Fotografare, inevitabilmente

di SIMONA ARILLOTTA

Viaggio, Racconto, Memoria, la mostra su Ferdinando Scianna alla GAM di Palermo.

Ferdinando Scianna.

Bagheria (1964).

«Ho cominciato a fotografare intorno ai diciassette anni e la Sicilia era là. Ho cominciato a fotografare perché la Sicilia era là. Per capirla, e attraverso le fotografie per cercare di capire, forse, che cosa significa essere siciliano». Sono queste le parole che accolgono i visitatori di Viaggio, Racconto, Memoria, la grande mostra antologica dedicata a Ferdinando Scianna (a cura di Denis Curti, Paola Bergna e Alberto Bianda) alla GAM di Palermo fino al 28 luglio. Centottanta fotografie, suddivise in sei sezioni – Memoria, Racconto, Viaggio, Ossessioni, Ritratti, Riti e Miti, e che contengono al loro interno molteplici temi – che configurano la narrazione, certamente parziale, di un lavoro che da oltre cinquant’anni continua a segnare la storia della fotografia italiana.

Non è la prima volta che il fotografo sente il dovere di sottolineare il legame tra la sua professione e il luogo in cui è nato. Come se l’essere fotografo non fosse altro che un destino, l’inevitabile conseguenza del suo essere siciliano. «Si cerca di dimenticarla la Sicilia – continua ancora Scianna – buttandosi ad interrogare il mondo per poi scoprire che lo sguardo che posiamo sul mondo è inequivocabilmente quello dei tuoi occhi di siciliano». Una premessa necessaria, dunque, scritta quasi per principio di precauzione. Una dichiarazione d’intenti, un’avvertenza al lettore – o al visitatore: la Sicilia è la lente attraverso cui ciò che è stato visto si è tradotto in una precisa forma – o formula – fotografica. Fotografo nomade, cittadino del mondo per sua stessa definizione, Scianna conserva uno sguardo siciliano, con-formato e definito a partire da una precisa geo-localizzazione.

Se, dunque, la Sicilia non è solo indice spaziale, ma è la matrice di uno sguardo nel suo farsi vissuto, rappresenta ovvero il punto di partenza della ricerca fotografica di Scianna, della sua produzione e dei suoi esiti, la Sicilia, allora, non può che essere altresì il primo punto possibile, la principale traccia che permette allo spettatore di orientarsi all’interno di questa personale geografia d’immagini che si produce nello spazio espositivo della GAM.

E, del resto, è il design stesso dell’installazione che ci invita a pensare la costellazione di fotografie che formano la mostra come un vero e proprio atlante. Se, infatti, consideriamo l’atlante non come una catalogazione ma come quell’oggetto capace di dar «forma a un viaggio visivo regolato da ritmi particolari», e se, ancora, ogni atlante «sembra invitare al movimento, che sia di sguardo o di spirito», è allora possibile assumere qui questa «tecnologia intellettuale» come strumento d’indagine, come dispositivo utile per riuscire a cogliere le relazioni che si innescano tra le diverse sezioni.

Sebbene la mostra si apra, infatti, con un’indicazione geografica precisa – la Sicilia – ciò cui assistiamo non è un lavoro di messa in relazione lineare, ma un continuo gioco di rimandi, di salti spaziali e temporali, di risonanze. Un corpus eterogeneo che è soprattutto una deflagrazione di immagini, e che non vuole essere una raccolta tassonomica, né pretende di darsi come monumentalizzazione del lavoro del fotografo. Viaggio, Racconto, Memoria, richiede invece l’adozione, da parte dello spettatore, di uno sguardo mobile, capace non solo di com-prendere, ma anche di prendere parte, di essere, letteralmente, mobilitati.

Il primo indice di localizzazione lavora, dunque, attraverso le foto scattate in Sicilia. Sono le immagini di Bagheria, il paese di Scianna, interrogato a partire da un inevitabile principio di prossimità; sono gli scatti che raccontano la Sicilia – «la Sicilia com’è per i siciliani, com’è nei siciliani», così come scritto da Leonardo Sciascia nelle note che accompagnano il corpus di immagini de I Siciliani (1977); sono, infine, le fotografie delle feste religiose. Progetto fotografico, quest’ultimo, che vide la pubblicazione nel 1965 in Feste religiose in Sicilia – che valse a Scianna, appena ventiduenne, il premio Nadar – e la cui genesi è da rintracciare negli studi sulla cultura popolare all’Università di Palermo, così come nelle ricerche di Alan Lomax, Diego Carpitella, e soprattutto Roberto Leydi. Un interesse tangente al solco tracciato dall’etnografia, certo, ma che è soprattutto volontà di documentare, di preservare la memoria di un mondo liminale che vive sulla soglia della scomparsa. Di raccontare quella Sicilia stretta nel paradosso di un tempo presente già declinato al passato, «all’imperfetto dell’obbiettivo fotografico».

