Perché perseverare?

di ROBERTO DE GAETANO

Ad Astra di James Gray.

Ad Astra

“Perché perseverare?” è la domanda che si pone Roy McBride (Brad Pitt) dopo la sua avventura solitaria nello spazio. È l’interrogativo sul senso dell’esistere che emerge nella solitudine, lontano dagli altri. La vita sociale è il dispositivo più potente per rendere ineffettuale quella domanda, per non farla emergere. È nella solitudine che la condizione tragica dell’uomo si rivela. E quando la solitudine diventa siderale come in un viaggio nello spazio, quella condizione tragica si palesa nel modo più radicale, perché esclude mediazioni.

Un viaggio nello spazio presuppone alcune cose, ma una in particolare, che le striature che articolano lo spazio terrestre e che permettono l’edificarsi della civiltà non hanno più senso. Le civiltà si edificano in forma stanziale, perimetrando il terreno. Un viaggio nello spazio è sempre un viaggio nell’imperimetrabile, al confine della civiltà, e della forma stessa dell’umano.

Viaggiare nello spazio significa dunque interrogarsi sull’umano stesso, sul senso della sua presenza al mondo (la ragione della domanda iniziale). E significa guardare quel mondo in forma decentrata, guardarlo altrimenti. Questa funzione nell’immaginario letterario ottocentesco (fino ai primi del Novecento) l’ha svolta il mare. Un viaggio in mare non ha mai significato (da Melville a Conrad) un viaggio da un punto all’altro della terra, ma ha voluto sempre dire un viaggio oltre la logica identitaria della terra stessa.

Nel cinema, soprattutto da quando la “conquista dello spazio” (espressione che palesa l’illusorietà del dominio di un indominabile) è diventata un progetto che è arrivato a caratterizzare l’umano stesso, l’erranza dei viaggi nel cosmo ha sostituito quella dei viaggi in mare. Un viaggio che misura al fondo di un’utopia di conquista necessariamente destinata a fallire un’interrogazione sulla condizione umana stessa.

Non fa eccezione a questo un film notevole come Ad Astra di James Gray, nel quale il viaggio del cosmonauta Roy McBride giunge perfino ai confini del sistema solare. Il film aggiunge al decentramento spaziale anche uno temporale. Tutto ciò che vediamo avviene in un futuro prossimo, ma indefinito.

Roy McBride è un astronauta di grande qualità e di notevole tenuta psico-fisica, come emerge dai continui test a cui è sottoposto. Viene pertanto chiamato a compiere una missione molto delicata. Ritrovare e cancellare la presenza e le tracce di una missione spaziale svoltasi più di dieci anni prima, che ha scatenato una tempesta elettrica, i cui effetti negativi continuano a misurarsi nel presente.  Ma apprendiamo che in quella missione è scomparso il padre di Roy, pioniere dell’esplorazione spaziale. Considerato morto da tutti, ma non da chi gli sta affidando l’incarico. La notizia “sconvolgente” che gli comunicano è che il padre forse è ancora vivo e che volontariamente si è reso clandestino. Il ruolo del figlio può essere importante perché, ascoltando la sua voce, il padre potrebbe dare segnali della sua esistenza. Qui si innesta anche una dinamica più tradizionale da film d’azione: l’incarico che gli viene assegnato serve di fatto a stanare il padre, l’astronauta Clifford McBride (Tommy Lee Jones), per farlo fuori, ma questo Roy non lo deve sapere.

Ad Astra

L’eroe dunque è pronto a muoversi per una “ricerca del padre”, e diviene fin dall’inizio una sorta di eroe epico-tragico: novello Telemaco, che raggiunta l’“età adulta” (quella in cui la verità gli si rivela) parte alla ricerca del genitore, e anche novello Enea che, nel momento del ritrovamento, proverà a salvare il padre. Ma in questa cornice apparentemente epica, si innesta una profonda dimensione tragica, quella che vede il rapporto tra padre e figlio segnato dall’eredità delle colpe. “Le colpe dei padri ricadono sui figli”, dice Roy in un’assunzione totale di responsabilità. E la colpa principale del padre – oltre ad aver abbandonato moglie e figlio alla “mediocre quotidianità” della vita sulla terra – è stata quella di aver sedato un ammutinamento dell’equipaggio che guidava, uccidendo tutti, ed eclissandosi nel nulla.

Novello Kurtz di Cuore di tenebra, Clifford, invecchiato in solitudine e ossessionato dall’idea di mostrare l’esistenza di forme di vita intelligenti, vive ai confini della galassia, e confessa al figlio che per lui la famiglia non è stata importante. Ma Roy gli risponde: “Io ti amo lo stesso”. La ricerca del padre prescinde dall’amore del padre, è una ricerca del limite, del perimetro simbolico di una esistenza, altrimenti condannata a vagare nel vuoto. Roy nel suo viaggio riconoscerà di detestare l’arroganza del padre, di voler essere diverso da lui. Ma questo non importa, quel padre va trovato perché può rappresentare una nuova via d’accesso alla vita, forse la prima. Cliff per un momento riconoscerà che grande coppia di astronauti avrebbero potuto essere padre e figlio. Ma il riconoscimento e la gratificazione (narcisistica) non bastano a far rientrare il vecchio “tra gli umani”. È stato troppo solo, senza parlare con nessuno, senza scambiarsi sguardi (segnato da una vista precaria) e contatti. Quel vuoto in cui si lancia è quello che ha dentro da tempo.

Ma per il figlio è diverso. Ritrovare il padre, riparare ed emendare le sue colpe (interrompe definitivamente la missione che continuava a minacciare la terra), significa soprattutto ritrovare una via di ingresso alla vita. Cominciare a desiderare gli “altri”, tornare dalla propria moglie (perennemente sola), sottrarsi alla perenne illimitatezza dello spazio galattico, significa definire un accesso all’umano.

Cliff fa parte di una tipologia di grandi personaggi dell’immaginario letterario e cinematografico americano: i fuggiaschi. Ma insieme al fuggiasco qui c’è il figlio che ritorna. La fuga (e la morte) del padre si trasforma nel ritorno del figlio ad una vita finalmente desiderata. E oltre ad essere “steady” and “calm” (cioè una macchina controllata), ora Roy dice a se stesso di essere anche “pronto ad amare”. L’erranza nomadica del padre si trasforma nel tratto normalizzante del figlio.

La forza del film risiede nella capacità di proiettare nell’immaginario fantascientifico dello spazio galattico una striatura potente, antica, una dimensione tragica (con un connotato marcatamente edipico) che diventa la via d’accesso per la costituzione dell’umano stesso e per la sua normalizzazione. L’immensità dello spazio diventa allora non tanto un luogo della perfezione e seduzione tecnologica, ma un’altra forma della wilderness americana (oltre al mare, ai deserti, alle foreste) che prelude al ritorno alla civiltà, così come la fuga la condizione necessaria per fare del ritorno a casa la forma vera dell’esperienza. 

 

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