“Hey! Mr. Dylan, play a song for me”

di PIETRO MASCIULLO

Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story di Martin Scorsese.

Dal nero del display (di un personal computer, ovviamente…) appare la fatidica sovrimpressione “A Netflix original film”. Stacco. Le immagini di un film del 1896, Escamotage d’une dame chez Robert-Houdin, balenano ora sullo schermo (che allude al cinema, ovviamente….) con Georges Méliès che fa scomparire sua moglie Jeanne d’Alcy sperimentando per la prima volta il trucco ottico come illusione cinematografica. Una magnifica vertigine iniziale che unisce in un solo stacco di montaggio i segni della streaming culture come nuovo paradigma di visione delle immagini-in-movimento e i segni di un’origine ritornante del cinema come dispositivo di attrazioni che persiste nel XXI secolo.

Il titolo del nostro film può ora palesarsi: Rolling Thunder Revue: A Bob Dylan Story. Quindi non “la” storia di Bob Dylan, ma “una” storia di Bob Dylan. Una tra le possibili varianti di racconto che il menestrello-cantore dell’anima americana ha deciso di concederci (come fossimo ancora in I’m Not There di Todd Haynes). E allora: sin dai titoli di testa il confine tra fatti attestati o verosimili, documenti o pure invenzioni, è impossibile da tracciare perché è solo nella meliesiana dissimulazione del trucco che Dylan continua a dire le proprie verità sentimentali: “Se chi ti sta parlando indossa una maschera, allora sta dicendo la verità”.

Proseguiamo. L’inquadratura stacca sui filmati d’archivio delle celebrazioni del bicentenario nel 1976, con la Mayflower piena di padri pellegrini che attracca a Manhattan sfiorando la Statua della Libertà. Stacco. Un ambulante sta vendendo cappellini sotto le Twin Towers di New York (allora appena costruite), mentre l’ex presidente Richard Nixon sta celebrando a Washington il sogno americano sopravvissuto dopo 200 anni. Insomma, un liberissimo montaggio di fonti che con estrema naturalezza riconfigura i traumi più profondi della storia americana (dal Vietnam al Watergate per arrivare all’11 settembre 2001) facendoli con-fluire nel grande contenitore della mitologia popolare: lo spettacolo del Bicentenario come fossimo in Nashville di Robert Altman e le ambigue Flags al vento come fossimo in un dipinto di Jasper Johns.

Ed è tra queste immagini che Bob Dylan finalmente appare, seduto da solo su un palco, fluttuando nello spazio vuoto mentre canta Mr. Tambourine Man. Ossia il manifesto della cultura hobo, della strada e del viaggio-senza-meta per curare i dolori della Storia. Ecco: la sublime commistione tra ricordo privato e ars visionaria che innerva quella canzone (e tutto il folk americano) diventa il materiale immaginario che Martin Scorsese riplasma nel 2019 come unica testimonianza possibile sull’esperienza liminale dei 57 concerti che formano il tour “Rolling Thunder Revue”.

Che dire ancora? Potremmo anche stoppare qui ogni riflessione sul nuovo (non) documentario musicale di Martin Scorsese, ideale sequel di No Direction Home (2005). Completare la riflessione dopo appena tre minuti di una densità iconica a dir poco sorprendente. Ma val la pena di scrivere qualcos’altro perché le immagini del leggendario tour del 1975/76 ci fanno allegramente salire a bordo della carovana itinerante dei musicisti – tra cui Ramblin’ Jack Elliott, Joan Baez, Scarlett Rivera, oltre alla presenza magnetica di Allen Ginsberg che anela spazio tra poesia e danza – mentre attraversano l’America profonda e simulano la commedia dell’arte italiana tra incontri e improvvisazioni.

Scorsese è ancora un regista che fa vibrare di vita le proprie immagini e con impressionante capacità di sintesi punta qui alla rammemorazione di un mondo (come se stessimo sfogliando un reportage fotografico di Robert Frank) e nel contempo alla rifigurazione dello stesso per il pubblico contemporaneo di Netflix (già ampiamente abituato ai flussi “personalizzati” di immagini). Senza confini tracciabili: alla documentazione sui fatti (il bellissimo archivio di immagini del film Renaldo and Clara concesso da Dylan) e alla verosimiglianza dei racconti (di testimoni come Sam Shepard o Joan Baez)  si aggiunge la pura riscrittura finzionale dei ricordi (l’episodio di Sharon Stone groupie completamente inventato o quello di Michael Murphy politico preso a prestito dal mockumentary Tanner ‘88 di Robert Altman).

Del resto nel 1975 Bob Dylan sta preparando il suo diciassettesimo album, Desire, quindi è già leggenda, è già sguardo condiviso, è già un’icona che significa la propria epoca. Martin Scorsese, invece, è un giovane regista impegnato nella produzione di Taxi Driver, il film che lo avrebbe fatto conoscere al mondo, uscito proprio nell’anno del bicentenario insieme a Nashville di Altman. Di nuovo: tra il vero e il verosimile, il falso e il finzionale, la memoria condivisa di quegli eventi si dispiega in un tappeto musicale che va da The Ballad of Ira Hayes a Hurricane, contaminando le tracce della cultura indiana a quella afroamericana, le battaglie identitarie a quelle per i diritti civili.

Ogni contraddizione americana si coagula su quel palco cercando di redimere l’America nella ricerca di un singolo momento di sublime “condivisione”. Perché è la bellezza dell’ensemble che si sta cercando, come dice Allen Ginsberg. L’episodio centrale del film diventa allora la visita di Dylan e Ginsberg sulla tomba di Jack Kerouac, leggendo stralci di Mexico City Blues e celebrando una persona diventata “idea vivente” sulla strada del racconto.

Fermiamoci qui. Quello di Scorsese non è solo un gigantesco omaggio a Dylan come cantante e poeta, ma è soprattutto un omaggio al “fuori campo” del miglior cinema americano dei suoi anni. Dylan ha bussato alle porte del cinema di Scorsese/Schrader/Altman/Penn/Rafelson e ovviamente Peckinpah accompagnando idealmente quei percorsi registici dal forte valore politico. Ciò che Scorsese sta celebrando nuovamente, allora, è proprio la libertà espressiva dell’idea vivente chiamata Bob Dylan. Ed è qui che percepiamo anche il valore contemporaneo di questo film: nel montaggio di immagini tra il 16mm e il digitale, trasmigrando inevitabilmente dal grande schermo al piccolo display, lo spettatore può ancora riconoscere il cinema come un archivio di forme proiettate verso qualsiasi futuro (dell’immagine).

Sto dicendo solo cazzate confuse… sto cercando di arrivare all’essenza di ciò che è stato Rolling Thunder Revue, ma non ne ho idea, perché è una cosa successa 40 anni fa, non ricordo nulla del tour, è successo così tanto tempo fa che non ero ancora nato. Cosa vuoi sapere?”. Bob Dylan

 

 

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