Per un relativismo critico

di SALVATORE SPINA

Potere e capitalismo. Filosofie critiche del politico di Stefano Berni.

Per un relativismo critico

 Democrito e Protagora (Salvator Rosa, 1663-1664). 

Nel mesmerico volume Realismo capitalista, Mark Fisher individua nel capitalismo il prisma ermeneutico ineludibile per comprendere la nostra contemporaneità. Lungi dal rappresentare una manifestazione storica tra le altre ed un’espressione neutra dell’economia occidentale, il capitalismo assume una valenza ontologica fondamentale, l’unico orizzonte a partire da cui è possibile comprendere il nostro essere nel mondo oggi. Detto con una battuta che lo stesso Fisher mutua, probabilmente, da Žižek: «È più facile immaginare oggi la fine del mondo che la fine del capitalismo» (Fisher 2018, p. 26). 

Sebbene Fisher non venga mai citato espressamente in Potere e capitalismo. Filosofie critiche del politico (ETS, Pisa 2019) di Stefano Berni, mi pare che tra i due volumi ci sia una sorta di dialogo inconsapevole, una “stellare amicizia”, che ha come presupposto la constatazione del nesso intrinseco tra potere e capitalismo. Il volume, già a partire dal proprio sottotitolo, si presenta come un’indagine critica del politico e delle sue forme di espressione. Attraverso un’analisi approfondita e molto documentata, Berni scandaglia alcune delle categorie attraverso cui la filosofia, ma anche il senso comune tout court, strutturano la propria architettura teorica e determinano performativamente la propria attuazione. Grazie a un corpo a corpo appassionante, scevro da qualsiasi manierismo, i concetti di lavoro, potere, coscienza, libertà e democrazia – solo per citarne alcuni – vengono indagati criticamente mostrando, da un lato, la loro scaturigine storica ben determinata, dall’altro, la possibilità di una prospettiva differente attraverso cui rapportarsi ad essi e alle loro determinazioni. In virtù di questi presupposti teorici, si comprende bene l’assunto teorico che regge l’intera ricerca di Berni: «La filosofia non può essere che filosofia critica» (Berni 2019, p. 10).

A fare da fil rouge dell’analisi vi è l’assunzione del relativismo come orizzonte di senso. Le ultime pagine del testo ci restituiscono, infatti, una sorta di descrizione analitica del relativista. Contro ogni fanatismo, tanto di matrice politica quanto religiosa (ma anche filosofica), Berni tratteggia le caratteristiche proprie del relativismo come metodo. Attenzione però, nelle pagine del volume non ci troviamo di fronte a una resa incondizionata di fronte alla mancanza della Verità e ad un’ingenua accettazione passiva dell’esistente in virtù di un banale e acritico “tutto va bene”. Proprio la consapevolezza di una declinazione debole del pensiero, spinge il relativista a diffidare in maniera critica di ogni cosa, e in primo luogo di se stesso. Il relativismo, nella forma pensata da Berni, assume, dunque, una valenza etica nella misura in cui, diffidando di qualsiasi verità preconfezionata, di qualsiasi idolo terreno o metafisico, spinge a porre in questione, a dubitare, a sospettare di ogni cosa. Proprio nel dubitare e nel pensare, declinati aristotelicamente come “supremo agire”, riposerebbe una sorta di etica originaria.

La filosofia, allora, nella prospettiva di Berni assume due connotazioni fondamentali. Innanzitutto, come abbiamo visto, deve essere il grimaldello attraverso cui scardinare ogni certezza, ogni forma di verità assoluta; divenendo, perciò, la voce critica che protesta contro la prosaicità dell’esistente. In secondo luogo, perso il rapporto privilegiato con la Verità, essa dovrà essere pensata, foucaultianamente, come “cura di sé”. Una sorta di spazio privilegiato del foro interiore in cui, resistendo al carattere intimamente decadente dell’esistenza, coltivare passioni e piaceri. Se l’assunzione del paradigma relativista costituisce la pars construens del volume di Berni, tuttavia la parte più consistente del lavoro è, come accennato in precedenza, dedicata a un confronto critico con alcuni concetti chiave della filosofia, della politica, della tradizione occidentale in generale.

Le spigolatrici (Jean-François Millet, 1857).

Innanzitutto Berni passa al vaglio della critica il concetto di lavoro. Nel corso della storia e per mezzo di diverse trasformazioni, come ad esempio la Riforma protestante e il Calvinismo, il lavoro, che in passato appariva come una condanna ed era riservato agli schiavi e alle classi più umili, diviene una benedizione, acquisendo così una propria dignità. Dalla culla alla tomba, citando Jünger, il tratto che caratterizza l’uomo in quanto tale è il suo essere sempre al lavoro; da homo faber egli si è trasformato in animal laborans, secondo la pregnante definizione di Arendt. Lavoro dunque sono; essere e lavoro viaggiano ormai di pari passo. Tant’è che ogni manifestazione dell’umanità, persino quelle che un tempo apparivano scevre da una logica di produttività (cultura, passioni, esperienze ecc.), vengono oggi valutate in funzione di una assiologia “economica”.

Solo per fare un esempio: la formazione scolastica oggi è incentrata, da un lato, sull’acquisizione di crediti e la riparazione di debiti, dall’altro, nell’espletazione di un periodo lavorativo in azienda secondo le logiche dell’alternanza scuola/lavoro. Se, dunque, l’orizzonte della modernità è caratterizzato dal lavoro come modalità preminente dell’essere nel mondo dell’uomo, Berni prova a tratteggiare la possibilità di uno spazio altro che, considerando il lavoro come mezzo e non come il fine (capovolgendo così la perversione feticistica del capitalismo), recuperi il valore dell’ozio come possibilità di resistenza alla logica della produttività per la produttività, di creatività e, infine, di felicità. Come rivela espressamente il titolo del testo di Berni, una critica dell’ideologia capitalistica del lavoro può essere condotta solo affiancandole una decostruzione del concetto di potere.

Intrecciando in un fruttuoso sincretismo le posizioni di Carl Schmitt e di Michel Foucault, pur sottolineando chiaramente le loro divergenze, Berni mette in evidenza il nesso intrinseco che, tenendo uniti potere, sapere e verità, informa interamente la loro riflessione sul Politico. Contro ogni neutralità e neutralizzazione, ogni forma di sapere è pensabile nietzscheanamente esclusivamente in funzione del potere a cui essa mira. Scrive Berni: «Schmitt e Foucault analizzano criticamente, partendo da posizioni assai diverse, il potere; lo smascherano e scoprono dietro di esso gli interessi economici, sociali, culturali che lo sostengono e lo alimentano» (ivi, p. 13).

Il compito di una filosofia critica sarà, dunque, quello di mantenere sempre vivo il sospetto nei confronti del potere e della sua natura ambigua. Se potere e capitalismo rappresentano i due poli attraverso cui intessere un discorso critico sul Politico, sarà altresì necessaria un’indagine decostruttiva della forma politica – la democrazia – entro cui il capitalismo come forma di potere oggi trova spazio. Mettendo a confronto le posizioni di Protagora e Platone circa la possibilità di insegnare o meno la virtù politica, Berni evidenzia come l’Occidente al pluralismo relativista dei sofisti abbia preferito una visione pastorale di matrice platonica. La vittoria del capitalismo, che è conseguenza dell’affermarsi di una certa visione del cristianesimo, dimostra che, al di là di ogni sdivinizzazione [Entgötterung] sbandierata, siamo ancora nell’ambito di una «teologia politica travestita da democrazia» (ivi, p. 96).

Dall’analisi dello studio di Berni fin qui condotta si delinea la possibilità di una filosofia critica che, attraverso un’indagine storica, sociologica, psicologica, provi a scrostare dalle stratificazioni ideologiche alcuni dei capisaldi della tradizione occidentale. Un discorso del genere, tuttavia, rimarrebbe incompleto e “inautentico” se non ponesse al vaglio della critica la sua stessa possibilità di essere. In altre parole sarebbe in malafede una filosofia critica che non fosse al contempo una critica della filosofia. L’ultima parte del libro di Berni è, dunque, dedicata ad una critica della filosofia come forma privilegiata della razionalità occidentale. Contro ogni assolutismo, al di là di ogni verità pronta per l’uso, la filosofia critica, assumendo come proprio il metodo relativista a cui si accennava all’inizio di questo intervento, diviene ciò che Agamben nomina con il lemma dal gusto heideggeriano “forma-di-vita”. Una vita in cui non vi è alcuno spazio di separazione tra la vita stessa e la sua forma. «La critica è una critica permanente, non solo come esercizio di pensiero, ma come scelta filosofica di vita» (ivi, p. 105).

