Live, Work, Pose. Una serie politica

di CHIARA CHECCAGLINI

Pose di Ryan Murphy, Brad Falchuk e Steven Canals.

Pose (2018-) è una serie americana in onda sul canale FX, appena giunta alla fine della sua seconda stagione (ancora inedita in Italia). Il contesto in cui si muovono i personaggi di Pose è la comunità LGBTQ delle ballroom tra gli anni ottanta e novanta a New York: un sistema di competizioni a metà tra il ballo e la sfilata suddivise in categorie, organizzate da e per appartenenti alla comunità LGBTQ non bianca, a sua volta strutturata in Houses (case), ovvero vere e proprie famiglie governate da una figura denominata Mother. Dalla subcultura delle ballroom emerge il voguing, un ballo fatto di passi e pose che imitano quelle delle modelle sulle riviste, reso poi famoso nel mondo da Madonna (come viene rimarcato nella seconda stagione). La musica e la performance hanno naturalmente un ruolo centrale in Pose, e la passerella del ball è il luogo dove viene messo in scena il rivoluzionario atto di esibizione e visibilità dei corpi delle persone non conformi.

New York City 1987, recitano i due cartelli all’inizio del primo episodio di Pose. Le scritte bianche in campo nero sono un esplicito richiamo ai cartelli di Paris is Burning di Jennie Livingston, il documentario del 1990 che per primo ha portato all’attenzione mainstream il fenomeno della ball culture. Pose si apre con due sequenze che hanno il potere di sintetizzare uno spazio di manovra fisico e simbolico, e contemporaneamente giustapporre gli estremi della quotidianità della community che vedremo raccontata: da un lato la realtà della ballroom nella sua versione più sfarzosa, con una competizione nella categoria Royalty che mette subito in scena la fiera arroganza di Elektra (Dominique Jackson) e della sua House of Abundance; dall’altro il coming out drammatico di Damon (Ryan Jamaal Swain) con i genitori, che si conclude con la cacciata da casa.

È all’interno di questi confini, una comunità con le sue regole e ruoli e un mondo esterno di chiusure e violenza, che all’inizio della serie troviamo Blanca (Mj Rodriguez), un’estetista che decide di abbandonare la prestigiosa House of Abundance e fondare la sua House, emancipandosi dalla salvifica ma anche ingombrante e dispotica figura materna, Elektra. La scelta di Blanca dà il via all’arco narrativo principale della serie, che si intreccia immediatamente con Damon, aspirante ballerino che ora vive sulle panchine di Central Park, e subito da lei accolto. Anche Angel (Indya Moore), sex worker e tra le più promettenti performer dei ball, lascia la House of Abundance per seguire Blanca nella sua nuova House of Evangelista. Completa il quadro Pray Tell (Billy Porter), Master of Ceremony dei ball, coscienza creativa e storica della ballroom, e amico fraterno di Blanca.

Pose è la dimostrazione di come si possa scegliere di intrecciare programmaticamente le categorie estetiche con il contesto sociale e politico. Dall’apparato produttivo al contenuto, Pose esibisce la cognizione di una propria responsabilità, andando ad agire all’interno di un vuoto di rappresentazione. L’unicità del comparto produttivo di Pose è degna di nota, e impossibile da scindere dalla natura e dall’esistenza della serie stessa. Quando Ryan Murphy decide di imbarcarsi nel progetto, dopo aver letto un soggetto di Steven Canals, sceneggiatore queer afro-latinx, è perfettamente consapevole di non poter supervisionare (almeno, non da solo) un lavoro che riguarda una comunità specifica a cui non appartiene. Per questo recluta anche Janet Mock, autrice e produttrice transgender e prima donna trans non bianca a lavorare a una serie tv, anche in veste di regista per il sesto episodio.

Della squadra fa parte anche la musicista, cantante e sceneggiatrice trans Our Lady J: in questo caso il dato biografico di alcune componenti della crew contribuisce a definire in modo sostanziale il progetto, oltre a costituire una fonte polifonica di materiale ed esperienze da trasferire nella scrittura della serie. Se si aggiunge che molte delle autrici e attrici coinvolte in Pose sono anche attiviste, e sfruttano la fama accordata dalla serie per sensibilizzare sui temi dell’inclusività (basta dare uno sguardo ai profili social di Indya Moore o Billy Porter), è chiaro che l’identità stessa della serie si costituisce come collettiva e comunitaria.

Per dare voce a questi propositi Pose sceglie di raccontare i propri personaggi e i loro legami non convenzionali ricorrendo a elementi narrativi riconoscibili e convenzionali. Dal melodramma al racconto di formazione, passando per la retorica dell’aspirazione ai propri sogni di successo, le storyline di Pose si appropriano di linee narrative mainstream riarticolando cliché e riadattandoli alla propria narrazione.