Ferdinando Scianna.

Kami (1986).

Lungo il percorso della narrazione, lo spazio viene riconfigurato dalle immagini di Parigi, così come dai totali dei paesaggi dell’America Latina. Ai corpi dei giovani colti dallo scatto fotografico in pose plastiche tra i vagoni della subway newyorchese, fanno eco le immagini dei pellegrini in viaggio verso Lourdes, ulteriore tassello di una ricerca – iniziata trent’anni prima – sulla fede e le sue manifestazioni collettive e rituali. Le foto dei bambini incontrati nei luoghi più disparati – e disperati – del mondo fanno da contrappunto ai ritratti di maestri, amici e personaggi famosi che hanno incrociato l’obbiettivo di Scianna. Tuttavia, sono le immagini del reportage a Kami, villaggio sulle Ande boliviane, così come le fotografie scattate in Bangladesh e soprattutto le foto della carestia a Makallè, ad attivare un ulteriore spostamento.

Prima un passo indietro. Per Scianna, fare il fotografo è un atto politico. La vicinanza alla comunità rurale di Bagheria, di cui Scianna fa esperienza sin dalla sua infanzia, così come l’incontro con i cittadini di Palma di Montechiaro, sulle tracce di Danilo Dolci, nel 1963, sanciscono l’esigenza di una fotografia in grado di raccontare le tensioni sociali e culturali stando dentro le cose. 50 millimetri: questo è l’obbiettivo capace di calibrare la giusta distanza, di equilibrare etica ed estetica. Nel 1984 il fotografo si trova in Etiopia: il paese è devastato dalla siccità e i sopravvissuti sono radunati in un campo fuori Makallè. Lì, Scianna si trova davanti al dolore vissuto da corpi scheletrici, la cui sorte dipende – letteralmente – da un pugno di riso.

Come farsi, allora, testimoni dell’orrore? Dopo ore di smarrimento, Scianna sceglie di ricominciare a scattare fotografie, di fare – «malgrado tutto» – il suo lavoro. Così come farà qualche anno più tardi davanti al dolore dei minatori boliviani, così come aveva già fatto davanti alla morte in Bangladesh. Ancora 50 millimetri, rifiuto del grandangolo per rifuggire ogni escamotage sensazionalista e retoriche della drammatizzazione; scelta di un’ottica precisa, che è soprattutto tecnica, certo, ma che è anche l’adozione di un punto di vista, di una disposizione etica, prima che estetica. Ecco, allora, che questo passaggio permette una più puntuale messa a fuoco del lavoro di Scianna.

La fotografia non può essere ridotta ad un atto di denuncia fine a se stesso – e, del resto, il reportage a Kami nasce come reazione a una comunicazione visiva, quella delle organizzazioni non governative di cooperazione internazionale, normata da una retorica umanitaria troppo spesso autocelebrativa. Le immagini sono, invece, agenti di storia. Raccontano, e mentre lo fanno, possono – devono – aiutarci a vedere il mondo e, così facendo, com-prenderlo. “Viaggio”, “racconto”, “memoria”, non sono dunque termini tra loro semplicemente addizionati: sono, invece, saldamente legati, necessari l’uno all’altro per comprendere la lunga carriera – ancora in fieri – del fotografo siciliano.

Infine, ecco le foto di Marpessa, la modella incontrata durante la collaborazione con Stefano Dolce e Domenico Gabbana. Scattate tra Bagheria, Caltagirone, Porticello e Palermo, le immagini di Marpessa sono espressione di un’attitudine alla fotografia capace di coniugare l’artificio richiesto dalla moda e quell’adesione istintiva alle cose del mondo che ha caratterizzato il lavoro di Scianna come fotoreporter. Ma le foto di Marpessa sono, per il fotografo, anche un viaggio a ritroso nei propri ricordi, si danno come cifra della sopravvivenza di un immaginario preciso formatosi negli anni dell’adolescenza in Sicilia, qui riattualizzato e incarnato nelle pose della modella olandese. Poste a conclusione del percorso espositivo, le immagini di Marpessa segnano, allora, non la fine di un viaggio, ma un ritorno, seppur temporaneo, al luogo da cui si è partiti. Come dire: dopo lunghe peripezie, in fondo, si torna sempre a casa.

Ferdinando Scianna.

Marpessa. Caltagirone (1987).

Riferimenti bibliografici
T. Castro, La pensée cartographique des images. Cinéma et culture visuelle, Alèas, Lyon 2011.
D. Curti, P. Bergna, A. Blanda (a cura di), Ferdinando Scianna. Viaggio, Racconto, Memoria, Marsilio, Venezia 2018.
F. Scianna, Autoritratto di un fotografo, Mondadori, Milano 2011.
Id., Il dolore vissuto, Le Farfalle, Catania 2017.

*Per le immagini presenti nell’articolo e in homepage consultare il sito della mostra. 

 

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *