God Save Downton Abbey

di GIUSY GALLO

Downton Abbey di Michael Engler.

È l’alba del 1926: un commiato è messo in scena attraverso un brindisi augurale a nuove vite. È così che Downton Abbey lascia il piccolo schermo, dopo aver raccontato gli intrecci delle vite della famiglia Crawley e della sua servitù fin dalla mattina successiva all’affondamento del Titanic nel 1912. In apertura della prima stagione della serie televisiva, proprio l’annuncio di quella sciagura, che si abbatte anche sui Crawley e su Robert, conte di Grantham, è anticipato dai suoni del telegrafo e a quei suoni si mescola lo stridìo del treno sulle rotaie. Predisponendo una (im)perfetta continuità, l’apertura di Downton Abbey sul grande schermo è dominata dal tramestìo di una stazione ferroviaria londinese.

Il pretesto della narrazione cinematografica è dato dall’annuncio dell’imminente visita della regina Mary e di re Giorgio V ai Crawley durante un viaggio ufficiale nello Yorkshire. Un salto temporale proietta i due microcosmi che vivono (a) Downton Abbey nel 1927 alle prese con i preparativi reali. Per l’effetto del ritorno dell’identico, come suggerisce Eco, ci si aspetta di trovare ciascun personaggio immerso nella sua quotidianità, quasi al punto in cui la narrazione seriale si è interrotta con la conclusione forzata e rapida di alcuni archi narrativi. Nessuno ha dimenticato il matrimonio di Lady Edith, che da occulta ragazza madre, dopo aver perso il fidanzato e ancor prima di essere stata lasciata sull’altare da un uomo in avanti con l’età, diventa la Marchesa di Hexham. E l’apparentemente superba Lady Mary che, dopo aver sposato l’erede al titolo di conte di Grantham, rimane vedova e sposa – contro ogni probabilità data la sua albagìa – Mr. Henry Talbot, che da pilota automobilistico diventa comproprietario di un negozio di automobili usate. Scendendo al piano inferiore, John Bates e Anna coronano il loro sogno d’amore con la nascita del figlioletto proprio in quella notte dell’ultimo dell’anno in cui Thomas Barrow ritorna a “casa” come maggiordomo per sostituire l’insostituibile Mr. Carson.

In questo caleidoscopio di eventi riprendono vita i personaggi di Downton Abbey. L’effetto paradossale, innegabile a fine visione, insiste sull’oscillazione tra il richiamo esplicito alla serie televisiva e la possibilità di ignorarne l’esistenza disseminando una serie di indizi su fatti precedenti, con l’intento di sedurre un pubblico ancor più ampio, disposto, sulla scia del successo e della fama, a entrare – anche se in punta di piedi – in un mondo narrativo denso di ammiccamenti allo snobismo e scene dalla quotidianità della fine degli anni venti. Da un lato, viene assecondato il sistema di aspettative e previsioni della comunità di spettatori affezionati, dall’altro diverse variazioni e indizi sui personaggi, rendono il mondo narrativo pressoché autonomo, perché inaugura non nuove trame ma promuove a inaspettata maturità molti personaggi, riuscendo a rinnovare la coralità che è una delle caratteristiche più riuscite della serie televisiva. Può risultare difficile pensare la coralità quando i personaggi incarnano una relazione asimmetrica, invece in Downton Abbey, un unico valore guida chi vive al piano inferiore e chi vive al piano superiore: il senso di appartenenza declinato in una dimensione che non coincide con una classe sociale ma con l’adesione a un senso di lealtà misto a un ancestrale senso cooperativo.

Nel tempo contingentato della pellicola, l’operazione sulla coralità è sostenuta dalla trasformazione dei personaggi e non dalla loro presunta immutabilità. Certamente lo spettatore è destinato a ritrovare un mondo alle prese con i valori dell’aristocrazia britannica che tenta di rimanere in auge in un periodo di disgregazione delle nobili casate. In questo mondo, la visita reale e il suo rigido protocollo non possono essere messi in discussione, così come l’essenziale rilevanza dell’eredità di Lady Maud Bagshaw, cugina di Grantham e dama della regina Mary. Quale argomento più tradizionale della spartizione dei beni di famiglia? Eppure un altro spettatore può addentrarsi in un percorso narrativo denso di duelli verbali e rovesciamenti di ruoli. Il corpo a corpo verbale è il terreno privilegiato dalla sagace e ironica Lady Violet, contessa madre, portata in scena da Maggie Smith: nel suo sguardo vigile si incarna la volontà di mantenere lo status quo. È inattesa, invece, la ribellione del maggiordomo Barrow, che, ritenuto poco qualificato per portare a termine il compito dell’accoglienza reale e rimpiazzato temporaneamente dal suo compiaciuto predecessore Mr. Carson, sfodera una sfrontata sicurezza che gli consente di avviarsi a vivere con maggiore serenità la sua omosessualità, esibita nella sua impossibile (e a quel tempo, illegale) normalità e nell’inizio fragile e felice di una relazione.

Sfidando l’immaginario collettivo, Tom Branson, l’irlandese rivoluzionario e socialista, vedovo e genero del conte, quasi marginale rispetto alla famiglia Crawley, è un’erma bifronte. Un anti-monarchico seduto alla stessa tavola del Re e della Regina avrebbe potuto ordire un complotto, in virtù dei suoi trascorsi, eppure sventa con l’arguzia e la prestanza fisica un attentato, salvando, inoltre, grazie a un’attenta riflessione, il matrimonio della principessa Mary. Il personaggio di Branson rovescia il cliché del rivoluzionario appiattito sul rivoltoso e lo trasforma in un rivoluzionario eroico, non tanto perché salva una vita umana mettendo la sua in pericolo, quanto perché si mostra come colui che sa governare la precarietà. All’inizio della pellicola Branson non è un membro del piano di sotto, né un membro del piano di sopra, ma prende coscienza del suo nuovo ruolo, ponendo fine alla profonda crisi di comunicazione tra i due microcosmi, che egli stesso aveva aperto un decennio prima.

I profondi mutamenti nell’intersezione dei due microcosmi sono la manifestazione della perenne oscillazione tra passato e futuro in una dimensione temporale che procede tra la visione conservatrice e la visione progressista dell’esperienza umana. La fluttuazione temporale permea la trama narrativa di Donwton Abbey e si dissolve nella lunga sequenza del ballo, in cui le coppie volteggiano leggiadre sulle note di un valzer di Strauss, accompagnate dallo sguardo comprensivo e saggio della matrona Lady Violet, che ammanta ogni cosa di una leggerezza di calviniana memoria. Anche il dovere può essere leggero come può esserlo la corona più scomoda e pesante, al pari del modo in cui Lady Violet esibisce la capacità di cedere il testimone a sua nipote Mary dopo un duello lungo una vita: “Our ancestors lived different lives than us, and our descendants will live differently again, but Downton Abbey will be a part of them. You’ll take over for where I left off. You’ll be the frightening old lady, keeping everyone up to the mark. You will, my darling, and you’ll do it wonderfully”.

È una promessa, per il sequel quasi annunciato: Downton Abbey è per sempre.

Riferimenti bibliografici 
I. Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Einaudi, Torino 2015.
U. Eco, Sei passeggiate nei boschi narrativi, Bompiani, Milano 1994. 
U. Eco, “L’innovazione nel seriale”, in Sugli specchi e altri saggi, Bompiani, Milano 2015.

 

 

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