Divorzio all’americana

di SIMONA BUSNI

Marriage Story di Noah Baumbach.

Il titolo del film parla di una storia, ma forse il termine più appropriato da utilizzare sarebbe geografia, perché in Marriage Story il regista e sceneggiatore Noah Baumbach traccia un’accuratissima mappa di un matrimonio in crisi,  nello stadio che prepara il fatidico divorzio: i territori descritti lambiscono, dunque, dimensioni fisiche — la separazione tra i coniugi Charlie (Adam Driver) e Nicole (Scarlett Johanson) è segnata, di fatto, da una prima presa di distanza riguardante il trasferimento di lei da New York a Los Angeles insieme al figlio — per poi estendersi a categorie di spazio umane ed esistenziali.

Il problema dei protagonisti è, sostanzialmente, quello di doversi (ri)definire come individualità senzienti all’interno di nuovi habitat (nuove vite da gestire, nuove città da frequentare, nuove case da arredare, nuovi letti da condividere), una volta superata la prolungata fase di amalgama coniugale in cui, semplicemente, si sta insieme e basta, mettendo da parte qualsiasi prodromo di disagio in vista di un ben più nobile progetto a lungo termine.

Nicole è un’attrice che, dopo il successo facile ottenuto da ragazza mostrando le tette in un filmetto, abbraccia la causa professionale di Charlie, un giovane regista teatrale sconosciuto, diventando la protagonista di tutti i lavori che porta in scena. L’incastro tra i due è immediato ed entrambi ne beneficiano, sia a livello di credibilità sia a livello di fama. Si tratta di un’autentica simbiosi creativa — il pigmalione e la sua fulgida creatura, plasmata assecondando un bisogno estetico superiore (almeno sulla carta) e, a sua volta, in grado di restituire al mittente la propria luce — che però alla lunga finisce per implodere: in gioco ci sono pur sempre due primedonne, incapaci di mostrarsi generose l’una nei confronti dell’altra quando ad essere a rischio sono i confini del proprio potere immaginifico.

Cosa sarebbe Charlie senza Nicole, che ha portato una ventata di visibilità agli sgangherati spettacolini del suo squattrinato compagno? E cosa sarebbe, del resto, Nicole senza Charlie, il genio che le ha conferito una dignità d’interprete — seppure continui a criticare la postura fin troppo dignitosa che l’attrice assume sul palcoscenico mentre recita — cucendole addosso dei personaggi all’altezza del suo presunto talento? Dove finisce l’uno e dove comincia l’altra? E, soprattutto, cosa c’è oltre il loro essere marito e moglie? Che fine hanno fatto l’uomo e la donna che esistevano in origine? Esistono ancora? O peggio, sono mai esistiti?! E il regista e l’attrice che erano prima di incontrarsi? C’erano per davvero?! Ecco che i bordi del due tornano di colpo a premere contro il guscio esterno del matrimonio, mandando in frantumi l’illusione praticabile di un’esistenza ordinaria comune.

Una volta smembrate, le due sostanze residue (il padre e la madre), tentano di ri-assemblarsi intorno all’unico prodotto identificabile della precedente fusione (il figlio), innescando la tipica guerriglia di nefandezze che respinge ogni concreta possibilità di “rimatrimonio”, per utilizzare un termine particolarmente significativo all’interno della tradizione cinematografica americana. Forse è proprio la presenza diegetica del figlio a impedire al nucleo commedico del film di detonare in tutta la sua potenza (non a caso, Stanley Cavell sostiene che il rimatrimonio non può avere luogo laddove ci siano dei figli): Marriage Story oscilla, di fatto, tra la commedia e il legal drama — con qualche accenno melodrammatico, ben distribuito tra il polo femminile della vicenda (maternal melodrama) e quello maschile (male weepie), e una strizzatina d’occhio al musical in due scene — adattando le potenzialità di una struttura narrativa tendenzialmente aperta alle straordinarie interpretazioni dei protagonisti. 

Ciò che si mostra nel film non è, pertanto, il matrimonio in sé (il cui ordito viene ricucito attraverso l’evocazione di tutta una serie di “scene” riferite al passato), ma ciò che ne resta, una trama invisibile che ci viene riconsegnata il più delle volte attraverso i dialoghi tra i personaggi. In questo senso, la storia è interamente parlata, quasi mai agita. Addirittura i passaggi più significativi si esplicano attraverso la parola scritta: quando un mediatore propone a Charlie e a Nicole di stilare una lista con i pregi del partner per provare a mantenere vivo il ricordo di ciò che li univa (ancora un volta un problema di definizione e di autodefinizione), la donna si rifiuta di leggere il suo resoconto davanti al marito — e, dunque, di rivendicare a voce il senso delle proprie scelte, riconoscendo Charlie come compagno —, salvo poi conservare gelosamente il foglio, che si rivelerà funzionale al parziale scioglimento del finale.

Un’attrice che non è più in grado di esprimersi grava sulla storia almeno quanto un regista che non sa come dirigere il corso della propria esistenza. È  su questo delizioso paradosso che si gioca il senso del film, nella sua indecidibilità costitutiva: a metà strada tra il matrimonio e il divorzio, tra la commedia e il dramma, tra la storia e la geografia.  

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