Grandezza e miseria dell’arte umanitaria

di FRANCESCO ZUCCONI

Sulla Biennale Arte 2019.

Barca nostra di Christoph Büchel viene trasportata attraverso la laguna di Venezia. Foto: Andrea Merola/EPA.

 “Che tu possa vivere in tempi interessanti” è prima di tutto un auspicio. Ma dopo il “Palazzo Enciclopedico” dell’edizione 2015 e “Viva Arte Viva” del 2017, questo è anche e soprattutto il titolo della Biennale Arte diretta da Ralph Rugoff e aperta sabato scorso a Venezia, negli spazi dell’Arsenale, Giardini e dislocata in varie altre parti della città. Si tratta di un titolo ambiguo, affascinante, le cui implicazioni sono tutte da indagare e comprendere, nel riscontro di critica e pubblico, nei riflessi delle singole opere, nel modo stesso in cui un tema e un titolo possono entrare in risonanza con le questioni sollevate dagli artisti: più di settanta, lasciando da parte i padiglioni nazionali.

Eppure, in questi primi giorni, non si è parlato d’altro che dell’arrivo di una barca nella città lagunare: il peschereccio libico inabissatosi il 18 aprile 2015 nel Canale di Sicilia, provocando settecento vittime. È il gesto artistico di Christoph Büchel ad aver trasferito ciò che resta di quel naufragio nell’area espositiva dell’Arsenale, dove gli spettatori si trovano improvvisamente di fronte un pezzo drammatico di attualità. Ancor più dell’installazione, l’intervento artistico sembra aver coinciso con il suo trasferimento: l’immagine del relitto blu e rosso che scorre lungo il canale della Giudecca ha fatto il giro del mondo e ha costituito una forma di lancio dell’intero evento, un’esplicitazione spettacolare delle ambizioni di carattere sociale e politico della kermesse.

Si è dunque aperta all’insegna di un richiamo all’attualità umanitaria del Mediterraneo la cinquantottesima edizione della Biennale. Attualità che costituisce la croce e la delizia dell’arte contemporanea, ciò che può condurre verso la grandezza i progetti più modesti e che può far precipitare rovinosamente nella miseria le imprese più ambiziose. Emergenza umanitaria che è divenuta ormai un tema costante: la forma stessa del presente. Con una frequenza crescente, nel corso degli ultimi anni, si è assistito a trasferimenti di opere d’arte in relazione ad eventi pubblici legati al tema dei migranti o all’attività delle ONG, oppure a progetti espositivi dedicati ad artisti internazionali ormai consacrati ma che, a loro volta, sono scappati da contingenze catastrofiche e che hanno condotto buona parte della loro vita da rifugiati.

Proprio nel nome di Rothko in Lampedusa prende forma lo spazio espositivo dell’UNHCR (l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati) allestito a Palazzo Querini, in modo indipendente ma concomitante alla Biennale, con il coinvolgimento di figure affermate come lo stesso Ai Weiwei, Dihn Q. Lê, Nalini Malani, Abu Bakarr Mansaray, Christian Boltanski, Artur Żmijewski, Richard Mosse, Adel Abdessemed e di artisti emergenti. La presenza dell’organismo delle Nazioni Unite a Venezia dall’11 maggio al 24 novembre rende esplicito – qualora ce ne fosse bisogno – l’ingresso del settore umanitario sulla scena artistica contemporanea, non soltanto come tema ma come produttore e organizzatore di eventi.

Christian Boltanski, Mer dorée, 2017 (Esposizione UNHCR Rothko in Lampedusa).

Non è il caso di produrre generalizzazioni ed è importante riconoscere la qualità delle singole opere, indipendentemente dal quadro espositivo nel quale sono inscritte: all’interno di Rothko in Lampedusa, si segnalano i lavori di Abdessemed (Politics of drawings Lampedusa, 2014-2019), Mosse (Skaramaghas, 2016) e Malani (In search of Vanished Blood, 2012), capaci di spingersi oltre le retoriche della “sofferenza a distanza”, invitandoci a riflettere sui rapporti tra il Nord e il Sud del mondo, sulla forza politica dei gesti di chi si mette in cammino. Allo stesso tempo, nel rilevare la tendenza umanitaria dell’arte contemporanea, è forse il caso di riconoscere il rischio di produrre progetti espositivi che – per quanto ambiziosi e “impegnati” nelle intenzioni – finiscano di fatto per contribuire a rinsaldare il consenso nei confronti dello status quo, senza mettere in discussione le asimmetrie economiche e i meccanismi politici che si trovano alla base dello scenario emergenziale contemporaneo. Anche in un’epoca nella quale i valori elementari dell’assistenza e dell’accoglienza sono messi in discussione, la pratica artistica non può accontentarsi di dare luogo a “ready-made” di relitti o a trasformare i resti dei naufragi in moderne reliquie, ma è chiamata a mettere a soqquadro il frame interpretativo della “crisi”.

Tornando alla Biennale, la passerella della Barca nostra (questo il titolo dell’opera di Rugoff) lungo il canale di fronte a San Marco e Palazzo Ducale può essere interpretata come un ballon d’essai, un effetto di richiamo mediatico, espressione di un tendenza a sposare l’attualità del fenomeno migratorio di fatto non perpetrata all’interno della mostra: le centinaia di opere esposte affrontano temi cogenti, ma lo fanno in modi obliqui, talvolta allusivi, oppure mediante il registro temporale del futuribile. Ad eccezione del Lussemburgo (Written by water), la questione migratoria nel Mediterraneo non sembra costituire il tema centrale ed esplicito di nessun padiglione nazionale. Se umanitaria è la cornice dell’evento, le sale interne sembrano piuttosto problematizzare la nozione di umano, il rapporto con la tecnologia e con l’ambiente.

Hito Steyerl, This is the Future (2019). Foto: AVZ Andrea Avezzù.

Parlare di “tempi interessanti” significa prima di tutto assumere consapevolezza della condizione mondana dell’esistenza, accettare la processualità del presente, senza nostalgie, senza fatalismi. Viverlo dall’interno, abitarlo nella contraddizione e nella conflittualità. È dunque l’idea di valorizzare il tempo dell’esperienza a caratterizzare la forma complessiva della mostra, dove gli stessi artisti sono stati chiamati a esporre in entrambe le sedi – Arsenale e Giardini – e dove prevale un’immagine dell’arte contemporanea come flusso incessante – talvolta ridondante – fino quasi a negare le soglie tra un’opera e l’altra, tra un autore e l’altro.

Si cammina molto in questa Biennale, lungo i corridoi e all’interno delle installazioni. Si pensi al lavoro di Hito Steyerl, intitolato This is the Future (2019), dove il visitatore passeggia per alcune decine di metri sopra le passerelle comunemente utilizzate a Venezia in caso di acqua alta, mentre una serie di grandi schermi irradiano “aria umida” lungo l’intero percorso, mostrando grandi foglie e piante colorate, trasformazioni di carattere paesaggistico e ambientale a portata di futuro. Ma non si tratta di annunciare un’apocalisse o di concedersi al piacere sublime della catastrofe: la questione in gioco – in questa come in altre installazioni della mostra – è piuttosto il rapporto problematico tra creatività e adattamento.

Nel mutare delle condizioni di vita sul pianeta, sarà possibile sviluppare nuove tecniche, nuove forme dell’abitare? L’intelligenza artificiale (tema che ritorna con una certa insistenza), l’affermazione di “assemblage” come nuove identità trans-individuali (che si trova nell’opera dell’artista di origine mongola Nabuqui), i nuovi mezzi dell’informazione (la riflessione sull’idea stessa di “notizia” che caratterizza diverse opere presentate ai Giardini) e, più genericamente, le straordinarie innovazioni tecnologiche che hanno caratterizzato gli ultimi decenni possono aiutarci a prefigurare scenari futuri ed elaborare risposte sostenibili?

Arthur Jafa, The White Album (2018).

Come anticipato dalla performance navale-umanitaria di apertura, a caratterizzare questa Biennale è soprattutto la sensibilità nei confronti di tematiche legate al dibattito post-coloniale. A caratterizzare il lavoro di numerosi artisti è una riflessione sull’idea di “civilizzazione” e su come sia stata concepita e strumentalizzata nel corso dei secoli, fino al presente, così da reprimere tradizioni culturali e forme di vita, così da tagliare fuori intere popolazioni dai processi politici e decisionali.

È questo il caso del lavoro del Leone d’Oro 2019, il videoartista e regista afro-americano Arthur Jafa. Se già i suoi precedenti lavori (Love Is the Message, the Message Is Death, 2016) si concentravano sull’immagine del nero all’interno della cultura popolare americana, The White Album (2019) è un montaggio di immagini riguardanti la questione razziale negli Stati Uniti, ma anche e soprattutto una riflessione sulla banalità dei gesti di discriminazione e sull’assuefazione mediatica alla violenza. In particolare, il montaggio audiovisivo di The White Album produce continui effetti di contraddizione e straniamento, in modo tale da impedire ogni rassicurazione emotiva e sospendere la ricerca di empatia, tanto di moda all’interno della comunicazione sociale e umanitaria.

Tra i vari padiglioni nazionali, il tema razziale e la questione postcoloniale si ritrovano quantomeno in quello del Cile (Altered Views: un meta-padiglione sull’esibizione dell’alterità nelle esposizioni Universali e altri spettacoli della prima metà del XX secolo), nell’idea di “resilienza sociale” che caratterizza l’allestimento sudafricano (The Stronger We Become), e ancora, in quello di Antigua e Barbuda (Find Yourself: Carnival and Resistance), Mozambico (The Past, the Presente, and the in Between), Venezuela (Metáfora de las tres ventanas. Venezuela: Identidad en tiempo y espacio), Zimbabwe (Soko Risina Musoro. The Tale Without a Head), Malesia (Holding Up a Mirror), etc.

Il padiglione cileno.

Dopo aver assistito a una danza contemporanea proiettata sopra uno schermo di grandi dimensioni, chi visita il Padiglione della Svizzera riceve in omaggio una sorta di giornale. Contiene una serie di lettere scritte da artisti e intellettuali di tutto il mondo e indirizzate al visitatore. Tra queste, il testo di Judith Butler ci ricorda un aspetto, una sfumatura del titolo della Biennale 2019, che rischia di passare in secondo piano:

Il mondo come lo conosciamo esiste in diverse temporalità contemporaneamente. Non sto dicendo che ci sono società arretrate e società avanzate. Il quadro temporale appartiene a un ordine coloniale che immagina se stesso come la fine di ogni sforzo storico […] viviamo in un mondo nel quale sono presenti diverse temporalità, alcune convergenti e altre parallele.

 

“Che tu possa vivere in tempi interessanti” è un titolo e un auspicio, un’espressione che contiene un riferimento al tema del tempo, inteso come qualcosa di plurale. Ma percorrendo la Biennale 2019 si ha talvolta l’impressione di assistere a una contrazione, uno schiacciamento, delle molteplici temporalità alle quali fa riferimento la filosofa americana. Da più parti, in questo flusso continuo di immagini e oggetti, si ha l’impressione che – anche trattando temi sensibili come quelli sopra menzionati – la produzione artistica contemporanea tenda a far coincidere le lancette dell’orologio nelle diverse parti del mondo: una sincronizzazione intesa come uniformazione di forme linguistiche ed espressive, secondo i criteri di un’economia dell’attenzione (e dello shock) globalizzata. Tutt’altra forza politica avrebbe invece, come auspica Butler nel finale del suo testo, un’arte capace di stimolare e produrre «la convergenza di temporalità storiche distinte in una lotta che potremmo definire “globale”».

L’edizione 2019 della Biennale Arte si è aperta con una performance che ha spinto al massimo l’idea di “arte umanitaria”, mentre il percorso espositivo e i padiglioni nazionali sembrano portare avanti, da molteplici prospettive, una riflessione critica sulle condizioni di vita e il destino della specie umana (È forse l’ultimo stadio dell’Antropocene il tempo interessante nel quale abbiamo la possibilità di agire e vivere?).

«Ciò che negli animali si chiama natura, nell’uomo si chiama miseria», scriveva Blaise Pascal nel XVII secolo, descrivendo la nostra specie all’insegna della miseria e della grandezza, della precarietà e della razionalità. Se la filosofia contemporanea è impegnata in un ripensamento del lessico e della sintassi – i rapporti tra soggetto e oggetto – ereditati dalla tradizione, buona parte dell’arte del nostro tempo affronta il problema dell’autonomizzarsi della tecnica e sperimenta possibili forme di superamento dell’opposizione tra uomo e natura, tra vita qualificata e vita biologica.

Qual è dunque l’idea di uomo (ancora) sottesa al presente umanitario nel quale viviamo e dal quale non riusciamo a uscire? Forse, anche grazie al vasto, caotico, campo di sperimentazioni artistiche di questa Biennale sarà possibile tornare a riflettere tanto sulla pratica quanto sulla comunicazione umanitaria, superando le impasse nelle quali è incappata, aggirando i meccanismi di assuefazione e rigenerandone la forza politica.

Sun Yuan, Pen Yu, Cant’help myself. Foto: Monica Silva.

Riferimenti bibliografici
R. Esposito, Termini della politica, voll. 1 e 2, Mimesis 2018.
R. Rugoff, 58ª Esposizione internazionale d’arte. May you live in interesting times, Biennale di Venezia 2019.
F. Zucconi, Displacing Caravaggio: Art, Media, and Humanitarian Visual Culture, Palgrave Macmillan 2018.

*L’immagine di anteprima è una fotografia dell’opera di Lorenzo Quinn Building Bridges

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *