La filosofia per la vita

di CRISTINA GUARNIERI

In ricordo di Ágnes Heller.

Lunedì 29 luglio, al cimitero ebraico di Budapest, abbiamo dato lʼultimo saluto ad Ágnes Heller. È stata una celebrazione molto commovente. Uno dopo lʼaltro, hanno preso la parola illustri intellettuali ungheresi, suoi intimi amici: il rabbino Róbert Frölich, capo della Sinagoga di via Dohány, che nel suo lungo discorso ha ricordato anzitutto lʼumanismo e il forte valore etico del pensiero di questa straordinaria filosofa che tanto insisteva sulla bellezza della persona buona; il critico Sándor Radnóti, stimato filosofo e saggista, che fu allievo del secondo marito di Ágnes, Ferenc Fehér, con cui aveva intrattenuto un vero e proprio rapporto filiale; il filosofo Gábor György, che ha ripercorso con tono caloroso i tratti salienti del suo itinerario filosofico; infine, lʼattrice di cinema Piroska Molnár, che ha recitato con toccante intensità A walesi bárdok (I bardi del Galles) di János Arany, lo “Shakespeare delle ballate ungheresi”. È il poema che il padre leggeva sempre ad Ágnes bambina prima di andare a letto. Vi si racconta la storia dei bardi del Galles che preferirono essere bruciati sul rogo piuttosto che salutare il Re Edoardo I, sanguinoso conquistatore della loro terra.

Come scrive nella sua autobiografia, Il valore del caso. La mia vita, quel poema marcò molto un aspetto del suo carattere che lʼavrebbe accompagnata per tutta la vita: la determinazione a ribellarsi sempre contro ogni autorità. Con tenace ostinazione, infatti, Ágnes ha affrontato il nazismo prima e il comunismo poi, combattendo irremovibilmente contro ogni forma di regime totalitario. La sua voce, incisiva e ferma, tuonava ancora, negli ultimi giorni prima del suo addio, contro la politica sovranista di Victor Orbán, che lei considerava senza mezzi termini un «tiranno». La sua critica alla democrazia illiberale ungherese era decisa, lucida, ben argomentata (cfr. Orbanismo. Il caso dell’Ungheria: dalla democrazia liberale alla tirannia).

Dopo le persecuzioni naziste, nel dopoguerra divenne lʼallieva prediletta di György Lukács. Come scrive in Breve storia della mia filosofia: «La fortuna più grande della mia vita è stata quella di essere allieva di Lukács. Senza di lui non sarei mai diventata una filosofa, ma avrei seguito il mio proposito iniziale di studiare chimica» (Heller 2016). Aveva esordito negli studi mettendosi sulla scia di unʼaltra donna eccezionale, Marie Curie. Lʼincontro con Lukács fu un crocevia decisivo e la destinò al pensiero filosofico. Lukács fu il suo maestro, se con questa espressione si intende quel che ne diceva Rachel Bespaloff, filosofa ebreo-ucraina del primo Novecento, riferendosi a Lev Šestov: «Ti devi chiedere: “Perché ha dedicato questo volume a me se non voleva o non poteva ascoltarmi?”. Ma che cosʼè un maestro se non qualcuno che ci insegna a pensare, anche contro di lui, e che rivela a noi stessi le nostre possibilità e i nostri limiti?». Lukács fu per lei padre filosofico, da cui poi si distaccò per proseguire la propria strada, sotto il segno di quella indipendenza che contraddistingueva tanto il suo carattere quanto il suo pensiero.

Castelvecchi sta curando già da qualche anno tutta la sua opera. Fra i tanti volumi usciti, uno in particolare attira lʼattenzione: Marx. Un filosofo ebreo-tedesco. Se è vero che a un certo punto Ágnes Heller ha smesso di utilizzare le parole e le espressioni, emblematiche e rappresentative, della tradizione marxista, che dopo lʼinvasione sovietica di Budapest nel 1956 non ha più parlato di “marxismo-leninismo” preferendo l’espressione “Rinascimento marxista”, e che poi alla fine ha cessato del tutto di credere nel “materialismo dialettico”, è anche vero che non ha mai smesso di tornare al pensiero di Marx. Eretica rispetto a tutti gli -ismi, insofferente verso le etichette che nutrono soltanto le menti più dogmatiche, Ágnes ha sempre continuato a ripensare lʼeredità marxista con intensità e originalità. Nel libro, mentre sottolinea l’importanza filosofica dellʼopera di Marx – la cui attualità non è scalfita dal superamento delle sue teorie economiche o sociologiche – Ágnes ne evidenzia anche la profonda ispirazione ebraica, che gravita anzitutto attorno al concetto di “liberazione”:

«In Marx la svolta antropologica e il salto nel futuro perfetto non sono rinviati a un lontano avvenire, poiché il “momento” è imprevedibile. Può essere anche oggi. Questa soluzione laica rispecchia due diverse immagini religiose: la seconda venuta di Cristo (dopo che la fede nella parusia era andata perduta) e la venuta del Messia» (Heller 2018).

 

È lʼirruzione del tempo messianico nella storia, con la sua forza anticipatrice e attualizzante, di cui già Walter Benjamin aveva rinvenuto le tracce inconsce nellʼopera di Marx. “Liberazione”, dʼaltronde, è una parola-chiave nella filosofia di Ágnes, un diapason a cui si accordano, in misura diversa, tutte le sue opere.

La filosofia per la vita

Ph. Mario Coppola

Instancabile e curiosa, ha sempre aderito alla massima hegeliana secondo cui il filosofo apprende il proprio tempo col pensiero. A differenza di tanta sinistra paludata, Ágnes si è sempre messa in gioco in modo nuovo nel presente, trasformando il proprio lessico, toccando temi diversi, infinitamente desiderosa di penetrare l’immensa varietà dellʼesistenza. Con lei se ne è andata forse una delle ultime vere filosofe viventi, quelle che sono capaci di far palpitare al cuore del pensiero la curiosità di conoscere, di esplorare, quel desiderio di vita che spesso purtroppo si estingue, stanco e stagnante, fra i muri delle accademie.

Espulsa dallʼUniversità di Budapest nel 1959, visse con coraggio il dissenso nei confronti del comunismo imperante nellʼEst Europa. Nel 1964 diede vita, insieme al marito e ad altri amici, alla cosiddetta “Scuola di Budapest”, che cercava di liberare il marxismo dalle pastoie della dottrina comunista. A partire dagli anni sessanta i suoi libri iniziarono a essere tradotti in varie lingue del mondo. Nel 1967, dopo un significativo viaggio in Italia, scrisse Lʼuomo del Rinascimento. Seguirono poi gli scritti che la resero tanto celebre nel nostro Paese negli anni settanta: nel 1970 Sociologia della vita quotidiana (in questi giorni di nuovo in libreria) e nel 1974 La teoria dei bisogni in Marx (contenuto nel volume Marx. Un filosofo ebreo-tedesco). Nel 1977 abbandonò l’Ungheria per andare a insegnare Sociologia all’Università di La Trobe a Melbourne, in Australia. Poi emigrò di nuovo, a New York, alla New School for Social Research.

Pur negli smottamenti più eclatanti del suo cammino filosofico e personale, di un fatto era certa, e lo ribadiva con risolutezza: “Una sola cosa non è mai cambiata nella mia vita: non ho mai smesso, nemmeno per un secondo, di pensare filosoficamente, di scrivere di filosofia. E non smetterò mai, fino alla fine della mia vita”. È stato così. Poco prima di andarsene per sempre, Ágnes mi ha inviato il suo ultimo testo: Tragedia e filosofia. Una storia parallela. Fino allʼultimo non ha smesso di scrivere, di pensare. Castelvecchi pubblicherà questo suo volume, assieme a tutti gli altri rimasti ancora inediti, per onorare la sua memoria e per lasciare traccia del suo infaticabile cercare. Continueremo anche a pubblicare i suoi testi oramai classici, amorevolmente tradotti dalle filosofe sue amiche: Laura Boella, Vittoria Franco, Giovanna Costanzo.

Sulle tombe dei cimiteri gli ebrei depongono pietre, non fiori. Lunedì, dopo la funzione funebre, ho visto sfilare tante persone di cui Ágnes mi aveva parlato. Amici di vecchia data, editori, filosofi, antichi amori. Ciascuno con una pietra in mano, salutavano questa donna unica, che è stata capace di tessere legami a tutte le latitudini del pianeta. Era una donna leale, era fedele: agli amici, ai sentimenti, alle umane cose.

Agnes Heller

Riferimenti bibliografici
Á. Heller, Il valore del caso. La mia vita, a cura di G. Hauptfeld, trad. di M. De Pascale, Castelvecchi, Roma 2019.
Id.,
Orbanismo. Il caso dell’Ungheria: dalla democrazia liberale alla tirannia, trad. di M. De Pascale, Castelvecchi, Roma 2019.
Id., Breve storia della mia filosofia, trad. di Costanza Astore, Castelvecchi, Roma 2016.
Id., Marx. Un filosofo ebreo-tedesco, a cura di F. Lopiparo, Castelvecchi, Roma 2018.
Id., L’uomo del Rinascimento, Castelvecchi (forthcoming).
Id., Sociologia della vita quotidiana, Castelvecchi, Roma 2019.
Id., Tragedia e filosofia. Una storia parallela, Castelvecchi (forthcoming).

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