Where have all the fathers gone?

di DANIELA CARDINI

La figura paterna nella serialità contemporanea.

Walter White, Breaking Bad. 

Una moratoria di cinque anni sul concetto di antieroe potrebbe giovare al racconto seriale contemporaneo? È noto che la fisionomia delle serie tv dal Duemila ad oggi è il risultato dell’equilibrio fra narrazioni estese, abitudini di fruizione potenzialmente compulsive e protagonisti criminali psicologicamente fragili; ma possono esistere figure maschili diverse dagli ormai onnipresenti personaggi moralmente imperfetti (Bruun Vaage 2015), delinquenti ma amanti della famiglia, empatici ma repellenti, assetati di potere ma psicologicamente fragili?

Dopo la “sbornia” degli ultimi anni appare urgente trovare nuove strade per raccontare l’universo maschile post-antieroico (Palmieri 2019). Un buon punto di partenza è la rappresentazione della paternità: la rilevanza di questo tema sembrerebbe inversamente proporzionale alla sua assenza. Basta passare in rassegna la nostra non trascurabile esperienza di spettatori seriali per renderci conto di quanto siano scarse le figure paterne non stereotipate, non disfunzionali, non divertenti, non antieroiche. Dunque, è in questo spazio apparentemente vuoto della rappresentazione del reale/seriale che potremo rintracciare qualche indizio interessante.

In principio erano i padri-patriarchi, punto di riferimento del clan familiare. Simpatici e affabili come il dottor Cliff Robinson (The Cosby Show, NBC, 1984-1992)  oppure burberi come Jock Ewing nelle prime quattro stagioni di Dallas (CBS, 1978-1981). Uomini tutti d’un pezzo, totalmente compresi nel ruolo di “breadwinner” all’interno un modello valoriale basato su precisi confini gerarchici e di gender.

Nelle serie drama dei primi anni novanta i padri sono poco memorabili. Dietro lo scudo dell’ironia, è la sitcom più seria del decennio (e forse di sempre) a dar vita alla figura più rappresentativa: il commovente e irritante padre-cartoon Homer Simpson (The Simpsons, Fox, 1987-) esibisce con feroce chiarezza paure, miserie, goffaggini e debolezze del maschio americano blue collar, con un’aderenza alla realtà che non avrebbe potuto essere altrettanto esplicita in una serie drammatica.

Nella comedy le contraddizioni di un ruolo in crisi emergono senza pietà. In How I Met Your Mother (CBS 2005-2014) il padre è una ingombrante presenza fuori campo che si vanta coi due figli, imbarazzati e annoiati, delle gesta della sua gioventù. In Modern Family (ABC 2009-), la sitcom che ha riscritto ruoli e modelli familiari, l’unico padre in una coppia tradizionale è più infantile delle proprie figlie. La più coraggiosa e delicata tematizzazione del ruolo paterno è al centro di Transparent (Amazon Video 2014-2017): il genitore protagonista è un trans e il magistrale titolo della serie sintetizza la difficoltà e l’invisibilità del padre nella società contemporanea. 

Maura Pfefferman, Transparent.

Nelle serie drama dei primi anni Duemila, la rappresentazione del padre assume due fisionomie opposte. Da un lato il padre patinato, quel Sandy Cohen (The O.C., Fox 2003-2007) che diventa il modello aspirazionale per una intera generazione di adolescenti: bello, ricco, intelligente, comprensivo, empatico, tanto irreale da risultare stucchevole ma ancora oggi una pietra miliare del teen dramaDall’altro lato, quello oscuro, avanza l’esercito dei padri antieroi, i “difficult men” (Martin 2018) disturbati, criminali, moralmente imperfetti capitanati dal monumentale Tony Soprano (The Sopranos, HBO 1999-2007), a cui il ruolo paterno provoca un’angoscia ben più profonda delle efferatezze che compie ogni giorno con l’altra sua “famiglia”, quella mafiosa. Quante pagine sono state scritte su di lui, e quante sulla paternità di Walter White (Breaking Bad, AMC 2008-2013) che ne giustifica la deviazione verso il crimine, o sulla totale indifferenza del fascinoso Don Draper (Mad Men, AMC 2007-2013) verso i figli.

Pur nella loro parzialità, questi pochi esempi mostrano la paternità più che altro come tratto secondario e non come elemento fondante dell’identità dei protagonisti maschili. Dando voce alle contraddizioni della società contemporanea, la serialità ha raccontato il padre con cautela, lavorando prevalentemente per sottrazione; i personaggi maschili si definiscono più spesso attraverso la dimensione del potere, il rifiuto delle regole sociali o le relazioni di coppia. Un universo narrativo, dunque, ancora in larga parte inesplorato o imprigionato nei persistenti cliché sul ruolo del maschio.

Ma finalmente, ad un certo punto arriva Jack Pearson (This Is Us, NBC 2016-). Non un padre-mammo, ma il padre-madre perfetto, capace di calarsi al meglio in entrambi i ruoli. Autorevole e allo stesso tempo affettivo ed empatico, Jack si impegna nella costruzione di una famiglia tanto aspirazionale quanto credibile; ha ben chiari i valori entro i quali si muove (il sogno americano) e si fa carico di crescere i figli senza mai scimmiottare o togliere spazio al ruolo femminile; riscrive il ruolo del “breadwinner” senza permettere a questa funzione di prevalere gerarchicamente sulla componente femminile della coppia genitoriale. Una figura di uomo e di padre quasi epica, eppure profondamente umana e realistica.

Dal racconto familiare dei Pearson emerge una rappresentazione potente, credibile ed emozionante della gender equality intesa come capacità (e necessità) di ridisegnare i ruoli genitoriali, in uno scambio osmotico che pone sullo stesso piano il maschile ed il femminile. Jack e Rebecca sono un padre-madre e una madre-padre che collaborano alla costruzione di una famiglia al tempo stesso tradizionale e modernissima, reale e aspirazionale dove le differenze vengono accolte e valorizzate, nella costante esplorazione del perimetro entro cui entrambi i genitori possono muoversi per raggiungere gli obiettivi comuni.

Jack Pearson, This Is Us. 

“Super Bowl Sunday”, la puntata 02×14 di This Is Us, è stata la più vista di una serie tv degli ultimi dieci anni, con ben 27 milioni di spettatori. Dietro ai grandi numeri si nascondono fenomeni sempre degni di attenzione. In questo caso, al netto dell’effetto-traino esercitato dal match del Super Bowl 2019 che la precedeva, il dato sottolinea l’eccezionalità di una serie tv della quale in Italia si è discusso troppo poco (tra l’altro è appena stata rinnovata da NBC per ben tre stagioni, evento più unico che raro in un mercato dominato dalle serie brevi e spesso poco longeve delle piattaforme streaming). Ma soprattutto – ed è quanto ci interessa qui – è indiscutibile che la chiave del successo di This Is Us sia il racconto a più voci della paternità, la grande assente nella serialità degli ultimi anni.

Accanto a Jack Pearson, quel padre “freaking superhero” – come lo definisce la moglie Rebecca – che non nasconde le sue debolezze ma lotta ogni giorno come un leone per superarle, c’è la bellissima figura del loro figlio adottivo Randall, anch’egli padre attento e generoso, impegnato ad affrontare i suoi fantasmi attraverso il doloroso confronto  con i modelli paterni che abitano la sua esperienza. E c’è il racconto spietato della difficoltà fisica di diventare padre nel percorso di Toby, che desidera un figlio quanto e più della moglie Kate ma fatica ad averlo: per una volta, il punto di vista maschile è messo al centro del percorso lacerante verso una paternità disperatamente voluta. In This is Us il ruolo paterno non solo è centrale, ma è raccontato da molteplici prospettive che attraversano generazioni e classi sociali, grazie all’elegante intreccio di piani temporali che costruisce l’intelaiatura narrativa della serie.

E questa serie mainstream non è l’unico tentativo recente di affrontare la paternità in un racconto seriale. Shtisel (Dori/Netflix 2013-), serie israeliana distribuita da Netflix con sottotitoli in inglese, racconta la vita quotidiana di una famiglia ebrea ortodossa a Gerusalemme: un tema strettissimo che sulla carta non aveva molte chance di successo internazionale. Invece il programma è diventato un fenomeno ben oltre i confini delle comunità haredim, per diverse ragioni testuali e contestuali che non è possibile affrontare qui, ma che sono riconducibili tra l’altro proprio alla rappresentazione di una figura paterna molto densa.

Il rabbino Shulem Shtisel, da poco vedovo, è alle prese con un figlio artista che si innamora della donna sbagliata contravvenendo alle regole rigidissime della comunità che il padre stesso guida, e con una figlia che – suo malgrado – si è appena separata dal marito e deve badare a cinque figli. Shulem cerca di adempiere al ruolo di guida familiare e comunitaria con dolorosa tenerezza, burbero ma accogliente, legato alle sue radici ma consapevole che il mondo intorno a lui sta cambiando; non comprende le scelte dei figli ma le rispetta e prova ad accompagnarli in quei nuovi territori emotivi e culturali dove non è attrezzato per arrivare; per amore dei figli si mette alla prova, in una tensione costante fra passato e presente che costituisce – come in This Is Us – una chiave simbolica potentissima di rappresentazione della paternità contemporanea.

Il successo inaspettato di questa serie “non ortodossa” dimostra che, se è vero che il racconto seriale ci avvolge in una membrana permeabile che attraversiamo continuamente per interpretare noi stessi e il mondo, allora il gradimento del pubblico verso figure paterne non solo antieroiche è un segnale forte che autori e produttori, magari non solo statunitensi, dovrebbero cogliere.

Shulem Shtisel, Shtisel. 

Riferimenti bibliografici
M. Bruun Vaage, The Antihero in American Television, Routledge, New York 2015
B. Martin, Difficult Men. Dai Soprano a Breaking Bad, gli antieroi delle serie TV, minimum fax, Roma 2018
A. Palmieri, “Contro gli antieroi. Alla ricerca di nuovi modelli maschili”, Link-Idee per la tv, 10 giugno 2019.

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Un commento

  1. alessandro cappabianca

    ma per la miseria, già le convenzioni sommergono quasi tutta la narrativa seriale. Ci mancava solo il passaggio dai padri problematici a quelli (quasi) modello. Non vi pare un passo indietro? Nulla da eccepire, in proposito?

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