Per un relativismo critico

Il quarto stato (Pellizza da Volpedo, 1901).

Riferimenti bibliografici
S. Berni, Potere e capitalismo. Filosofie critiche del politico, ETS, Pisa 2019.
M. Fisher, Realismo capitalista, Nero, Roma 2018.

*L’immagine di anteprima dell’articolo è Il banchiere e sua moglie (Marinus Van Reymerswaele, 1539).

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Un commento

  1. FEDERICO LA SALA

    OLTRE PROTAGORA E PLATONE: ESSERE GIUSTI CON KANT. La lezione di Michel Foucault … *

    CONDIVIDENDO L’ORIZZONTE DELL’ORDINE DEI DISCORSI E PREMESSO CHE “Il compito di una filosofia critica sarà, dunque, quello di mantenere sempre vivo il sospetto nei confronti del potere e della sua natura ambigua. Se potere e capitalismo rappresentano i due poli attraverso cui intessere un discorso critico sul Politico, sarà altresì necessaria un’indagine decostruttiva della forma politica – la democrazia – entro cui il capitalismo come forma di potere oggi trova spazio. Mettendo a confronto le posizioni di Protagora e Platone circa la possibilità di insegnare o meno la virtù politica, Berni evidenzia come l’Occidente al pluralismo relativista dei sofisti abbia preferito una visione pastorale di matrice platonica. La vittoria del capitalismo, che è conseguenza dell’affermarsi di una certa visione del cristianesimo, dimostra che, al di là di ogni sdivinizzazione [Entgötterung] sbandierata, siamo ancora nell’ambito di una «teologia politica travestita da democrazia» (ivi, p. 96)” (Salvatore Spina, Per un relativismo critico, 20 Maggio 2019: https://www.fatamorganaweb.unical.it/index.php/2019/05/20/potere-e-capitalismo-stefano-berni/)….

    MI SEMBRA OPPORTUNO (E MI SIA LECITO) RICORDARE CHE “è solo nel 1984, nella ricorrenza del bicentenario della celebre “Risposta alla domanda: Che cos’è l’Illuminismo?” (1784), che Foucault (poco prima di morire) si sveglia dal “sonno dogmatico” e lancia l’allarme e un “urlo”, con la straordinaria lezione “Che cosa è l’Illuminismo? Che cosa è la Rivoluzione?” […] ora, Kant non è più, non solo e non tanto, il pensatore che ha fondato “la tradizione che muove dalla domanda di quali siano le condizioni che consentono una vera conoscenza”, ma è anche e soprattutto l’inauguratore della tradizione che “pone la domanda: che cos’è attualità? Qual è il campo attuale delle esperienze possibili?”. E qui “non si tratta – scrive Foucault – di una analitica della verità, bensì di una sorta di ontologia del presente, di una ontologia di noi stessi” (M. Foucault, “Che cos’è l’Illuminismo? Che cos’è la Rivoluzione?”, Il Centauro, 11-12, 1984, p. 236). Anzi, a ben vedere, è da qui che bisogna riconsiderare la stessa tradizione dell’analitica della verità e riproblematizzare anche tutta la cosiddetta tradizione critica. E conviene (ne va della nostra stessa auto-comprensione) rileggere Kant di nuovo e da capo – dagli scritti pre-critici fino alla Logica (1800).

    Con Nietzsche (e contro Nietzsche), bisogna decidersi ad ammetterlo: il “cinese di Konigsberg” (con il suo “Io penso” e il suo “cielo stellato sopra di me” e il suo “Tu devi” e la sua “legge morale dentro di me”) abita il cuore del presente e che la sua strada (ben illuminata) porta a una “montagna” (“berg”), che è “la montagna del Re” (“Konigs-berg”) – della sovranità di tutti gli esseri umani – e non la montagna del Faraone-Dio e dei suoi sacerdoti atei e devoti! […]”(Cfr. “UN ALTRO KANT. LA LEZIONE DI MICHEL FOUCAULT”,in “KANT, FREUD, E LA BANALITA’ DEL MALE”: https://www.academia.edu/12356078/KANT_FREUD_E_LA_BANALITA_DEL_MALE).

    Federico La Sala

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