La vita del piacere

di ALEX PAGLIARDINI

Sul piacere che manca. Etica del desiderio e spirito del capitalismo di Paolo Godani.

 Ritratto di Pierre-Auguste Renoir (Bazille, 1867). 

«È stata, alla fine di un amore, la scoperta di una gioia ferma, inattaccabile, alla quale tuttavia non so tenermi accanto» (Godani 2019, p. 150). Partirei da questa postilla per provare a entrare nell’ultimo libro di Paolo Godani, Sul piacere che manca. Etica del desiderio e spirito del capitalismo. Senza questa postilla, che ovviamente estraiamo dal testo e con la quale Godani cerca di nominare la causa del suo “aver scritto”, si rischia di non cogliere la cifra radicalmente singolare – sarei tentato di scrivere “intima” se questa parola non fosse troppo facilmente equivocabile – del libro. Si rischia, detto altrimenti, di non cogliere lo statuto sintomatico, esplicitamente sintomatico, della scrittura di Godani – sintomatico vuol dire che qui non si scrive “come si fa con il sapere” (oramai la quasi totalità dei libri è di quest’ordine, elucubrazioni sull’ideale) ma “come si fa con il reale”, ossia con quel che senza sosta non va. Essendoci sintomo all’opera, possiamo andare subito al sodo della tesi di Godani, che mi permetto di sintetizzare in modo brutale: il problema è il desiderio, in quanto il desiderio, comunque lo si voglia intendere, sottomette la vita all’esigenza di realizzarsi, alla produzione di se stessa come opera, e così facendo determina il sacrificio strutturale della vita, il sacrificio di quel piacere consustanziale alla vita che è il vivere stesso. Piegare il desiderio verso il piacere, è il modo per provare ad affrontare il problema. A mio avviso si tratta di una tesi molto incisiva e al contempo problematica – cosa che non ne riduce certo l’incisività.

Proviamo adesso a indicare alcune coordinate all’interno delle quali si colloca questa tesi. C’è un presupposto al fondo del vivere dell’essere umano: «Secondo il quale l’esistenza umana non può e non deve presentarsi come un’esistenza capace di fruire semplicemente del proprio essere; la vita umana non può che compiersi in un work che le è esteriore: nell’esercizio senza sosta del lavoro e nella produzione della propria vita come opera» (ivi, p. 14). Su questo presupposto, che è antico – e sulla quale origine forse occorrerebbe interrogarsi di più – si è innestato il capitalismo, il quale non solo ha esteso questo presupposto a tutto, ma ne ha fatto anche il luogo di un’economia della soddisfazione, di una soddisfazione sempre presente e sempre insufficiente. Godani dichiara, senza mezzi termini, la necessità – direi quasi l’urgenza – di provare a mettere in difficoltà, finanche a scardinare, questo presupposto e lo stato delle cose che ne consegue. Per farlo occorre in primis reinterrogare le due figure concettuali delle quali questo “stato delle cose” si alimenta, ossia il piacere (godimento) e il desiderio. Interrogare queste due figure concettuali significa riattualizzare l’epicureismo e in particolare la figura concettuale del piacere catastematico, ossia «che vivere, in sé, è il primo e ultimo dei piaceri» (ivi, p. 61).

Significa inoltre mettere fortemente in discussione quel che la psicoanalisi ha fatto di queste due figure concettuali, per certi versi significa “prendere a calci” la psicoanalisi, la quale, contrariamente a quel che potrebbe sembrare, è più che mai complice di questo stato delle cose – che pur dice voler contrastare e sembra voler combattere. Si potrebbe affermare che la psicoanalisi, dalle sue origini (con Freud) e nei suoi sviluppi (in particolare con Lacan), dando forza e valore a una dimensione della vita, il desiderio, costituisca un radicale antidoto, o quanto meno alternativa, a una concezione del vivere che afferma il sacrificio del vivere come fondamento della vita. Godani sostiene esattamente il contrario, ossia che la psicoanalisi, proprio mettendo l’accento sul desiderio soggettivo, sia da un lato involontariamente complice dello stato delle cose (del sacrificio del vivere come forma di vita), dall’altro, contribuisca più di ogni altra pratica e disciplina a gettare discredito sulla figura concettuale del piacere. Questo è dunque il doppio errore che marchia al fondo la psicoanalisi sin dalla sua origine – i suoi sviluppi, anche quelli più interessanti, non hanno modificato questo problema, salvo, come vedremo, una minima eccezione. Torneremo su questo punto, sia perché importante, sia perché, a mio avviso, segna un problema nella lettura di Godani, ossia una certa difficoltà a includere nella sua riflessione il problema della ripetizione.

