La psiche sullo schermo

di DANIELA ANGELUCCI

Jung e il cinema. Il pensiero post-junghiano incontra l’immagine filmica a cura di Christopher Hauke e Ian Alister.

Jung e il cinema

I segreti di Twin Peaks (Lynch e Frost, 1990-91).

La possibilità del cinema di mostrare sullo schermo la psiche e l’inconscio dei personaggi, dei registi e persino dei luoghi è stata messa in luce dai teorici sin dai primi anni dopo la nascita del nuovo mezzo. Per citare due esempi celebri, negli anni venti Jean Epstein definisce il cinema “arte spiritica” che registra il pensiero attraverso i corpi, amplificando le idee e le emozioni; negli anni trenta sarà Walter Benjamin a parlare di inconscio ottico, uno spazio elaborato inconsciamente dallo stesso dispositivo fotografico e cinematografico, in grado di rivelare particolari ignoti e garantire un margine enorme di imprevisto e di libertà.

A partire dagli anni settanta tali intuizioni verranno sviluppate in modo più articolato dagli approcci psicoanalitici, di cui a tutt’oggi il libro di Christian Metz Cinema e psicanalisi (2002, ed. orig. 1977) sembra essere il capostipite, insieme ai contributi di Jean-Louis Baudry. Metz si poneva nel solco della psicoanalisi freudiana e soprattutto lacaniana, come testimonia la versione originale del testo appena citato, Le signifiant imaginaire. Il titolo tiene insieme infatti la dimensione linguistica e quella visiva del cinema mettendo direttamente in campo le nozioni di Simbolico e Immaginario, intese da Lacan insieme al Reale come registri della esistenza umana. Negli stessi anni, sarà ancora Lacan l’autore ripreso dalla Feminist Film Theory, in particolare da Laura Mulvey, che userà la psicoanalisi come strumento privilegiato di indagine interrogandosi sui meccanismi della rappresentazione e della identificazione, e sul rapporto tra fascinazione e narrazione per immagini.

In questo panorama, certo non esaustivo ma che mostra una tendenza reale, gli approcci teorici che hanno come sfondo il pensiero di Jung non sono molti, ed è questo uno dei motivi d’interesse del volume Jung e il cinema (2018), libro collettaneo curato da due psicoanalisti inglesi post-junghiani (l’uno, Christopher Hauke, docente di Studi psicoanalitici presso la Goldsmiths University di Londra, l’altro, Ian Alister, psicoanalista formatore e supervisore per la Society of Analytical Psychology di Londra), recentemente tradotto da Micaela Latini e Teodosio Orlando. La base teorica che accomuna tutti i contributi è l’idea che l’alchimia e la trasformazione dei nostri processi inconsci possa trovare nel cinema uno schermo su cui proiettarsi molto più grande di quello a nostra disposizione nella vita individuale, grazie alla creazione di uno spazio popolato di immagini mentali. L’esperienza dello spettatore si configura così come una pratica immaginativa che impegna l’inconscio, libera le serie associative delle nostre fantasie, consentendo l’acquisizione di strumenti atti ad affrontare e rielaborare le esperienze più intense.

Jung e il cinema

La leggenda del re pescatore (Gilliam, 1991).

Se il parallelo diretto tra seduta di psicoterapia ed esperienza del film appare non del tutto convincente, soprattutto perché fa del cinema un dispositivo funzionale a una finalità del tutto estrinseca, interessanti sono invece quei momenti in cui gli autori individuano delle risonanze tra meccanismi cinematografici e meccanismi psichici. L’esperienza estetica diviene in questo modo una sorta di duplicazione della nostra esperienza ordinaria – utilizzo le parole e la tesi proposta da Paolo D’Angelo nel suo libro Estetica (2011) – che tuttavia mantiene una sua specialità. La capacità dell’immagine di produrre una situazione emotiva ed immaginativa particolarmente intensa, che richiama aspetti vissuti, non significa cioè misconoscere che il suo particolare potere deriva da una esperienza differente da quella ordinaria, o addirittura da quella terapeutica.

Va in questa direzione il saggio che apre la raccolta, Jung/segno/simbolo/film, di Don Fredericksen, che individua nel cinema, sia esso di avanguardia oppure narrativo, commerciale o documentaristico, la possibilità concreta di un’esperienza dell’immagine che unisca all’atteggiamento semiotico quello simbolico, cioè il riconoscimento dell’emersione di elementi impersonali, inconsci, archetipici. L’attitudine che Jung propone verso i simboli – «Materiali psichici che non significano praticamente niente quando ci si limita a risolverli, ma dispiegano una ricchezza enorme di significato se invece li si conferma nel loro senso proprio e li si amplia con tutti i mezzi coscienti» (Opere, vol. 7, p. 82) – mi sembra dunque una lezione importante per noi spettatori e anche critici, poiché non si tratta di spiegare, interpretare e così liquidare l’immagine, in un certo senso annullarla, quanto di amplificarla, “continuarne l’attività”.

Altrettanto impegnati teoricamente sono gli altri due saggi della prima parte della raccolta: quello di Lydia Lennihan, che analizza Pulp Fiction (1994) di Tarantino, ormai un classico della contemporaneità, ritrovandovi i principi del processo di individuazione junghiano, e quello di Pat Berry, che lavora sulla caratteristica cinematografica di mettere ordine e fornire un punto di vista a una realtà in movimento attraverso immagini anch’esse in movimento. Fa da contraltare a questa sezione il glossario junghiano posto alla fine del libro, strumento utile per una ricognizione sui concetti principali dello psicoanalista, da Alchimia, al binomio Animus/Anima, alle nozioni di Archetipo, Ombra, Simbolo, tra le altre.

Dopo aver proposto l’analisi di alcuni film e dell’opera di Spielberg nella parte centrale (dal titolo Quattro film e un regista), il volume si conclude con un focus sulle tematiche inerenti la sessualità e il genere (Studi sui generi e di genere), non soltanto indagando le trame e i personaggi dei film come riflesso delle norme sessuali condivise, ma lavorando sul tema degli archetipi. Riflettendo sulle identità di genere come parte di una gamma di espressioni psichiche, l’approccio junghiano sembra particolarmente adatto a tenere il passo con l’aspetto fluido della sessualità e con il femminismo contemporanei – si veda al proposito il libro di Susan Rowland, Jung: a Feminist Revision (2002) –.

Io ti salverò (Hitchcock, 1945).

Riferimenti bibliografici
J.-L. Baudry, L’effet cinéma, Paris, Albatros 1978.
P. D’Angelo, Estetica, Laterza, Roma-Bari 2011.
J. Epstein, Bonjour cinema!, in Estetica e cinema, a cura di D. Angelucci, Il Mulino, Bologna 2009.
C. Hauke e I. Alister, a cura di, Jung e il cinema. Il pensiero post-junghiano incontra l’immagine filmica, Mimesis, Milano 2018.
C. Metz, Cinema e psicanalisi, Garzanti, Milano 2002.
S. Rowland, Jung: a Feminist Revision, Wiley, Hoboken 2002
.

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *