La commedia del boom

di EMILIANO MORREALE

Cento anni dalla nascita di Age e Scarpelli

La commedia all’italiana è diventata una nozione onnicomprensiva, quasi un’ideologia, speculare al neorealismo, per leggere la produzione cinematografica italiana. Questo uso ideologico del termine ha fatto perdere di vista le peculiarità del genere, le sue caratteristiche e la sua evoluzione. Tornare a ripercorrere le carriere dei suoi protagonisti è dunque anzitutto una decostruzione, offre la possibilità di rimettere in discussione una serie di idee ricevute, un racconto di filiazioni che spesso copre appropriazioni di carattere strumentale. Age e Scarpelli, dei quali ricorre quest’anno il centenario della nascita, sono figure esemplari di quella stagione, e a un certo punto — specie il secondo, negli ultimi anni insegnante al Centro Sperimentale di Cinematografia — della sua faccia più “istituzionale”. E proprio rileggendo la loro produzione si chiariscono alcuni punti, alcuni equivoci.

Allievi ideali di Sergio Amidei, nati nel crogiolo della grande cultura “bassa” delle riviste umoristiche e del cinema popolare, Age e Scarpelli sembrano la coppia ideale della scrittura cinematografica all’italiana. Strutturato e razionale il primo, più estroso e caotico il secondo, rappresentano il sogno di un cinema insieme “ben scritto” e con grani di anarchia, da usare polemicamente, di volta in volta, come esaltazione del genio italiano — è noto l’aneddoto di Hitchcock che convoca i due a collaborare e resta sconcertato dalla loro irriducibilità ai modi di lavorazione hollywoodiani — e come contestazione del “cinema d’autore” autoriferito e narcisista.

I primi anni della coppia nel cinema sono quelli dei film con Totò, insieme a Metz e Marchesi. È la palestra dei generi, della farsa, ma anche di un intreccio di comico e neorealista, nel turbinio di generi in ridefinizione, tra cappa e spada, melodrammi, film a episodi e balneari. Ed è fondamentale l’incontro con due autori piuttosto inclassificabili del periodo, Mario Soldati ed Eduardo De Filippo. I titoli che scrivono per quest’ultimo, assecondandone il lato feroce, sono i veri prodromi di quella che dieci anni dopo sarà la commedia all’italiana.

È la triade Monicelli-Age-Scarpelli a far compiere alla commedia il passo decisivo che la rende qualcosa d’altro. Con la morte di Memmo Carotenuto in I soliti ignoti e quella dei protagonisti di La grande guerra nasce la commedia all’italiana. Seguono, per Age e Scarpelli, Risate di gioia, Tutti a casa, il grande e dimenticato A cavallo della tigre, La marcia su Roma, e ancora Mafioso, Divorzio all’italiana e Sedotta e abbandonata (nei quali però c’è il fondamentale apporto di altri soggettisti e sceneggiatori).

I soliti ignoti (Monicelli, 1958).

Quella che Age, Scarpelli, Monicelli, Comencini, Risi, Scola, Maccari, Sonego e gli altri inventano necessita una definizione ristretta. La commedia all’italiana, a differenza del neorealismo rosa, ha come protagonisti personaggi maschili, borghesi e di mezza età. I film raccontano la loro crisi, ma questa è vista essenzialmente come qualcosa di sociale: l’elemento sentimentale ed erotico non ha molto spazio. Diversamente dal film comico o dalla farsa, la commedia all’italiana presenta un realismo di fondo, e dunque una struttura narrativa in cui il copione ritrova una assoluta centralità. Le sue parabole, infine, possono condurre a esiti tragici o almeno assai amari.

Con i grandi narratori dell’Italia del dopoguerra, Age e Scarpelli condividono anche l’appartenenza a una tradizione riformista (molti di loro, da Monicelli a Comencini, sono di area socialista). La commedia all’italiana è un cinema generato dal boom, da uno shock di apertura ed entusiasmo, e nello stesso tempo dalla critica più acre al boom stesso, opera non di arcigni moralisti, ma di riformisti magari gaudenti e libertini. E un film-chiave per capire l’ideologia di fondo di questi autori è proprio I compagni, titolo sfortunato che già forzava i limiti del genere.

Se secondo Pavese era De Sica il grande narratore dell’Italia del dopoguerra, è forte la tentazione di vedere Age e Scarpelli come fratelli dei grandi scrittori di quell’epoca. In generale, leggendo oggi i romanzi di Bianciardi, Parise, Mastronardi, ma anche di Volponi o di Arbasino, è impossibile non presupporre, più che Fellini e Antonioni, i grandi copioni delle commedie all’italiana (e qualche incrocio talvolta c’è stato: La vita agra con Tognazzi, La bella di Lodi con Sandrelli, addirittura Il maestro di Vigevano con Sordi).

I compagni (Monicelli, 1963).

Una peculiarità di Age e Scarpelli, a mettere in fila i loro lavori, è l’occhio rivolto al passato recente, dalle lotte operaie dei primi del Novecento alla Prima guerra mondiale, dall’avvento del fascismo all’8 settembre: narratori del presente, insomma, ma anche rievocatori di un’intera storia nazionale alla luce del miracolo economico. Forse il loro vertice (e soprattutto di Scarpelli) è in questo senso L’armata Brancaleone: uno dei grandi romanzi storici del nostro secondo Novecento, e anche, a ripensarci, una delle creazioni linguistiche di maggior fortuna dei nostri letterati. E l’inventiva linguistica tornerà, a mimare stavolta la cultura e i modi d’espressione dei ceti popolari, nel filone delle “commedie populiste”: Straziami, ma di baci saziami, Dramma della gelosia, Romanzo popolare. Film che in effetti, come parve già allora, hanno un che di capzioso e perfino facile, tornano al vecchio amore della vignetta: ma, almeno nel primo caso, con esiti felicissimi.

Age e Scarpelli chiudono la loro collaborazione nei primi anni ottanta. Ma in realtà da molti anni il loro sguardo era volto indietro. L’ultima loro commedia sul presente è il formidabile Vogliamo i colonnelli, in cui ormai si spostano verso la farsa, nell’impraticabilità di modelli realistici. E non sono loro a scrivere le commedie, o le post-commedie, più tragiche e significative di quegli anni (Lo scopone scientifico, Amici miei, Un borghese piccolo piccolo, L’ingorgo, Le farò da padre). La loro stagione, in fondo, finisce abbastanza presto, e l’addio sono due film di Scola: C’eravamo tanto amati (1974) e La terrazza (1980). 

Nel passare dall’uno all’altro film, all’elegia si sostituisce il sarcasmo, all’affresco storico una visione schiacciata claustrofobicamente, fin dal set centrale, sul presente. L’osservazione di una società diventa l’autoanalisi di un ceto e di una generazione; la costruzione temporale si complica, come se fosse difficile afferrare il salto tra il passato e il presente, e la direzione in cui il presente va. In fondo, la commedia all’italiana degli anni settanta è tutta un lungo addio, un funerale, la continua dichiarazione di un disamore e di una difficoltà a capire. Con risultati altissimi, che rimangono ancor oggi ineguagliati nell’amarezza e nella ferocia.

C’eravamo tanto amati (Scola, 1974).

 

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