Doppio ritratto

di LORENZO MARI

 Vita di Giovanni Pirelli. Tra cultura e impegno militante di Mariamargherita Scotti. 

Marinella e Giovanni Pirelli nella casa di Varese, 1963 – Fotografia Ugo Mulas © Eredi Ugo Mulas. 

È in corso presso il Museo del Novecento di Milano, e resterà aperta fino al 25 agosto 2019, la mostra monografica Luce Movimento. Il cinema sperimentale di Marinella Pirelli. È un’occasione imperdibile per chi si voglia accostare al lavoro dell’artista nel campo del cinema sperimentale, ossia ad una produzione che risale in larga parte al periodo 1961-1974 per poi completarsi, dopo trent’anni di quasi assoluto silenzio, nel primo decennio di questo secolo. L’interruzione corrisponde – a livello cronologico, almeno – al lutto di Marinella per la morte del marito, Giovanni Pirelli, avvenuta nel 1973; del resto, non è forse possibile pensare a queste due figure di intellettuali e artisti senza collocarle, congiuntamente, nel panorama culturale e politico dei primi venticinque anni del secondo dopoguerra.

La medesima conclusione si trae dalla lettura del recente saggio di Mariamargherita Scotti, Vita di Giovanni Pirelli. Tra cultura e impegno militante (2018), e non soltanto dalle pagine che raccontano il matrimonio di Giovanni Pirelli e Marinella Marinelli, nel 1953, come sigillo della rottura di Giovanni con l’ambiente famigliare e aziendale di provenienza. L’intera ricostruzione storiografica della vicenda umana, politica e culturale di Giovanni Pirelli, infatti, è un tentativo, compiutamente riuscito, di renderne la complessità e la stratificazione, combattendo «una semplificazione che ha teso, più o meno volontariamente, a neutralizzare gli aspetti radicali del suo impegno politico, oscurati dalla figura, a un tempo affascinante e ingombrante, del transfuga borghese che la scelta resistenziale prima e socialista poi hanno condotto lontano da un destino apparentemente segnato» (Scotti 2018, p. 258).

A questo giudizio riduttivo, che con ogni probabilità è un lascito ideologico di quello stesso contesto culturale e politico, altamente conflittuale, nel quale Giovanni e Marinella hanno principalmente operato, si possono aggiungere le visioni storiografiche parziali che continuano a circolare oggi: al ricordo, proprio della tradizione resistenziale antifascista, del Pirelli co-curatore, insieme a Piero Malvezzi, delle Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana (1952) e poi europea (1956), si è andato aggiungendo la menzione, spesso poco più che citazionista, diffuso nell’ambito degli studi postcoloniali italiani, del Pirelli curatore e divulgatore in Italia delle opere di Frantz Fanon. Tale frammentarietà è dovuta anche alla bibliografia disponibile, censita peraltro in modo esaustivo da Mariamargherita Scotti: nella sua scomposizione in molteplici rivoli editoriali, si tratta di un corpus incapace di dare di Giovanni Pirelli quel ritratto completo e approfondito che invece il saggio in questione riesce finalmente a dare.

Al Pirelli resistenziale e postcoloniale si affiancano, dunque, in ordine sparso: il giovane Pirelli, soldato italiano durante la Seconda guerra mondiale che, dopo l’internamento da parte dell’esercito tedesco, si unisce alla guerra partigiana; lo scrittore, autore di romanzi e racconti promossi da Elio Vittorini avversati da Italo Calvino; l’animatore di diverse realtà editoriali e culturali della sinistra e poi della Nuova Sinistra; il letterato che si misura con altre arti, come il cinema o la musica d’avanguardia. Nell’attraversare le diverse sfaccettature dell’intellettuale e artista Giovanni Pirelli, Scotti non manca di approfondire i passaggi più rilevanti, fornendo, ad esempio, una rappresentazione convincente di alcuni tra i passaggi già menzionati. Di particolare interesse, innanzitutto, è la replica ai giudizi tranchant sulle Lettere di condannati a morte della Resistenza espressi a più riprese da Sergio Luzzatto: se quest’ultima critica «che stigmatizza il carattere epico e monumentale delle Lettere pone giustamente l’attenzione sulla necessità di riflettere criticamente sulla raccolta» (ivi, p. 71), occorre al tempo stesso ricordare come «Pirelli e Malvezzi vollero compiere, allora, un’operazione consapevolmente partigiana, in un clima storico-politico di profonda messa in crisi del paradigma resistenziale e della sua narrazione» (ivi, p. 72) come quello dei primi anni cinquanta.

