Per una nuova resistenza

di ANTONIO TRICOMI

In mare non esistono taxi di Roberto Saviano.

Libia, Tripoli, Febbraio 2014. Shara Ashok (quartiere Ashok). Edifici occupati da migranti somali che hanno vissuto e lavorato in Libia prima di provare a raggiungere l’Italia. Foto di Lorenzo Meloni. Credits: Lorenzo Meloni, Magnum Foto.

In mare non esistono taxi «nasce con il chiaro obiettivo», spiega Saviano, «di portare testimonianza». Ecco perché, alle parole dell’autore, alterna i resoconti e le fotografie di reporter pronti a documentare l’eccidio che tuttora si consuma al largo delle nostre coste. Lo affermava Leogrande, alla memoria del quale il libro è dedicato, e lo ripete Saviano: se i posteri «studieranno i fondali del Mediterraneo, trovando le decine di migliaia di cadaveri e di relitti, crederanno che si sia combattuta una guerra di cui le cronache non portano traccia». E allora, In mare non esistono taxi vuole offrirsi sia quale j’accuse che smentisca, oggi, «le menzogne costruite e diffuse sui migranti, sull’accoglienza e sulle Ong» per «bloccare ogni forma di empatia, di immedesimazione»; sia al pari di “una cronaca dal fronte” che, domani, serva da guida a quanti vorranno comprendere le cause del massacro di cui le nostre acque sono il lugubre teatro (Saviano 2019, pp. 13-14, 19).

I dati restano simili a quelli riportati nel 2016 da Barbara Spinelli nella prefazione, citata da Saviano, a Morte per soccorso: gli effetti letali delle politiche marittime di non assistenza dell’Ue: «Si parla di invasione, di esodo biblico verso l’Europa, quando basta studiare le cifre per scoprire l’evidenza: su 60 milioni di rifugiati nel mondo, un milione è fin qui giunto nei Paesi dell’Unione. È appena l’1,2% della sua popolazione». Come inconfutabili sono le statistiche, relative all’Italia, che In mare non esistono taxi ci ricorda: da noi, gli immigrati sono «5 milioni 234.000, l’8,7% della popolazione (dati Istat), contando anche gli immigrati europei, quelli provenienti dall’America e dal resto del mondo». Per cui, nel nostro Paese, «il 90,3% della popolazione è italiana». Quanto poi agli immigrati irregolari presenti in Italia, «quelli su cui si fonda la propaganda anti-immigrato», essi sono, in base ai «dati Ismu 2018», appena «533.000» (ivi, pp. 24-25, 8).

Nessun italiano è dunque legittimato a credersi sotto assedio. E dovremmo altresì affrancarci da una «convinzione» istillataci, in particolare, dal Ministro dell’Interno del nostro attuale esecutivo qualunquista-sovranista: quella secondo cui il fatto che in Italia «nel 2018 sono sbarcate 23.400 persone» appena, «l’80% in meno rispetto al 2017», si dovrebbe a una diminuzione delle partenze dall’Africa che, a propria volta, attesterebbe una minor quantità di morti nel Mediterraneo e la possibilità, per noi, di vivere «più sereni», essendo il mondo divenuto a un tratto «più sicuro». Invece, anche a causa delle leggi emanate dai nostri precedenti governi e da quello in carica, «oggi in mare si muore il doppio di prima perché non c’è più chi presta soccorso». Lo rivela un dato agghiacciante: «A settembre 2018, quasi il 20% di chi è partito risulta morto o disperso». Ed è «il numero più alto mai registrato, equivalente a 8,1 morti al giorno» (ivi, pp. 24, 21).

Puglia, raccolta dei pomodori. Fotografia di Alessandro Penso, dal reportage Migrant worker.

Vittime dalle quali la sdoganata xenofobia degli italiani, ha ragione Saviano, non sembra troppo turbata appunto perché, al fine di ottenere consensi sempre maggiori, «i populismi di destra» – che, in ultimo, hanno trovato nel sanfedismo leghista la massima epifania –, quelli «di sinistra» – più di così Renzi non poteva fare per consegnare il Paese alla pura reazione vandeana – e però anche, aggiungerei, l’avventuriero populismo risentito dei grillini – figlio, per dirla con Gramsci, del costante riaffiorare, nella nostra storia, dell’insana attrazione verso forme di “sovversivismo dal basso” – hanno via via creato «sacche ingestibili di insoddisfazione e necessità quasi fisica di riscatto» tra la gente, sì poi da offrire, a «classi sociali» vieppiù «in contrasto tra loro», non manovre economiche che riducessero «la povertà» o la diffusa «percezione» di essa, ma il capro espiatorio cui attribuire la colpa del dissesto nazionale. In quest’ottica, occorreva allora individuare «non un nemico qualunque», e che «potesse reagire», bensì «il nemico ideale, potenzialmente onnipresente ma senza diritto di replica». Ebbene, «i migranti e insieme a loro chiunque se ne occupi sono questo: il nemico perfetto» (ivi, pp. 14-15, 19).

E, va ribadito con forza, il nemico perfetto non per il solo Salvini. “Aiutiamoli a casa loro” – che però continua a voler dire: “lasciamoli marcire nei lager libici” – era anche il motto renziano sposato da Minniti, il Ministro degli Interni dell’ultimo governo targato PD. In più, ricorda Saviano, il primo a definire le Ong «taxi del Mediterraneo» fu, nell’aprile di due anni orsono, lo stesso Di Maio che, con Salvini, avrebbe poi firmato il contratto di governo ancora in vigore (ivi, p. 27). Sicché urge essere netti: se – visti i dati sui morti nel nostro mare – diktat quali “Prima gli italiani”, “Porti chiusi”, “La pacchia è finita” si rivelano assassini, allora anche a quanti abbiano dimostrato, alle urne, di approvarli, o a quanti, sostenuti dai loro complici elettori, spartiscano poltrone, in Parlamento, con chi giornalmente li ripete, o a quanti abbiano camuffato da pacchetto di misure presunte umanitarie la propria adesione al tema securitario, è assolutamente vietato rivendicare innocenza alcuna al cospetto dell’olocausto in atto.

Né la barbarie appare oggi una prerogativa dell’Italia, che pur è storicamente figlia dell’ibridazione di culture diverse e che – osserva Saviano – resta la patria di «migranti economici» pronti a spostarsi dal Sud al Nord del Paese in cerca di lavoro o a lasciare la terra d’origine per lo stesso motivo. L’ostilità verso i migranti, perlopiù esibita dalle nazioni del Vecchio Continente, svela infatti che i cittadini europei sono ormai inclini a ripudiare il proprio «comune patrimonio culturale», basato «sulla difesa dei diritti umani, sull’uguaglianza di tutti davanti alla legge, sull’inviolabilità della dignità umana» e sulla richiesta, ai soggetti, di mostrarsi «consapevoli e responsabili» delle loro «azioni» o «parole». E altresì legittima la previsione di uno dei fotografi intervistati da Saviano: quel Carlos Spottorno persuasosi che, entro «cinque anni», non esisterà più una comunità europea (ivi, pp. 31, 171, 132).

Libia. Zawiyah. 2011. Un sostenitore di Gheddafi regge un ritratto del leader libico durante una celebrazione organizzata per l’arrivo di un gruppo di giornalisti stranieri, in visita dopo che le forze del regime hanno riconquistato la città. Foto di Moises Saman. Creditis: Moises Saman, Magnum Photo.

Anche per effetto di quanto nota Giulio Piscitelli, un altro fotoreporter sondato dallo scrittore: nessun referto sull’abominio sembra più capace di scuoterci. Neppure fotografie scioccanti – per esempio, quella scattata quattro anni fa da Nilufer Demir al corpo senza vita del piccolo Alan Kurdi – appaiono oggi in grado, egli spiega, «di spingere le persone a muoversi, a partecipare, a farsi promotrici di un cambiamento, di un’azione». Vuoi perché «siamo sottoposti a un continuo flusso di immagini», e quindi veniamo «toccati per un periodo troppo limitato nel tempo». Vuoi perché «la questione migratoria è molto articolata» e, oltre a non saperla sintetizzare, un’unica fotografia, «per quanto fortissima», rischia persino di contribuire all’emotiva semplificazione di un «fenomeno» che solo una «visione» aperta alla «complessità» può ambire a decifrare (ivi, pp. 55-56).

Impossibile, perciò, dissentire da Saviano: quelli di noi ancora convinti che urga battersi per il rispetto delle leggi della civiltà, hanno il dovere di non assuefarsi all’orrore; di «testimoniare» incessantemente la loro tenace decenza; di opporre ai belluini «slogan elementari», divenuti ormai egemoni, il proprio «essere “difficili”», come pure «le tante parole» e intero il «tempo» di cui necessitano per produrre non grugniti, ma ragionamenti. Pur tuttavia, se questa battaglia per il decoro vogliamo combatterla, ci tocca confessare a noi stessi una verità: il punto non è più che – come ammette Saviano – ci percepiamo «pochi, divisi, isolati, schiacciati», incapaci di raggiungere il nostro «scopo» (ivi, pp. 173-174). L’oscenità è che pochi, e in più orfani di condivise utopie egalitarie, lo siamo davvero: quanti, fra quelli di noi più sinceramente offesi dalla deriva xenofoba del nostro tempo, condividono senza riserve l’idea che, come pretendiamo la libera circolazione delle merci o delle informazioni, così dovremmo garantire a ciascuno il diritto di vivere dove vuole?

Non sembri un’implicita resa alla catastrofe. È invece un invito a una giornaliera lotta, civile e culturale, realmente senza quartiere e, addirittura, con se stessi, perché il nemico è più forte di noi ed è ovunque: persino tenta le nostre viscere, persino si camuffa da nostro alleato. Chi ambisca a resistergli, deve allora anzitutto estirparne l’ombra proiettata su di sé, il fantasma tra i propri possibili sodali.

Martina Bacigalupo, My name is Filda Adoch.

Riferimenti bibliografici
R. Saviano, In mare non esistono taxi, Contrasto, Roma 2019.

*L’immagine di anteprima di questo articolo è un particolare della fotografia di Massimo Sestini, Mare Nostrum, Italy, 2014.

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