, e di cui nei media italiani il Festival può costituire l’esempio più radicato, eccezionale e a suo modo perfetto. Sul versante di quello che rimane costante si possono indicare il rituale laico, la cerimonia della scaletta, della durata fino a tarda notte, delle procedure di televoto e dei ribaltamenti delle giurie (popolo, élite), l’abitudine delle attese e delle visioni che richiama quella della scrittura. O il ripetersi delle polemiche, che vorrebbero minare la credibilità del programma ma finiscono solo per ribadirne la centralità – e pure quest’anno ci sono state le frizioni con la politica (le dichiarazioni di Baglioni sui migranti nella prima conferenza stampa, cavalcate da Salvini, e le speculari reazioni dello stesso, e non solo, all’inattesa vittoria dell’italo-egiziano Mahmood), le incursioni spompate di Striscia la notizia, i conflitti di interesse in campo musicale, le inferenze su canzoni inneggianti a sostanze proibite, le accuse di plagio. Anche questo, parte del rito. O ancora la natura di un evento condiviso, nazional-popolare o popolar-nazionale (ancora una definizione di Baglioni), capace di aggregare metà della platea televisiva proprio in tempi di frammentazione degli ascolti, di spingere al massimo estremo possibile (con le partite della Nazionale di calcio, con Il commissario Montalbano) un generalismo televisivo che esiste, resiste, si rafforza persino.

È in questo quadro di sempreuguale rassicurante (anche in chiave positiva, con buona pace di Adorno) che si innestano le dosi (omeopatiche?) di nuovo che ogni edizione porta con sé. La direzione artistica, i cambiamenti al regolamento, la struttura e il ritmo delle serate, il trait-d’union dell’annata, gli slogan, gli spot, i colori. Da qualche tempo, forse da sempre, ogni edizione si propone di riportare “la musica al centro” rispetto alle compromissorie esigenze della televisione, e anche questa non ha fatto eccezione – e le 24 canzoni, tutte di fila per tre serate su cinque, sono lì a testimoniare la serietà del tentativo, anche se sarebbe forse tempo di scendere a patti con l’inanità di questa opposizione, e abbracciare l’insieme. L’eliminazione delle eliminazioni ha contribuito ad arricchire (fin troppo) la proposta di ogni serata, e a tenere l’attenzione sulle canzoni (e sulla loro dimensione anche televisiva), togliendo aria al contorno. A cascata, in parallelo, un’altra novità di quest’anno è stato il tentativo, necessario e riuscito, di sacrificare una piccola parte dello zoccolo duro dell’audience in cambio di un prezioso target adolescente e giovane: tramite la scelta dei brani, alcuni ospiti (Fabio Rovazzi in primis), l’abolizione della riserva indiana delle “nuove proposte” e l’abbassamento dell’età media dei performer come delle barriere all’ingresso per certi generi e percorsi. Innovazione, funzionale però a creare una base rinnovata per le abitudini, per i rituali, per le cerimonie di sincronizzazione condivisa. In modo che il ciclo, invece di esaurirsi, ricominci.

Sanremo è una bolla, comunicativa e mediale. È una situazione sospesa, uno spazio largo e trasversale. È quello che resta stabile e solido mentre tutto intorno cambia, e insieme quello che pian piano apre al nuovo, che muta pelle senza che ce ne accorgiamo più di tanto. Al di là delle increspature di superficie, Sanremo rimane lì, nella sua complessità. Ogni volta ci costringe a porci delle domande per cercare di capire, o almeno sfiorare, le ragioni profonde di un fenomeno che passa indenne crisi e riprese, insulti e riscatti, complotti e celebrazioni. E che tiene insieme tutto, come nella formidabile, strepitosa immagine di quel ragazzo che, indomito, a due passi dal Teatro Ariston, per una strada brulicante di addetti ai lavori e di gente comune, per giorni ha cercato di vendere qualche copia di Lotta comunista ai passanti. Mettendosi proprio davanti alla statua in bronzo di Mike Bongiorno.Riferimenti bibliografici
G. Borgna,
L’Italia di Sanremo, Mondadori, Milano 1998.
A. Grasso, Storia della televisione italiana, Garzanti, Milano 2004 (III ed.).
S. Facci, Paolo Soddu,
Il festival di Sanremo. Parole e suoni raccontano la nazione, Carocci, Roma 2011.

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Un commento

  1. per me è stato solamente vuoto e noioso. una somma di pezzi senz’anima, una presuntuosa finzione.

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