Che cos’è la fotografia? Antidoti a una domanda mal posta

di ROBERTA AGNESE

Fotografia. Temi e problemi a cura di Maddalena Mazzocut-Mis e Emanuela Scarpellini. 

Mishka Henner, Photography is (2010), Courtesy © Mishka Henner.

Nel 2015 la mostra intitolata provocatoriamente Qu’est-ce que la photographie? presentata nella piccola e sotterranea “Galerie des photographies” del Centre Pompidou di Parigi, faceva di una domanda “mal posta” l’occasione per ripensare la fotografia nelle molteplici forme che essa può assumere. Vi rispondeva attraverso otto “repliche” – voglie, materiali, principi, prassi, alchimia, scarto, risorse, verifiche – che declinavano il senso e moltiplicavano le possibilità di una forma espressiva dai contorni non solo porosi ma anche particolarmente fluidi. Nell’impossibilità di definirla in maniera univoca, i curatori proponevano, infatti, una “anti-ontologia” della fotografia, calata nell’osservazione delle pratiche più disparate, dalle piccole Boîtes d’allumettes di Man Ray alle immagini “cinematografiche” di Jeff Wall.

Cercare di definire che cosa sia la fotografia è in effetti un’impresa tanto difficile quanto, forse, inutile. Le teorie ontologiche degli anni ’80, ad esempio – primo vero nucleo di elaborazione teorica compatta sul medium – ponevano la questione in termini definitori, contribuendo al tempo stesso, proprio per questo interesse per l’essenza della fotografia, a spostare l’attenzione degli studiosi su un medium considerato prevalentemente, forse ancora oggi, solo nella sua funzione ancillare rispetto al cinema.

Queste teorie sono ora giudicate largamente insufficienti, nonostante abbiano orientato a lungo il dibattito; così come insoddisfacenti sono i tentativi più recenti di ripensare l’essenza del medium a partire dalla cosiddetta rivoluzione digitale, che ne avrebbe stravolto natura e funzioni. Pensare la fotografia oggi significa quindi, di là da ogni domanda essenzialistica sulla sua natura, pensarla al plurale, a partire dalle interazioni con altri media, considerando la varietà di dispostivi e supporti, e ripercorrendo quindi criticamente la sua storia.

Vanno in questa direzione le riflessioni contenute nel volume Fotografia. Temi e problemi, a cura di Maddalena Mazzocut-Mis e Emanuela Scarpellini, che ha l’ambizione di «aprire al dibattito sulla fotografia nella contemporaneità» e al contempo «si propone come un’ampia e approfondita introduzione all’estetica, alla storia e alla pratica dello scatto fotografico» (Mazzocut-Mis, Scarpellini 2018, p. 7). I testi qui raccolti disegnano, in effetti, una cartografia di pratiche che moltiplicano le risposte possibili alla domanda iniziale. Il territorio esplorato è vasto: dall’annosa questione sulla fotografia come arte, fino alla più recente affermazione della fotografia di moda, passando per i grandi temi della sua storia, come l’importante caso dello stile documentario, o ancora per pratiche “medie” come la fotografia vernacolare, eletta a genere vero e proprio dalla critica più recente.

Man Ray, Boîte d’allumettes fermée (1960), © Man Ray Trust.

Il volume non omette inoltre di aprire la riflessione ai peculiari usi della fotografia a supporto di altre arti, come il teatro, dove lo scatto «si struttura sempre come un discretum nel continuum dell’esistenza» («Fermare l’inafferrabile», Vanja Vasiljević, p. 85) o ancora al suo attuale ruolo nel mercato della fine art. «La fotografia – afferma Maddalena Mazzocut-Mis – ci costringe a ripensare il nostro modo di relazionarci con le immagini» (ivi, p. 19), e può in tal modo funzionare come prisma per interpretare la loro funzione oggi. Il panorama che si delinea così, attraverso l’analisi di queste pratiche, è quanto mai complesso: sullo sfondo resta la domanda – forse inevitabile – sul rapporto che la fotografia intrattiene con la realtà (posta dal saggio “Fotografia e Realtà” di Claudio Rozzoni, pp. 21-35); in primo piano scorrono via via i tanti modi di dirlo e praticarlo. In questo senso, la questione del documento in fotografia – a cui è dedicato l’ampio studio di Alessandra Nappo “Fotografia documentaria” (pp. 53-76) – resta centrale poiché, come afferma lo storico della fotografia Olivier Lugon, citato da Nappo:

Fare la storia della fotografia come documento sarebbe fare la storia di tutte le fotografie o quasi, dal reportage d’attualità alle vedute scientifiche o mediche, dalle registrazioni poliziesche o amministrative, alle cronache private (ivi, p. 55).

