Politica e masochismo

di PIERANDREA AMATO

La morte del poeta. Potere e storia d’Italia in Pier Paolo Pasolini di Bruno Moroncini.

Pasolini-Moroncini

La ricotta (episodio di RoGoPaG, 1963).

È difficile, e non da oggi, immaginare nell’accumulo incessante di materiali, di studi, di prese di posizione critiche, di scoperte, banalità, ripetizioni, volgarità, la possibilità che intorno al fantasma di Pier Paolo Pasolini, alla sua opera disseminata, pantagruelica, si possa aprire uno varco e lasciare irrompere uno sguardo altro in grado di captare elementi persino inespressi. Eppure, ho l’impressione che grazie a uno studio recenteLa morte del poeta. Potere e storia d’Italia in Pier Paolo Pasolini (Cronopio, Napoli 2019) di Bruno Moroncini, potremmo invece ritrovarci in un territorio inatteso dove la matassa di opinioni che generalmente soffocano la poesia di Pasolini sono messe da parte mentre emergono traiettorie estetiche e politiche che ci costringono a pensare.

Ciò può accadere perché Pasolini è incluso in una trama di tensioni teoriche, innanzitutto filosofiche e psicanalitiche, che ne provocano la vicenda oltre il canone consolidato delle sue referenze, e dove, in particolare, affiorano i nomi di Benjamin, Deleuze, Foucault, Freud, Lacan. Se questa è la costellazione filosofico-culturale impiegata da Moroncini per approssimarsi a Pasolini, in realtà, però, la sua lettura possiede un epicentro d’irradiazione storico ben preciso: la morte del poeta. Ma, attenzione, il dato storico è un ordigno in grado d’infrangere la storia: la fine di Pasolini condenserebbe un evento capitale della storia del nostro paese, ma proprio per questa ragione è come se si lasciasse la storia alle spalle e quindi, proprio grazie a quest’interruzione, ne alterasse la fattura — prima di ogni altra cosa — politica.

L’assassinio di Pasolini istituisce uno spartiacque (a differenza, nella lettura di Moroncini, di quello di Moro, che a posteriori si rivela semplicemente un episodio legato alla crisi di un sistema di potere): il tramonto in Italia della capacità di custodire la chance di una comunità a venire (gli ultimi di Pasolini, d’altronde, sono sempre, per impiegare una formula deleuziana, un popolo che manca). Con la morte di Pasolini, dunque, «comincia un declino dell’Italia che attiene alla forma stessa del suo “essere-insieme”, del suo essere una comunità a-venire» (Moroncini 2019, p. 25).

L’individuazione della speciale caratura politica della posizione poetica pasoliniana permette a Moroncini di decifrare la condizione del giudizio di Pasolini sulle conseguenze del boom economico per la società italiana: si tratta di una catastrofe che scatena un’apocalisse antropologica e realizza un genocidio culturale. Il disgusto pasoliniano per la realtà del neo-capitalismo (più “fascista del fascismo”) è giustificato innanzitutto dalla scoperta del codice che governa e annienta le forme di vita dei diseredati: Consuma&Godi.

Una formula destinata a scoraggiare, in realtà, per quanto le apparenze dicano il contrario, qualsiasi eccesso del godimento, incastrando il principio del piacere in un’istanza di normalizzazione delle condotte deputata a evitare ogni effettiva distruzione della legge della mancanza, la cui struttura sospinge a godere esclusivamente attraverso un interrotto consumare, perché attratta da un oggetto del desiderio che dà una misura, ossia, un limite prefissato, al nostro godimento (al contrario, il nostro compito è assaporare — come ad esempio mostra pudicamente l’ultimo film di Almodovar, Dolor y gloria — un desiderio come puro atto di creazione, senza oggetto, che sia capace di aprire alla vita e di frantumare la nostra dipendenza da ciò che consumiamo e che ci consuma).

Da questa prospettiva, a ben vedere, assumono un giusto peso alcune delle più urticanti prese di posizione pasoliniane nei confronti della diffusione di diritti civili (pensiamo, ad esempio, alle sue perplessità nei confronti della legge sull’aborto), che al tempo giudicate per lo più come reazionarie (ma quale pigrizia offuscava Sanguineti&Co?), in realtà, al contrario, mettono in luce l’esigenza di una più radicale azione poetico-politica — un’azione, per dirla con Benjamin, “distruttiva” — chiamata a contrastare le fondamenta di una cultura impegnata a disintegrare la libertà del desiderio attraverso la sua apparente liberalizzazione (ad esempio, la coppia, eterosessuale e omosessuale che sia, è sempre per Pasolini una fonte d’addomesticamento della disseminazione imprevedibile del desiderio).

Pasolini-Moroncini

Salò o le 120 giornate di Sodoma (1976).

La catastrofe del dominio del neo-capitalismo, naturalmente, condiziona la stessa posizione di Pasolini. Moroncini, in particolare, coglie che la canonica contraddizione attribuita a Pasolini, ossia la sua, al contempo, critica feroce della società dei consumi e, allo stesso tempo, la sua capacità di averci a che fare come pochi, non rappresenta, in realtà, una contraddizione dell’individuo, ma dell’epoca. Ed è proprio all’interno di questa scissione che Moroncini può rintracciare un tratto essenziale di Pasolini: il suo masochismo politico. Politico perché il masochismo di Pasolini — che Moroncini abilmente, adottando alcune tesi di Deleuze, separa dal sadismo — non riguarda solo Pasolini ma il ruolo della forza lavoro nell’universo del godimento a buon mercato.

La forza lavoro, infatti, se “per natura” è antagonista del capitale, nell’età del boom economico è integrata nella sua logica attraverso il nuovo ordine del consumo; quindi invece di operare per la sua estinzione, si ritrova a riprodurne incessantemente l’esistenza. Vale a dire, come non era mai capitato nella storia, la forza lavoro finalmente gode anch’essa, ma in un regime di subordinazione che ne disinnesca la differenza. Moroncini considera il masochismo pasoliniano un presupposto per qualsiasi politica effettivamente rivoluzionaria:

«Invece di capire che il compito di una politica emancipativa era in primo luogo quello di provocare lo scollamento del legame sociale […], la sinistra tradizionale, compresa quella critica e antagonista, ha continuato a credere che l’obiettivo fosse al contrario quello di rabberciare un legame sociale a rischio di rottura. La politica non deve solo essere destituente prima di, e per poter, essere poi costituente, dissolutoria e decostruttiva prima di fondante e propositiva; deve essere soprattutto eccessiva, condurre il legame sociale al suo limite, porlo di fronte all’irriducibile e all’inassimilabile, ossia il desiderio senza oggetto e di conseguenza non pacificabile e alle forme di godimento auto ed etero-distruttive. Fra tutte, la posizione soggettiva masochistica è l’unica ad andare in questa direzione» (ivi, p. 90).

 

Il masochismo diventa l’unica forma di godimento effettiva nella società del godimento sotto controllo; in un mondo dove vivere si rivela una vergogna quotidiana, l’unica condotta ammissibile è provocare la condizione dell’essere-rifiutati. L’istanza masochistica chiarisce le ragioni dell’amore disperato di Pasolini nei confronti del sotto-proletariato urbano che, sotto i suoi occhi, andrebbe smarrendo la propria irriducibile alterità nei confronti dis-ordine del Capitale.

Passione che immancabilmente diventa una fonte di innumerevoli equivoci critici, se sfugge l’angolazione dalla quale va messa a fuoco; che non è un’angolazione immediatamente politica, ma più rarefatta. Va collocata, infatti, nel prisma schiuso da un interrogativo estetico cruciale del Novecento: come rappresentare l’irrappresentabile? Nello specifico, come rappresentare chi abita fuori la storia e i suoi simboli e il cui ricordo il capitalismo contemporaneo ambisce ad estinguere perché neppure una traccia deve persistere della differenza di chi abita(va) la storia fuori la storia?

Pasolini-Moroncini

Mamma Roma (1962).

Sul piano storico, infatti, già negli anni cinquanta a Roma Pasolini riconosce — vedi, ad esempio, la conclusione della poesia Le ceneri di Gramsci (1954) o l’epilogo di Ragazzi di vita (1955) — che il mondo delle baracche non costituisce un universo estraneo all’invadenza brutale della logica del neo-capitalismo. Non è sul piano storico dunque che si può immaginare effettivamente di opporre corpi, sessualità ingenua, all’anarchismo del potere. Tuttavia, l’innocenza creaturale della vita degli ultimi può essere salvata in una dimensione del tempo che non è riconducibile alla storia; ammesso che il poeta sia in grado di rintracciare una forma di rappresentazione per ciò che non esiste (più): «Non vita, ma sopravvivenza — forse più lieta della vita — come d’un popolo di animali, nel cui arcano orgasmo non ci sia altra passione che per l’operare quotidiano: umile fervore cui dà un senso di festa l’umile corruzione» (Le ceneri di Gramsci).

Si annida qui il compito warburgiano di Pasolini individuato da Moroncini: prendersi cura del dolore d’esistere che rende singolare ma non isolata qualsiasi creatura. Pasolini infatti riconosce l’eclissi del tempo in cui per il solo fatto di esistere delle forme di vita particolari si rivelano estranee alla cattura del potere; allora ciò che resta da fare è immaginare un universo di segni, parole, gesti perduti in grado di dimostrare che un tempo, un tempo situato in un altro tempo, è stato possibile vivere diversamente da come il potere oggi ci impone di fare. A questo serve, in fondo, ciò che fa Pasolini per tutto il corso della sua esistenza: s’impegna a inventare un’altra tradizione per chi non ha una Storia da raccontare, una cultura da coltivare.

Piuttosto ciò che cambia allora nel giro di venti anni, da Ragazzi di vita a Petrolio e Salò o le 120 giornate di Sodoma, è la scoperta pasoliniana, di fronte al mutamento della natura del potere (non più semplicemente violento e repressivo ma oramai tollerante e permissivo), che nessuna forma di rappresentazione, che ancora negli anni cinquanta appare possibile, è più plausibile di fronte a un sistema in grado di domare la carica sovversiva di qualsiasi invenzione; e quindi, al massimo, persistono frammenti, brandelli di parole ed immagini; non resta, cioè, che “Qualcosa di scritto” (titolo dell’ultimo capitolo del libro di Moroncini che riprende il titolo di un libro di Emanuele Trevi dedicato a Pasolini che a sua volta cita un brano di Petrolio).

L’apocalissi antropologica è in fondo, per un poeta, innanzitutto lo smarrimento di qualsiasi strumento per narrare l’apocalissi, perché l’apocalissi è proprio la fine della legittimità di qualsiasi rappresentazione, senso, logica della narrazione (Moroncini nota a questo proposito, assai giustamente, che l’indole anti-narrativa di Pasolini, per quanto a un grado diverso di consapevolezza rispetto agli anni settanta, affiora sin dagli anni cinquanta). Perché bisognerebbe essere all’altezza di raccontare ciò che non può essere, in fondo, testimoniato: il dolore infinito della scomparsa del creaturale; di quella differenza che fa di qualsiasi vita, come direbbe Deleuze, una vita. Allora Pasolini fa della scomparsa la forma estrema della testimonianza, quando si tratta di testimoniare l’intestimoniabile. La sua posizione, in questa maniera, adombra una particolare carica estetica e politica in grado d’immaginare che l’unica traccia possibile, nell’età della fine del mondo, è non lasciare traccia. Questa è la traccia.

Pasolini-Moroncini

Porcile (1969).

Riferimenti bibliografici
B. Moroncini, La morte del poeta. Poetere e storia d’Italia in Pier Paolo Pasolini, Cronopio, Napoli 2019.
P.P. Pasolini,  Le cenere di Gramsci, Garzanti, Milano 2015.
E. Trevi, Qualcosa di scritto, Ponte alle grazie, Milano 2012.

*Immagine in anteprima: Pasolini, Pietà di Ernest Pignon, Roma, 2015.

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