Per ora proviamo a dire qualcosa in più sul doppio errore della psicoanalisi. Per Godani il desiderio, in quanto desiderio dell’Altro – secondo la celebre definizione di Lacan, ma anche come macchina desiderante (secondo l’altrettanto celebre definizione di Deleuze) – è sempre slancio verso qualcosa di altro, è sempre ricerca di qualcosa (foss’anche del proprio movimento), dunque è in tutto e per tutto omologo a quell’etica del lavoro, a quell’etica della «produzione di se stesso come opera» (ivi, p. 120) che, come visto, è per Godani il presupposto di una vita nella quale il vivere, e il piacere che è il vivere, è irrimediabilmente sacrificato. Questo è il primo e irrimediabile errore della psicoanalisi. Il secondo errore consiste, come in parte detto, nella degradazione del piacere alla scarica conseguente il raggiungimento di un obiettivo, alla pace per la realizzazione di qualcosa, a un «edonismo placido, perfettamente conforme alla salute dell’io e del buon senso sociale» (ivi, p. 47). Questo secondo errore consiste dunque nel non contemplare minimamente il piacere che è il vivere e nell’intendere il piacere esclusivamente come un fine da perseguire.

Da ciò consegue che, secondo Godani, la figura concettuale del desiderio è strutturalmente dipendente dal presupposto del sacrificio del vivere, mentre la figura concettuale del piacere, pur non essendo strutturalmente dipendente da questo presupposto, ci viene ricondotta dal modo in cui viene trattata dalla psicoanalisi. Occorre dunque affermare con forza un’idea di piacere capace di coglierlo nel vivere stesso e dunque in grado di intenderlo nella sua separatezza dal desiderio, nella sua autonomia dallo slancio desiderante – implicato nel movimento desiderante il piacere è sempre e solo un fine da raggiungere, foss’anche come piacere del desiderare. Se si riuscisse a compiere questa torsione, avremmo a che fare con una forma di vita non più piegata sull’omologia tra la vita e il sacrificio del vivere, ma con una forma di vita in cui la vita coincide con il vivere e dunque con il piacere in cui consiste, una forma di vita beata, che non significa priva di problemi, ma significa «l’esercizio di una vita non sottomessa alla produzione di qualcosa fuori di sé» (ivi, p. 122), l’esercizio di una vita che consiste semplicemente nel vivere, l’esercizio di una vita nella quale «l’attività non finalizzata precede l’attività strumentale come la sua condizione di possibilità» (ivi, p. 121).

Quest’affermazione-torsione consiste, di fatto, come in parte detto, in una piegatura, ossia nel piegare la vita del desiderio verso la vita del piacere – sta in questa piegatura, nel come realizzarla, la portata etica e politica della proposta di Godani. Non è certo un caso che a questo punto, ossia nel momento in cui si cerca di dire com’è possibile compiere questa piegatura, torna protagonista la psicoanalisi come interlocutrice privilegiata. A dire il vero ne torna esclusivamente un frammento, e cioè il momento in cui Lacan mette a fuoco l’esistenza di un godimento senza Altro, un godimento in sé, un godimento in atto, sempre perfettamente compiuto. Si tratta di un godimento non sottomesso alla tensione del desiderio (che ne farebbe un obiettivo da raggiungere e/o da evitare) e indipendente dal presupposto per il quale la “vita è qualcosa che si deve realizzare”. Un godimento in sé che contrariamente al presupposto trascendentale per il quale è necessario negare il vivere affinché la vita acquisisca senso, si afferma come coestensivo al vivere. Godani valorizza molto un passaggio del Seminario X di Lacan (dunque non del suo ultimissimo insegnamento) nel quale si sostiene che «la jouissance della donna è in se stessa. Non si congiunge affatto all’Altro» (ivi, p. 90) – così facendo Godani fa di questo godimento in sé una figura del godimento femminile. 

Sul piacere che manca

Dolce far niente (Waterhouse, 1880). 

Con ogni evidenza questo lembo di psicoanalisi torna come alleato, dunque al rovescio di quanto stato fino ad ora. Si tratta di un alleato prezioso, in quanto il godimento senza Altro diventa per Godani sinonimo del piacere epicureo sul quale ha centrato la sua riflessione – qui c’è un punto molto interessante e, come proveremo a vedere tra poco, molto problematico. Coniugare in questo modo godimento e piacere permette, in prima istanza, di cogliere che una vita separata dal desiderio non è necessariamente una vita rinchiusa nel solipsismo masturbatorio e/o nella deriva autistica di un godimento senza fondo.

In seconda istanza permette di capire che mettere al centro il piacere/godimento senza desiderio non significa sbarazzarsi del desiderio (anche se a volte Godani sembra averne la tentazione), ma significa affermare l’opportunità che il desiderio si pieghi verso il piacere/godimento piuttosto che il contrario – questo è un punto molto importante, il quale potrebbe avvicinare la riflessione di Godani a molte riflessioni lacaniane che hanno messo al centro il desiderio: «Il punto sta nel modo in cui si articolano l’uno sull’altro: se il piacere sia necessariamente sussunto nella processualità del desiderio, o se, viceversa, le nostre macchine desideranti possano presentare il proprio movimento come una variazione sul tema del piacere. Tenderei a ritenere che solo quando il desiderio diventa questo, una variazione sul tema del piacere, l’analisi del nevrotico volga al termine» (ivi, p. 113).

In terza istanza ci permette di capire che questa piegatura non può avvenire se insistiamo sul desiderio, ossia non è il desiderio che può permettere questa piegatura verso il piacere/godimento, ma è il piacere/godimento che può sussumere su di sé la tensione e lo slancio del desiderio, che può piegare il desiderio – questo perché per Godani il desiderio soffre irrimediabilmente l’Uno, l’immanenza, l’indivisibile, l’atto del vivere, e ha sempre bisogno di creare una differenza, un altro da sé, di cui soddisfarsi (contrariamente al passaggio precedente, questo punto allontana il lavoro di Godani dalle maggiori riflessioni lacaniane sul tema del desiderio).

In quarta e ultima istanza, la congiunzione piacere catastematico/godimento Uno permette di capire che c’è qualcosa di problematico in questo piacere consustanziale al vivere – se così non fosse, non si capirebbe tra l’altro come mai si sia istituito (da sempre?) un assioma che separa la vita dal piacere e come mai tale assioma abbia riscosso un “così grande successo” – e di conseguenza consente di mettere in prospettiva come fare con questo punto problematico.

Per quanto riguarda l’aspetto problematico del piacere/godimento, Godani non manca di sottolineare l’orrore che l’essere umano ha per questo piacere che è il vivere, e non manca di indicare la ragione di quest’orrore. La risposta che viene data è necessariamente parziale e consiste in questo: per quell’essere inserito nell’etica del lavoro, nel presupposto del vivere come opera da compiere (desiderio), la coincidenza del vivere/piacere è assolutamente insopportabile, eccessiva, incomprensibile, incompatibile con il presupposto che ne fonda e orienta la vita.

Per questa ragione Godani, sul finire del testo, insiste, e in modo molto incisivo, su due posture diverse da quella del lavorare: quella della commedia e quella del dolce far niente, dell’ozio, posture capaci di piegarsi verso il piacere/godimento – siamo qui alle prese con il come fare con il punto problematico del piacere. Tale insistenza su queste due posture, su queste due sfasature (atmosfere le chiama Godani) ne mette in rilievo sia il valore politico – in questa piegatura è in gioco l’affermazione di una “vita comune” e nient’affatto il solipsismo masturbatorio – sia lo statuto precario e traballante – niente le garantisce, «non sono beni che si conquistano una volta per tutte» (ivi, p. 125).

La messa in evidenza del punto problematico e del come fare con questo, permessa dalla connessione tra piacere epicureo e godimento Uno, deve a mio avviso suggerire un altro aspetto problematico – il quale potrebbe, forse, problematizzare la connessione stessa tra piacere e godimento (arriviamo così alla questione della ripetizione alla quale avevamo accennato). Quando Lacan cerca di mettere a fuoco il godimento Uno indica sicuramente un godimento che, proprio perché Uno, è traumatico per quell’essere inserito nel simbolico, nella trama delle identificazioni, ossia nell’etica del lavoro e nel presupposto della separatezza della vita dal piacere che è il vivere.

Al contempo, quando cerca di mettere a fuoco il godimento Uno indica che tale godimento, proprio perché Uno, è in sé trauma, urto, colpo, ripetizione – dunque non è solo trauma per quell’essere inserito nel simbolico, nell’economia del lavoro, nella macchina produttiva, ma è trauma in sé. Ne consegue che questo godimento che è trauma, urto, sarà tale anche per un essere capace di separarsi (parzialmente) dall’etica del lavoro, dal presupposto del sacrificio, e di installarsi (sbilencamente) nel godimento Uno. Questo problema ulteriore non è un problema da poco. Il testo di Godani, pur non affrontandolo appieno, dimostra di saperlo – la postilla, intima, con la quale abbiamo iniziato, di per sé lo dimostra.

La colazione dei canottieri (Renoir, 1880-1881).

Riferimenti bibliografici
P. Godani, Sul piacere che manca. Etica del desiderio e spirito del capitalismo, DeriveApprodi, Roma 2019.

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