 

 

Un’affermazione che se da un lato conferma il costitutivo legame tra la fotografia e il reale, dall’altro sottolinea l’oscillazione e l’instabilità costante di questo rapporto, e le infinite variazioni – tecniche e artistiche – che esso può generare. Anche le interessanti prospettive sulle aperture necessarie e i ripensamenti imposti dall’(attuale) era post-fotografica partono in fondo da questa considerazione; così come indicate in particolare dai saggi di Michele Bertolini, “La fotografia artistica contemporanea” (pp. 37-54), e di Alessandra Nappo, già citato. Da un lato, afferma Bertolini,

L’estetica dominante sembra caratterizzata da una pervasiva ambiguità, come conferma la progressiva indistinzione e lo sfarinamento dei confini fra i generi fotografici, che investe anche la tradizionale distinzione tra fotografia documentaria, di reportage e artistica, (ivi, p. 51).

 

 

Dall’altro, Nappo nota come molti fotografi contemporanei «avvalendosi di strategie estremamente diversificate, mettono in crisi la tradizionale distinzione tra documentario e finzione, abbracciando soluzioni estetiche basate sul dialogo e l’interazione tra queste due sfere» (ivi, p. 76). Per cercare di (non) rispondere alla domanda sulla fotografia bisogna quindi spingersi fino ai tanti e diversi confini che la definiscono, lavorare sulle intersezioni dei sistemi – teorici, artistici, mediali – che ne fanno uso e ripensare la fotografia partendo dall’osservazione delle pratiche e dal rovesciamento di quelle certezze, come la sua natura indicale, che sembrano ormai acquisite.

Tra i meriti del volume vi è certamente quello di aprire il dibattito anche in Italia e di avanzare l’idea che una teoria della fotografia, potremmo dire un’estetica della fotografia come disciplina filosofica, non è solo possibile ma anche auspicabile: occorre, infatti, recuperare l’idea di una fotografia come medium attraverso il quale lo sguardo dell’uomo contemporaneo si è forgiato, e con esso la sua esperienza sensibile del mondo. Si può in tal modo comprendere il ruolo capitale che la fotografia ha giocato nelle vicende, non solo artistiche, della modernità poiché essa, come scrive Carlo Ginzburg, ha inaugurato e reso possibile, «nuove possibilità cognitive: un nuovo modo di vedere, di raccontare di pensare».

Se la domanda che cos’è la fotografia? è mal posta, essa resta tuttavia ineludibile: per (non) rispondere dobbiamo reinterpretare un movimento che la storia del pensiero conosce bene, e introdurre la categoria del “diverso” tra i generi che ci permettono di pensare la complessità delle cose.

Ugo Mulas, Fine delle verifiche. Per Marcel Duchamp (1971), © Ugo Mulas Estate.

Riferimenti bibliografici
R. Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia, Einaudi, Torino 2003.
C. Chéroux, K. Ziebonska-Lewandowska, Qu’est-ce que la photographie, catalogo della mostra, Éd. Centre Pompidou/Xavier Barral, Paris 2015.
P. Dubois, L’atto fotografico, Quattro Venti, Urbino 1996.
C. Ginzburg, Particolari, primi piani, microanalisi. In margine a un libro di Siegfried Kracauerin Il filo e le tracce: Vero, falso, finto, Feltrinelli, Milano 2006.
A. Gunthert, L’immagine condivisa. La fotografia digitale, Contrasto, Roma 2016.
O. Lugon, Lo stile documentario. Da August Sander a Walker Evans 1920-1945, Electa Mondadori, Milano 2001.
M. Mazzocut-Mis, E. Scarpellini. Fotografia. Temi e problemi, Mimesis, Milano 2019.  

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