Allo stesso modo, «il Fanon costruito da Pirelli è […] un Fanon immaginato, costruito, scomposto e ricomposto a propria immagine e somiglianza» (ivi, p. 165), senza che questo, in ogni caso, ne implichi una mistificazione, ma sottolineando anzi come in entrambe le esperienze culturali e politiche sia stata di fondamentale importanza la considerazione della «trasformazione rivoluzionaria come trasformazione dell’individuo» (ivi, p. 162). Di particolare interesse è anche l’analisi di un peculiare materiale letterario inedito di Pirelli, un racconto incompiuto e senza titolo nel quale Raniero Panzieri, Elio Vittorini e Frantz Fanon sono protagonisti di un’immaginaria navigazione su barca a vela. Documento che già di per sé testimonia la necessità di intendere il terzomondismo degli anni sessanta e settanta non soltanto come un discorso ideologico, paternalista ed eurocentrico, su un oggetto comunque caricato di alterità e reso politicamente subalterno, ma anche come esperienza vissuta direttamente, in modalità collaborative forse non semplici (come testimonia lo stesso saggio, nell’affrontare gli screzi iniziali tra Pirelli e Fanon) ma coerentemente partecipate.

Alla luce di queste osservazioni, si può ben capire come nel libro di Scotti si ripresentino frequentemente alcune connotazioni, per il lavoro culturale e politico di Giovanni Pirelli, come “partigiano”, “radicale” e “pioneristico”, che si rivelano sempre sorrette da una lucida analisi storiografica, rifiutando accezioni meramente ideologiche. Ne dà prova l’analisi della collaborazione di Pirelli con il compositore Luigi Nono, che porterà alla “cantata” A floresta è jovem e cheia de vida (1966), ma anche a un interesse per la musica insieme colta (come nel caso dell’etichetta Arcophon, gestita insieme all’amico direttore d’orchestra Angelo Ephrikian) e popolare, con il sostegno alla meritoria produzione delle Edizioni del Gallo.

Tuttavia, come si è detto in apertura, radicale e pionieristico è stato anche il lavoro di Marinella Pirelli di quegli anni. Del 1974, in particolare, è Doppio autoritratto: come ha ricordato Sara Benaglia in un bell’intervento su Marinella Pirelli su Doppiozero, nel 2016, Doppio Autoritratto è «introdotto da uno scritto dell’artista del gennaio 1974: “In questo film ho cinematografato me stessa. Agisco contemporaneamente come operatore e come attrice. Nelle sequenze di movimento mi sposto con la cinepresa in mano rivolta verso di me. Nessuno controllava l’immagine attraverso la cinepresa durante la ripresa. La cinepresa era il mio partner: Ognuno di voi è ora il mio partner”».

Si potrebbe riflettere a lungo sulle parole di Marinella Pirelli in merito allo spettatore-partner, e non perché queste ultime acquisiscano una particolare rilevanza nel momento della perdita del suo compagno di vita (Giovanni Pirelli muore a Genova il 3 aprile 1973), ma per la particolare riflessione introspettiva sull’alterità che instaurano – come chiosa Benaglia: «Il soggetto non coincide mai con sé stesso, perché è l’altro». Affermazione, questa, che accomuna una volta di più – pur nella diversità degli esiti formali e politici – Marinella Pirelli al lavoro del marito e che fornisce alcuni spunti per il lavoro da fare, su un doppio ritratto, stavolta, che pare sempre di più essere di fondamentale importanza nella ricostruzione di un preciso panorama culturale e politico.

Pirelli

Riferimenti bibliografici
S. Benaglia, Marinella Pirelli. Estranea a se stessa, “Doppiozero”, 03/12/2016.
S. Luzzatto, Partigia. Una storia della Resistenza, Mondadori, Milano 2013.
P. Malvezzi, G. Pirelli, a cura di, Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana, Einaudi, Torino 1952.

*L’immagine di anteprima dell’articolo è un dettaglio della copertina del libro.

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