Dal punto di vista del contenuto, durante la realizzazione della prima stagione Ryan Murphy dichiara che le due anime della serie saranno la rappresentazione della ball culture e l’ascesa del colosso Trump negli stessi anni. Da un lato la più marginale tra le comunità ostracizzate dalla società, dall’altro il simbolo ipertrofico dell’ascesa sociale verso un potere e un lusso a cui aspirare. In realtà, ben presto, il primo polo divora il secondo: Pose è una celebrazione della forma di autenticità incarnata dalle esistenze irregolari e gioiose, nonostante le difficoltà. Un’autenticità inimmaginabile per i colletti bianchi della Fifth Avenue, come esemplificato dal tutt’altro che edificante ritratto di Stan Bowes (Evan Peters), l’amante di Angel impiegato alla Trump Tower semplicemente atterrito dalla possibilità che la ragazza preferisca non conformarsi al ruolo di mantenuta.

La seconda stagione conferma questo sbilanciamento, includendo personaggi esterni alla community solo in relazione ai desideri di realizzazione delle protagoniste, come la villain Frederica Norman (Patti LuPone). Inoltre, la stagione esibisce ancora più esplicitamente la propria vocazione politica, includendo più temi possibili, emblematici della quotidianità delle persone trans da un lato, e della storia della ball culture e dell’attivismo LGBTQ dall’altro, a costo di eccedere schizofrenicamente in contenuti e sacrificare la compattezza narrativa della serie.

Da questo punto di vista le due stagioni di Pose evidenziano un percorso di progressiva apertura alla visibilità fuori dalla ballroom, attraverso l’attivismo e la rivendicazione del proprio posto nel mondo del lavoro. Una rielaborazione più ottimistica della realtà dell’epoca, perfettamente in linea con l’intento della serie di sostituire le narrazioni abituali sulle persone trans con storie sentimentali, anche a lieto fine. Anche la presenza pervasiva dell’HIV, tematizzata fin dai primi episodi, è raccontata oltre i picchi drammatici, tramite la focalizzazione sulla concretezza di un’esistenza possibile insieme alla (e non solo minacciata dalla) malattia: l’integrazione delle routine mediche nella quotidianità dei personaggi da un lato, il supporto della famiglia di elezione dall’altro.

Pose ha assunto una posizione di rilievo nella messa in scena di categorie sottorappresentate, e come tale è già l’esempio cui d’ora in avanti, su questi temi, la serialità si dovrà misurare. Un caso interessante, recepito con reazioni contrastanti, è stata la scelta di affrontare, nella seconda stagione, la concreta e urgente questione della violenza contro le donne trans non bianche, tramite l’omicidio di Candy (Angelica Ross), un personaggio laterale ma ricorrente. Le critiche hanno riguardato due direttrici, una extra-diegetica e una diegetica: da un lato la scelta rischia di ripetere uno dei più famosi trope tra quelli che la serie cerca di combattere; dall’altro, è stato sottolineato come il personaggio di Candy sia stato fin lì esclusivamente dileggiato per il suo aspetto fisico e usato come destinataria delle sferzanti battute di Pray Tell.

Questo stride con la rappresentazione celebrativa della Candy post-mortem, che appare come visione per accommiatarsi dalle altre e poi in una sequenza finale di fantasia che la vede trionfare finalmente sulla ballroom. Al contrario, altrove si è rilevato come proprio questa intensa riappropriazione della morte di Candy nel tessuto narrativo distanzi decisamente Pose dalla superficialità di altre rappresentazioni. Questo caso esemplifica come, ponendosi direttamente in dialogo con la comunità LGBTQ, la crew di Pose e la serie stessa si prestino a uno scrutinio minuzioso riguardo alle proprie scelte narrative.

Pose è una serie imperfetta dal punto di vista del racconto, che spesso privilegia l’aspetto emozionale e a volte è approssimativo nella consequenzialità drammatica. Tuttavia, i primati culturali di Pose orgogliosamente rivendicati non sono separabili dal prodotto finito: è impossibile avvicinare la serie senza inquadrarla all’interno di un intreccio di tematiche, problemi di rappresentazione e urgenze che vanno al di là dei confini narrativi e produttivi.

Riferimenti bibliografici
M. Bailey, Butch Queens Up in Pumps: Gender, Performance, and Ballroom Culture in Detroit, The University of Michigan Press, Michigan 2013.
H. Ryan, Ballroom 101: The History Behind the Culture on Pose, in “Them”.

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *