La poesia della realtà

a cura di ALMA MILETO

Conversazione con Michel Ocelot.

Il nuovo film di Michel Ocelot, padre dell’animazione francese conosciuto per Kirikù e la strega Karabà, Principi e principesse, Azur e Asmar, esce oggi nelle sale italiane. Dilili a Parigi, che in Francia ha da poco conquistato il premio César come miglior film d’animazione, racconta la violenza sulle donne sullo sfondo della Parigi della Belle Époque.

Cosa pensi dell’animazione contemporanea internazionale (la Disney-Pixar, la scuola giapponese, l’animazione italiana)? Trovi che ci siano analogie o differenze con il tuo modo di lavorare?

 

Penso che l’animazione mondiale attraversi già da parecchi anni un costante e progressivo fiorire. Al mio debutto nel cinema l’animazione quasi non esisteva, non aveva il peso che ha oggi, fatta eccezione per il totalitarismo assoluto della Disney e dei suoi cartoni divertenti che spopolavano negli USA. Il monopolio Disney nel tempo è stato abbattuto (ma attenzione, forse stiamo assistendo ad un nuovo decollo) dalle altre aziende di produzione americane, dall’originalità e dalla forza dell’animazione giapponese e dalle produzioni nazionali un po’ ovunque nel mondo. In Italia è Enzo D’Alò ad affermarsi come animatore conosciuto all’estero, ma non dobbiamo dimenticare il grande maestro Bruno Bozzetto, che ben prima di D’Alò ha dato vita a un gran numero di opere d’arte in forma di corto o lungometraggio. In Francia l’animazione ha fatto “clic” con il mio Kirikù e la strega Karabà nel 1998. Sento questa responsabilità e ne sono onorato. Ma non ho mai pensato ad analisi comparative con i miei colleghi. Ho fatto sempre e continuo a fare quello che più mi piace senza giudicare gli altri o cercare con loro un confronto diretto.

Credi che nel corso degli anni tu abbia trovato una tua propria “cifra”? Voglio dire, quando si fa il tuo nome il pubblico pensa al piccolo Kirikù o alle belle silhouette di “Principi e Principesse”. È complicato creare nuovi immaginari dopo aver dato vita a mondi e figure così vividamente impressi nella coscienza degli spettatori?

 

Non ho mai cercato uno “stile” preciso. Il mio ideale è anzi quello di sparire, così che restino solo le fiabe che racconto e in cui gli spettatori possono “affogare” indisturbati. Non mi dispiace affatto in ogni caso essere identificato con Kirikù. Questa creazione è forse l’unica che mi ha davvero “oltrepassato”, che ha raggiunto una sua propria e autonoma “radioattività”, distante dal mio ruolo di autore. Ne sono felice. E allo stesso tempo sono contento che mi si associ alle semplici silhouette dei miei primi lavori. Il pubblico che mi segue ha potuto osservare che con il 3D di Azur e Asmar e ora di Dilili a Parigi ho trasformato il mio approccio nei confronti dell’animazione, inseguendo il desiderio di gestire al meglio i volumi delle figure animate e di muoverle in tutti i sensi e in tutte le direzioni. In Dilili facendo addirittura muovere le figure animate sui veri sfondi di Parigi, attraverso cartoline risalenti alla Belle Époque (epoca in cui si ambienta il mio film) o attraverso foto scattate da me nelle albe terse della mia città, per catturare oggi luoghi che i secoli non hanno mutato e non hanno corrotto. Ma sono convinto che se c’è uno stile che mi connota, è quello della storia più che quello delle forme. Cerco sempre di avere delle buone storie, piuttosto “nobili” dal punto di vista della qualità delle immagini; i protagonisti delle mie storie devono essere personaggi il più possibile dolci, raffinati, che permettano a tutti di proiettarsi in un modo o nell’altro su di essi. Non cerco invece in alcun modo di dare vita ad un “immaginario”, questo termine mi spaventa. Racconto con innocenza la storia che voglio che arrivi al mio pubblico, senza la pretesa di brillare nei dibattiti da salotto.

Dilili a Parigi (2018).

Nella messa in scena dei tuoi ultimi film c’è un maggiore uso delle nuove tecnologie. Qual è secondo te la differenza principale tra il lavoro su un film in 3D e quello su un disegno animato in 2D? Forse il maggiore scarto sta nel profilo più strettamente “artigianale” della lavorazione in 2D o la dimensione d’équipe e di “atelier” che lo accompagna?

 

Le tecnologie informatiche, preferisco chiamarle così perché ormai non sono più così “nuove”, a mio avviso non hanno poi tanto cambiato le procedure basilari dell’animazione. Si ha la possibilità di far ruotare a 360° i propri personaggi e il punto di vista della camera su di essi, di trasformare un suono artificiale nel movimento concentrico delle increspature dell’acqua della Senna, ma si tratta sempre di disegnare delle figure i cui tratti visivi seducano lo spettatore e di raccontare delle storie che catturino il pubblico. La differenza tra un normale film in 3D e un cartone animato in 2D, come i classici Disney, sta soprattutto nell’immagine. La maggior parte delle animazioni in 3D hanno una resa estremamente realistica, impossibile da ottenere con il solo disegno, di qualsiasi budget si possa tenere conto. Ma il disegno animato “alla Disney”, anche quello in 2D, non è affatto artigianale. Troppe persone sono necessarie per ottenere il risultato finale – dagli animatori digitali agli artigiani della cosiddetta tecnica francese del “guache” (un tipo di colore a tempera reso più pesante e opaco con l’aggiunta di un pigmento bianco) – e il lavoro richiede una troppo evidente gerarchizzazione. La dimensione artigianale, che amo molto, è realizzabile esclusivamente quando si lavora con pochissime persone a piccoli cortometraggi di animazione (le mie prime opere), fatti con le silhouette di carta mosse dalle mie stesse mani e dalla mia stessa voce, in un’atmosfera davvero “di casa”. Ciò nonostante, utilizzo volentieri il 3D nei miei ultimi film, anche se ha lo svantaggio di essere più gravoso in termini qualitativi e più caro. Il mio prossimo film, che si ispirerà all’Italia del Rinascimento, tornerà ad essere in 2D, anche se sempre digitale, così che la produzione risulti più leggera e più “a suo agio” con il budget che ho a disposizione.

Dilili a Parigi (2018).

In tutti i tuoi film la musica e il colore – e soprattutto la loro unione e “collaborazione” – hanno un’importanza straordinaria. Spesso sembra che essi “salvino” l’azione e i personaggi in essa coinvolti: è l’irruzione di una canzone o di un paesaggio variopinto a condurre la narrazione ad una svolta o ad una risoluzione. Allo stesso modo la parola sembra rivestire un ruolo determinante in rapporto all’immagine.

 

Il colore mi interessa da sempre. Da quando uso i computer, ho facilmente accesso a tutti i colori dell’arcobaleno, tutte le sfumature, le gradazioni, le paste cromatiche, e ne approfitto con grande gioia. Tengo molto anche alla musica, ma ritengo che sia necessario conservarla per alcuni momenti scelti. L’accompagnamento musicale in certe occasioni è irrinunciabile, e in questo ultimo film è particolarmente presente e mi rende particolarmente appagato; sarebbe però inutile, come molti fanno, farne un uso sovrabbondante, all’interno di passaggi che al contrario sono più potenti se lasciati alla loro “nudità”.

Rispondendo alla seconda parte della domanda, amo appassionatamente le voci, le parole, le lingue. Sono alcuni tra gli strumenti “magici” di cui dispongo, dunque cerco di sfruttarli al meglio. Il cinema, nato come immagine in movimento, potrebbe forse fare a meno delle parole. Io tuttavia non ho alcuna intenzione di farne a meno! Il mio Kirikù parla addirittura prima di essere partorito da sua madre, negli episodi di Principi e principesse o nei primi corti (La Légende du Pauvre Bossu e La Princesse Insensible) la voce narrante ha un’importanza indiscutibile, tutto comincia dalla volontà di mettere al mondo un racconto. Azur e Asmar vivono le loro avventure mossi dalla “storia della buonanotte” della nutrice, si rincontrano dopo anni solo perché hanno seguito un sogno fatto di parole. Anche le canzoni utilizzate nei film sono piuttosto delle “poesie cantate”. Per questo per me conta così tanto il doppiaggio dei miei film. Negli anni sto cercando di avvicinarmi a più lingue possibili, ma ho una passione particolare per l’Italia e per l’italiano. Ho seguito personalmente il lavoro di doppiaggio di Dilili nella vostra lingua, e rimango sempre sorpreso dalla musicalità che l’italiano dà alle mie forme animate, nonché dalla bravura dei vostri attori, piccoli e grandi!

Les contes de la nuit (2011).

I tuoi protagonisti sono quasi sempre bambini o adulti che riscoprono la metà “infantile” delle loro anime. Chi è per te un bambino?

 

Il personaggio bambino è interessante perché per lui e in lui tutto è possibile. Non è ancora intaccato dal “fuori” e non ha ancora imparato a fare tutte le “smorfie” che fanno gli adulti. È un sognatore puro, eroico, una creatura che manifesta una grezza curiosità nei confronti dell’universo che lo circonda. Come la piccola Dilili, che è in definitiva la più acuta e la più creativa di tutte le personalità artistiche che la circondano (e non sono personaggi di poco conto: parliamo di Toulouse Lautrec, Claude Debussy, Marcel Proust, Auguste Rodin), eppure capace di distrarsi, come è giusto che sia, a cavallo di un leopardo nella folta foresta a casa di Sarah Bernhardt, mentre gli adulti parlano di politica. Io non sono un bambino, sono un adulto, e ne sono felice. Ma parlo volentieri ai bambini e a quella parte infantile che è sopravvissuta dentro di me. Sono fermamente convinto che tutti hanno un piccolo angelo da qualche parte, dentro di sé.

Nel tuo ultimo film, “Dilili a Parigi”, il messaggio etico è decisamente più esplicito che negli altri film, in cui è presente ma resta sotteso. Mi riferisco alla questione della violenza sulle donne nella società di oggi e alla paura del diverso. Che effetto avrà sul pubblico? I bambini capiranno?

 

I bambini capiranno? È la domanda che mi pongo costantemente a proposito di tutti i miei film e di tutti i dialoghi che scrivo. La risposta è: i bambini, con i loro cervelli ancora tutti “nuovi”, comprendono profondamente molte cose, altre le indovinano, e, quando non comprendono affatto, immagazzinano gli stimoli raccolti perché germoglino più avanti, quando sarà il momento. È vero, in Dilili il messaggio sugli orrori che accadono nel nostro mondo è nettamente più sostenuto e rappresentato dalla storia rispetto a come lo è d’abitudine. La strega Karabà nascondeva un passato di violenza incarnato dalla spina conficcata nella sua schiena, ma l’evento non era portato in primo piano dal racconto. Si poteva capire o soprassedere. Nel mio ultimo film è impossibile non capire, le immagini sono estremamente chiare ed estremamente dure. Le azioni di certi uomini contro donne e bambine non possono non essere denunciate. Sono forse le violenze più gravi della nostra Storia, hanno provocato più morti che le due guerre messe insieme. In parte la paura di una minaccia “sotterranea” che attraversa le strade di Parigi (anche se nella Belle Époque) potrebbe essere inconsciamente ricondotta dallo spettatore a quella che affligge il mio Paese negli ultimi anni. Ma ho cominciato a pensare al mio film prima degli attacchi terroristici in Francia.

Kirikù e la strega Karabà (1998).

Nei tuoi lavori emerge dunque, potente e dichiarata, una relazione profonda e sottile con la realtà – nell’ultimo film, ma anche in un film come “Kirikù e la strega Karabà”, che mostra ai più piccoli la vita in un villaggio africano, con i suoi profumi e con le sue difficoltà. Diresti che il tuo raccontare chiama e prende in carico un intento di carattere pedagogico?

 

Sono un po’ diffidente rispetto al termine pedagogia. Io racconto delle storie, creo degli spettacoli. Ma sono ben consapevole del fatto che trasmetto – questo è il termine che userei – qualcosa di importante ai miei spettatori, piccoli e grandi. Dico tutto quello che so, faccio dono di tutti i consigli che mi sento di dare. Una storia non può essere una storia interessante se non si trasmette, in parallelo ad essa, qualcosa di più profondo (in primo piano o nascosto tra le pieghe del racconto). Con le mie fiabe mi impegno a fare pubblicità alla realtà, una realtà ben raccontata, ed è questo a procurare le soddisfazioni più grandi. Il cartone animato può essere il mezzo più efficace per trasmettere una conoscenza ai bambini, mettendoli in un contatto diretto con essa, sebbene (o forse proprio per questo) attraverso la fantasia e attraverso uno spazio e un tempo diversi dai loro.

Per finire, tre parole che rappresentano per te l’Africa, dove sei cresciuto – come Kirikù e Dilili – e che ha piantato delle radici così profonde nella tua anima.

 

Bellezza, umanità e disordine materiale.

Azur e Asmar (2006).

 

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