Il marketing della santità

di ALESSANDRA AZZALI

The New Pope di Paolo Sorrentino.

L’ultimo episodio di The Young Pope di Paolo Sorrentino finiva a Venezia dove Lenny Belardo (Jude Law) alias Pio XIII, il papa giovane e bello, primo pontefice americano della storia, veniva colto da un malore durante il discorso della messa di Natale in piazza San Marco gremita di folla. E da Venezia 76 riparte il “carosello vaticano” secondo Sorrentino, con la nuova serie The New Pope, che il regista non ama definire sequel, ma che di fatto costituisce il seguito delle vicende narrate in The Young Pope.

Dei 9 episodi della nuova serie, che uscirà nel 2020 e a cui parteciperanno anche Sharon Stone e Marilyn Manson, sono stati presentati al festival solo due episodi: il numero 2 e il 7. Con un breve recap dei tasselli mancanti, si apprende che Pio XIII è in coma e il Vaticano è costretto ad eleggere un nuovo papa che prenderà il nome di Francesco II, il quale, come l’omonimo santo, ha intenzione di spogliare sé e il Vaticano di ogni ricchezza in favore dei poveri. Viene fatalmente anch’esso colto da improvviso malore e muore poco dopo il suo insediamento, come avvenne ad Albino Luciani, papa Giovanni Paolo I, la cui improvvisa morte alimentò romanzeschi sospetti di complotto rappresentati anche (uno per tutti) nel Padrino III di Coppola. 

All’inizio del secondo episodio vediamo Sofia, responsabile del marketing vaticano (Cécile de France, già protagonista in film di Eastwood e Dardenne) seduta su una panchina dei giardini vaticani che, maliziosamente osservata da giovani frati, ricambia lo sguardo licenzioso, assumendo pose provocanti e slacciandosi il bottone della camicetta, salvo poi mostrare il terzo dito in un inequivocabile, liquidatorio gesto seccamente volgare. I titoli di testa scorrono, a seguire, su immagini di novizie che ballano al rallentatore, con i corpi ravvicinati, si tolgono le cuffie che raccolgono i capelli e sciolgono le chiome dimenandosi a ritmi da discoteca come menadi danzanti.

Questi due momenti, come numerosi altri passaggi (il papa muscoloso e abbronzato che  allunga la mano per sfiorare il décolleté di una seducente ragazza in bikini, ma solo per estrarre una sigaretta dal crocefisso portasigarette che questa ha appeso al collo), confermano la vocazione sorrentiniana a fare di sacro e profano, erotismo e misticismo, un ironico, indistinto mescolamento che ha come effetto la sacralizzazione del profano e la secolarizzazione del sacro, dove il sacro passa da oggetto devozionale a oggetto “merceologico” (un alto prelato parla di “commercio di anime”, mentre l’immagine del papa alimenta un nutrito merchandising). Nella saga papale di Sorrentino, sacro e profano — nella forma di santità ed erotismo — non sono due poli giustapposti, secondo topoi letterari (boccacceschi e non solo), che arrivano fino al softcore della commedia sexy italiana anni ’70, traboccanti di suorine e giovani frati; sono un miscuglio contrassegnato da un costante ammiccamento, dove la trasgressione si azzera facendosi “maniera”, come nella consolidata trama dei video pop musicali.

Papa Francesco II è dunque morto, e si rende necessario scegliere un pontefice che metta d’accordo tutti, creando stabilità e consenso. La scelta cade sull’autore del trattato “La via media”, che esprime una filosofia di moderazione e compromesso lontana da intransigenze ed estremismi: il cardinale britannico John Brannox (John Malkovich). Tra coloro che partono per convincere il cardinale inglese c’è Silvio Orlando (il cardinal Voiello), letteralmente “in stato di grazia”: la sua interpretazione contiene echi delle commedie papaline di Luigi Magni e di personaggi interpretati da Nino Manfredi come il cardinal Colombo de In nome del Papa Re  o Felicetto de li Caprettari, il papa di transizione nell’episodio Il santo soglio di Signore e signori, buonanotte. Il personaggio di Silvio Orlando forse è l’unico elemento che raccoglie l’eredità della tradizione classica del cinema italiano in una operazione seriale dove i modelli di riferimento sono sicuramente altrove.

Il contraltare del personaggio interpretato da Orlando è quello di Malkovich, il cardinale John Brannox, un carismatico aristocratico inglese che vive in un castello, con gli anziani genitori in sedia a rotelle che non gli rivolgono la parola. Suona l’arpa, pensa che la Brexit sia “un passo verso la decristianizzazione dell’Europa”, e ha convertito una grande quantità di anglicani “parlando di golf, di Holderlin, di Montale e dell’Arsenal”. Con un’apparizione ad effetto, Brennox si mostra in posa da dandy, eleganti abiti inglesi con giacca e cravatta, gli occhi truccati col kajal, ed è descritto come una porcellana fragile e delicata. Nello spettrale castello inglese dove la commissione vaticana lo incontra per convincerlo ad accettare la nomina papale, si aggira intanto il fantasma di papa Pio XIII il cui corpo giace a Venezia, in coma. Non mancano naturalmente conversazioni sui massimi sistemi, costellate di sentenze lapidarie sulla Chiesa, l’amore  la fede e via discorrendo: “La chiesa è nuda”, “l’amore è un concetto astratto, ma è necessario come Dio”.

Negli episodi successivi, Brennox sale al soglio pontificio col nome di Giovanni Paolo III mentre Lenny Belardo si risveglia dal coma irreversibile, senza sapere che nei 12 mesi della sua assenza tutto è cambiato. Mentre il suo risveglio rimane segreto, Lenny è ospite a Venezia a casa del medico che lo ha in cura e di sua la moglie, una “madonna” addolorata dal grave dramma familiare dell’incurabilità del figlio undicenne. Qui il dolore, il miracolo, la vita, la morte, la fede, l’eutanasia, la speranza del Paradiso, l’ascensione al cielo di un’anima innocente, si susseguono in pose di altisonante retorica kitsch come la scena di Lenny in ginocchio davanti al bambino allettato che si rivolge a Dio con le braccia alzate urlando ripetutamente “fa’ di lui un uomo”, o quella della madre nella vasca da bagno che accoglie in grembo il figlio come la Pietà di Michelangelo.

Se The Young Pope è un film sulla rappresentazione del potere (religioso), The New Pope è incentrato invece su tematiche quali fede, amore, spiritualità, misteroIn The Young Pope c’è il potere che si mette in scena, si celebra, si fa icona di se stesso attraverso vestizioni, paramenti, sfilate di un papa rockstar con occhiali da sole e sigaretta in bocca (ennesima istrionica maschera del potere come Berlusconi-Trimalcione di Loro 1 e Loro 2 o lo ieratico Andreotti burattinaio-Belzebu de Il divo), un Pio XIII che ambisce a generare una nuova immagine di arcaico potere sacerdotale distruggendo l’immagine stessa del papa (come il meteorite di Maurizio Cattelan che abbatte il pontefice nella sequenza dei titoli di testa). 

Le modalità di rappresentazione del potere implicano una accurata e audace strategia di marketing che si muove su un doppio binario: mentre Jude Law (l’attore) si sovraespone in trionfanti passerelle agli occhi dello spettatore, guardando in macchina e sorridendo all’obiettivo (una vetrina perfettamente antitetica allo sguardo rosselliniano sull’esercizio del potere di re Sole), il giovane papa (il personaggio) fa la scelta di celarsi ai fedeli per rendersi prezioso e irraggiungibile come una divinità (“l’assenza è presenza”). L’assenza come sottrazione è in The Young Pope anche quella dei genitori che hanno abbandonato Lenny Belardo e che egli non smetterà di sognare e di cercare, tormentato forse dallo stesso “deficit di accudimento” del (mancato) pontefice di Habemus Papam di Moretti (che, al contrario, sceglie il nascondimento per liberarsi dal peso insostenibile della responsabilità del potere).

Maurizio Cattelan, La nona ora

In The New Pope è invece in gioco la rappresentazione del sacro, la messa in scena della fede e della spiritualità. Una rappresentazione che è molto lontana dalla rappresentazione cinematografica del sacro sotto forma di tableaux vivants in Pasolini, Jarman, finanche Ciprì e Maresco, dove i modelli di riferimento fondamentali sono quelli pittorici: Rosso Fiorentino, Pontormo, Mantegna, Piero della Francesca, Masaccio, Caravaggio. In Sorrentino il modello iconografico sembra essere quello pubblicitario, quello dello spot e del videoclip, nutrito di immaginari della contemporaneità. Non quadri su soggetti sacri ma consumistici santini postmoderni, ispirati non a Pontormo semmai a LaChapelle, Pierre et Gilles, Cattelan.

Il papa abbronzato, con la pelle bagnata e l’attillato costume bianco, che sfila sulla spiaggia tra belle ragazze adoranti in bikini, strizzando l’occhio allo spettatore; la fanciulla vestita con velo celeste da Madonna che sviene al suo passaggio, colta da estasi mistica (o da erotico turbamento): questo si colloca più vicino alla pubblicità di Dolce e Gabbana, o di una crema abbronzante, che a una rappresentazione del sacro, sia pur blasfema o parodica. Lo stesso vale per la Pietà di Michelangelo riprodotta con un bambino disabile tra le braccia della madre, o per la statua della Pietà devastata dall’attentato esplosivo nella basilica di san Pietro ad opera di terroristi islamici.

Non c’è iconoclastia né sacralità. Solo gioco con gli oggetti e soggetti religiosi come merce di consumo, foto di agenzia, scatti ben costruiti, rimodulati, ricoloratiVisionarietà pop e gusto del kitsch che desacralizzano il clero e la santità per santificare i feticci merceologici della fede. Come dice Pio XIII, nel quarto episodio di The Young Pope: “Non sono profondo, sono solo presuntuoso”.

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