Il reale, alla lettera

di STEFANO OLIVA

Abbecedario del reale, a cura di Felice Cimatti e Alex Pagliardini.

Schulknabe (Anker, 1875).

L’ultimo insegnamento di Jacques Lacan (1901-1981), come è noto, si concentra su una complessa indagine del reale che, insieme all’immaginario e al simbolico, compone la trinità dei registri entro cui si svolge la vita umana. In un’epoca di “ritorno al realismo” come quella attuale, il dibattito filosofico non si è lasciato sfuggire la suggestione offerta dalla trattazione lacaniana e, da diverse prospettive teoriche, ha cercato di intessere un dialogo con la psicoanalisi a partire dal tema del “fuori senso”, vale a dire a partire dall’interrogazione relativa a ciò che si situa al di là dei limiti del linguaggio e che pertanto rimane estromesso dal terreno della significazione.

Nell’ambito di questo rinnovato dialogo tra filosofia e psicoanalisi, l’Abbecedario del reale a cura di Felice Cimatti e Alex Pagliardini si presenta come una trattazione esemplare e insieme sorprendente, capace di toccare aspetti perturbanti di quel paradossale oggetto su cui intende, seppur obliquamente, fare luce. Fin dalla premessa i curatori indicano il paradosso cui sempre va incontro il tentativo di riflettere sul reale: «Il reale è semplice, ed è proprio a causa di questa sua intrinseca semplicità che è così difficile — si è soliti dire impossibile — definirlo, trattarlo, intenderlo, nominarlo, viverlo, frequentarlo» (Cimatti, Pagliardini 2018, p. 7).

Il linguaggio è articolazione, differenza e negazione: per questo motivo non può che sfuggire alle sue maglie ciò che è unità inarticolata (cfr. Pagliardini, Solo), stolida indifferenza (Cimatti, Idiota), innegabile (e inevitabile) necessità (Ronchi, Holy Motors). Allo stesso tempo la decisione di stilare un abbecedario del reale, di sfruttare dunque il più elementare strumento linguistico — l’alfabeto — al fine di contattare ciò che linguistico non è, rivela una umile saggezza: si può rovesciare il linguaggio solo rimanendo al suo interno, disgiungendone l’aspetto più semplice e materiale dall’infinito gioco di rimandi dei significati, proprio «perché la lettera è il reale del linguaggio» (ivi, p. 8).

I ventuno saggi che compongono l’abbecedario — firmati da filosofi, psicoanalisti, artisti, scrittori, teorici di diverse provenienze — mostrano in questo senso un aspetto esemplare del rapporto tra linguaggio e reale: come scrive Wittgenstein nella Conferenza sull’etica, «l’espressione giusta nella lingua per il miracolo dell’esistenza del mondo [che qui figura in una posizione analoga a quello che abbiamo chiamato reale], benché non sia alcuna proposizione nella lingua, è l’esistenza del linguaggio stesso» (Wittgenstein 1992, p. 17), di cui l’abbecedario, in quanto dizionario esemplare, offre un paradigma (Agamben 2008, p. 19).

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Ceci n’est pas une pipe (Magritte, 1929).

L’impresa con cui si confrontano i diversi saggi non è quella — disperata — di “dire” il reale ma piuttosto di «prendere la lingua alla lettera, come qualcosa di materiale, “cosale”» (Angelucci, Passi, p. 130) affinché emerga e faccia mostra di sé ciò che rimane «assenza di senso e resistenza alla significazione» (Palombi, Zero, p. 209). Ecco dunque come la parola non viene accantonata ma diviene la via privilegiata per «rovesciare il linguaggio, rimanendo però al suo interno» (ivi, p. 8). Certo, non è un caso che le parole prescelte siano spesso insature (Leoni, Ogni; Napolitano, Tutto), portatrici di un’ambiguità (Panattoni, Esitazione; Baruchello, Resto; Pietroiusti, Guasto), simboliche (Chicchi, Denaro), parole dal carattere fortemente gestuale (Carignani, No; Campo, Voglio) e legate all’atto stesso dell’enunciazione (Subrizi, Azione; Albinati, Qui).

Questo primo aspetto, paradigmatico, della raccolta ci consegna diverse immagini del reale a partire da un contrasto con il simbolico. Ma è proprio qui che si nasconde l’aspetto inatteso e perturbante cui si faceva riferimento poc’anzi: se il conflitto tra simbolico e reale è in qualche misura un tema classico, che incarna la tensione verso una dicibilità dell’indicibile non priva di precedenti illustri, il risvolto immaginario di questo conflitto è un terreno notevolmente meno esplorato. È sorprendente, in particolar modo, come diversi contributi si vadano a collocare — quasi per una spinta naturale — su due versanti fortemente polarizzati: da un lato il reale è l’esteriorità intima della carne (Nouzille), l’enigma del godimento e del «rapporto tra corpi pulsionali» (Fraire, Femminilità), una materia attiva e pulsante che transita dallo stadio solido a quello liquido e gassoso (De Gaetano, Materia), una vita disponibile a farsi sorprendere dall’incontro con la tyche (Angelucci, Passi); dall’altro lato, il reale ha a che fare con la morte (Lippi, Uccidere), il reale è Liliana (Lolli), un corpo in un certo senso «prigioniero della malattia psichica da cui è affetta», una stella nera (Anedda, Buco) o «le residue ceneri di un corpo umano dopo la cremazione» (Baruchello, Resto).

La lettera del reale sollecita l’immaginario in direzioni diverse e conflittuali, adombrando ora una vita più piena di quella ordinaria, ora il «ritorno alla quiete assoluta dell’inorganico» (Laplanche, Pontalis 2008, p. 489). Di più: è il medesimo incontro con il reale che mostra alternativamente il suo volto vitale o mortifero. Come conciliare queste opposte rappresentazioni? La felice collaborazione tra studiosi e artisti, aspetto fra i più rilevanti dell’Abbecedario, può offrire un’indicazione in tal senso. A fronte di una simile polarità immaginaria, come suggerisce Pietroiusti, si può tentare di «scongiurare la catastrofe che consisterebbe nel subire passivamente un simile disfacimento» facendo «diventare ciò che si avverte come inquietante e imbarazzante o addirittura schifoso, un materiale con cui costruire le fondamenta stesse, il senso proprio dell’opera» (Pietroiusti, Guasto, p. 66). Ecco allora che un possibile margine di manovra proviene proprio dall’arte, trasformatore modale imprevedibile, che consente di aprire possibilità laddove sembra imporsi l’inappellabile necessità del reale e che, di contro, è in grado di sfruttare la contingenza per produrre, con le parole di Jean-Luc Godard citate da Angelucci, una riuscita che risulti «definitiva per caso».

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Adieu au language (Godard, 2014).

Riferimenti bibliografici
G. Agamben, Che cos’è un paradigma?, in Id, Segnatura rerum. Sul metodo, Bollati Boringhieri, Torino 2008.
F. Cimatti, A. Pagliardini, a cura di, Abbecedario del reale, Quodlibet, Macerata 2019.
J. Laplanche, J.B. Pontalis, Enciclopedia della psicanalisi (1967), Laterza, Roma-Bari, 2008.
L. Wittgenstein, Conferenza sull’etica, in Id., Lezioni e conversazioni su etica, estetica, psicologia e credenza religiosa, Adelphi, Milano 1992.

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