Costellazioni partenopee

di GIANLUCA MIGLINO

Adorno a Napoli. Un capitolo sconosciuto della filosofia europea di Martin Mittelmeier.

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Aprea, Il convento dei cappuccini ad Amalfi, 1937

Per parlare di Adorno a Napoli di Martin Mittelmeier è forse utile partire da una citazione per esteso del titolo, a mo’ di scheda bibliografica. L’originale Martin Mittelmeier, Adorno in Neapel. Wie sich eine Sehnsuchtslandschaft in Philosophie verwandelt (Siedler, München 2013), diventa Martin Mittelmeier, Adorno a Napoli. Un capitolo sconosciuto della filosofia europea (trad. di Flavio Cuniberto, Feltrinelli, Milano 2019). Due elementi emergono da questa pedante citazione, il primo evidente solo per chi mastichi un po’ di tedesco, il secondo per chiunque sappia far di conto. Sul secondo si tornerà più avanti. Per quel che riguarda il primo, il sottotitolo, tradotto in modo completamente differente, segnala già il senso di questa operazione editoriale, che ovviamente chi scrive non sa a chi attribuire, se alla redazione della casa editrice, al traduttore o, addirittura, all’autore stesso. Tradurre “Adorno a Napoli. Come un ‘paesaggio di nostalgia’ si trasforma in filosofia” con il sottotitolo italiano significa infatti aprire ad una serie di possibili equivoci che, da una rapida rassegna delle recensioni apparse in Italia negli ultimi mesi, si sono infatti puntualmente manifestati.

Per Mittelmeier, infatti, Napoli (come Capri e Positano) non è solamente il teatro storico-biografico di una vicenda filosofica documentata in 300 pagine fitte di note e rimandi ad un’imponente bibliografia, ma è soprattutto una “Sehnsuchtslandschaft”, un paesaggio ideale di ascendenza strettamente romantica, un polarizzatore di esperienze culturali capace di produrre e mettere in moto una serie di categorie con cui leggere in modo nuovo la crisi della modernità. L’autore ricostruisce infatti una costellazione di autori che si muove nei primi anni venti a Napoli e nei suoi dintorni e i cui protagonisti sono non solo l’Adorno del titolo, ma anche gli amici e conoscenti più o meno noti Walter Benjamin e Siegfried Kracauer, Alfred Sohn-Rethel ed Ernst Bloch, oltre a due decisive figure femminili, come Gretel Karplus, futura moglie di Adorno, e Asja Lacis, rivoluzionaria lettone oggetto anche lei della Sehnsucht, sia sentimentale sia ideologica, di Benjamin.

La definizione di “costellazione” per questa composita compagnia di sodali non è casuale. Si tratta infatti di quello che è forse il termine chiave di questo libro, in cui si riassume il tentativo di tematizzare in modo originale i modi in cui un concetto può tradursi in rappresentazione. La costellazione, termine notoriamente centrale nell’opera di Walter Benjamin (basti pensare all’“atlante concettuale” pubblicato lo scorso anno da Einaudi a cura di Andrea Pinotti, Costellazioni. Le parole di Walter Benjamin) e intesa sommariamente come un insieme di concetti la cui coesione viene garantita dalla vis imaginativa di un pensiero al tempo stesso dialettico e “astrologico”, è nel libro di Mittelmeier sia oggetto di analisi, sia principio strutturante della ricerca e dell’argomentazione.

L’immagine istantanea di un momento topico della storia intellettuale del Novecento europeo, appunto la “costellazione” delle personalità citate, diventa infatti anche l’allegoria di un paesaggio concettuale magmatico e sperimentale al cui centro sta la presa di coscienza che il pensiero, per pensare il reale della modernità, abbia bisogno di nuove “Wunderwaffen”, di inedite armi concettuali, che possono essere il risultato non solo di nuove concezioni, ma anche di nuove percezioni e di un modo differente di “fare esperienza”. Per questo Mittelmeier si concentra su questo incontro dei vari Adorno, Benjamin, Kracauer, Sohn-Rethel etc. nella Napoli e sulla costiera amalfitana di quegli anni. Spinti sicuramente dal’esigenza di trovare un rifugio che li mettesse al riparo dall’alienazione della metropoli borghese mitteleuropea nata dal disastro della Grande Guerra, il “paesaggio nostalgico” gravato di memorie goethiane e romantiche si prestava perfettamente a diventare un laboratorio in cui sperimentare nuove modalità di riflessione filosofica.

Il percorso ricostruito da Mittelmeier non è allora volto ad una ricostruzione biografica o sociologica delle traiettorie dell’esilio intellettuale (magari come anticipazione dell’esilio degli intellettuali tedeschi durante il nazismo), ma muove da una questione strettamente teorica, che è contenuta in quel sottotitolo omesso e modificato nella traduzione italiana: cosa vuol dire inventare una nuova filosofia partendo da un paesaggio, e, più precisamente, da quel paesaggio napoletano e mediterraneo (che, nell’economia del libro, non sono esattamente lo stessa cosa)?

Uno dei meriti del volume (in questo caso, sia dell’edizione originale, sia di quella italiana), è quello di avere accompagnato l’argomentazione con immagini storiche di questo paesaggio (riproduzioni di cartoline d’epoca e foto tratte dagli archivi Kracauer, Adorno etc.). Questo procedimento benjaminiano permette all’autore di lanciare la sua sfida interpretativa: il percorso filosofico di Adorno ha il suo presupposto tanto nascosto quanto irrinunciabile nel’’ “esperienza di Napoli”, che viene letteralmente tradotta in testi filosofici (i saggi musicologici del giovane Adorno, dedicati al maestro Alban Berg e a Schubert, a cui sono dedicate affascinanti analisi), esattamente nel senso in cui per Benjamin le “immagini di città” diventano “immagini di pensiero”, Denkbilder.

Napoli e Positano diventano allora elementi architettonici fondanti nelle costruzioni filosofiche di Adorno, Kracauer, Benjamin e Sohn-Rethel, i cui percorsi intellettuali, pur risalendo a traiettorie biografiche dissimili, rivelano la loro comune matrice in questo costruttivismo allegorico. I primi saggi musicologici di Adorno, le incompiute riflessioni di Sohn-Rethel su alcuni capitoli del Capitale di Marx dedicati alla natura “astratta” della merce, la tesi di abilitazione sul dramma barocco tedesco di Benjamin, i feuilleton di Kracauer sarebbero allora, secondo Mittelmeier, tutte manifestazioni del principio per cui il materiale, l’oggetto al centro dell’analisi filosofica, può essere compreso solo se diviene forma, se informa di sé la “rappresentazione”.

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Cartolina di Napoli – anni ’20 ca.

La tesi forse più interessante e azzardata di Mittelmeier è però che, nel caso di questi intellettuali/turisti (tema a cui sono dedicate pagine molto brillanti), questo “materiale” vada inteso in un senso molto preciso e concreto, quello della sua specifica consistenza. Si tratta, ovviamente, del tufo di cui sono fatti i palazzi napoletani, della “pietra porosa” al centro del famoso saggio scritto nel 1924 da Benjamin e Asja Lacis, che determina non solo la natura architettonica e simbolica della città, ma anche il carattere di questa “costellazione” di riflessioni. Mittelmeier svolge infatti questo Denkbild della porosità applicandolo (in maniera forse troppo virtuosistica, ma comunque stimolante) a tutta la produzione del gruppo di intellettuali al centro del libro, tanto che la porosità è anche il tratto fondamentale della costellazione e di quella vis allegorica che la crea. La costellazione diventa così il dispositivo filosofico in grado di “rappresentare” le aporie del moderno proprio perché in essa diviene visibile il materiale di cui è composta questa nuova “arma concettuale”, che è efficace proprio per la sua porosità, per il suo sapersi offrire alla totale compenetrazione con gli elementi più disparati.

Partendo da questo assunto, è possibile allora per Mittelmeier dimostrare come non solo i luoghi possano assumere un significato assolutamente ambiguo (il paesaggio olimpico e “virgiliano” a nord di Napoli, e quello demonico della costiera amalfitana), ma come anche il soggetto al centro della critica di questi intellettuali finisca per sdoppiarsi e diventare un’immagine dialettica nella quale si manifestano tutte le radicali contraddizioni della cultura borghese in decadenza («Nell’Acquario il borghese vede la propria caricatura, si rispecchia “in forma infernale”», scrive Mittelmeier in un bel capitolo dedicato alla visita all’Acquario della Stazione Zoologica di Napoli, in cui viene convocato anche un degno antagonista come Ernst Jünger). Il Lukács della Teoria del romanzo e dell’Anima e le forme emerge qui come la comune matrice di questa riflessione sulla crisi nella quale è precipitato l’uomo borghese-capitalistico, alla quale Adorno, Benjamin e gli altri non rispondono con facili soluzioni liberatorie, ma delineando un percorso attraverso le rovine del mondo e della storia.

Il processo allegorico e melanconico che questi intellettuali compiono o iniziano (è il caso di Adorno), con l’esperienza napoletana ha solo in questo senso il suo corrispettivo nel “paesaggio allegorico” mediterraneo, goethianamente sospeso tra olimpiaca chiarezza e oscuro demonismo. Secondo Mittelmeier, ed è questa la tesi centrale di un libro nato appunto come tesi di dottorato dallo stile molto libero e quasi giornalistico, Napoli, come un fenomeno carsico, avrebbe fecondato l’immaginazione filosofica di Adorno fino a riaffiorare durante l’esilio americano e, ancor di più, nel secondo dopoguerra, al ritorno nella Germania Occidentale, divenendo il principio di composizione strutturante dei suoi testi e lasciando tracce profonde persino nelle opere della maturità, come la Dialettica negativa e la Teoria estetica.

Sono stati dati qui solo alcuni accenni alla ricchezza di riferimenti, a volte quasi disorientante, che caratterizza il volume di Mittelmeier, ricchezza che deve aver indotto i curatori della traduzione italiana ad una radicale operazione di sfoltimento, e si ritorna al punto accennato all’inizio, che significa un quasi dimezzamento del numero delle pagine e il taglio di interi capitoli, soprattutto della seconda parte del libro. Questa strana operazione di “smontaggio”, accompagnata da una traduzione pur scorrevole ma di una sciatteria piuttosto inspiegabile tenendo conto del livello del traduttore e della casa editrice, non riescono alla fine ad inficiare il dato positivo della possibilità, per il lettore italiano, di confrontarsi con una lettura innovativa non solo del percorso filosofico di Adorno, ma, appunto, della nascita di una costellazione di pensiero estremamente significativa per la cultura del Novecento.

Rimane comunque una domanda, che forse coinvolge più in generale il discorso sulla posizione della cultura e dell’editoria italiana nell’Europa di questi anni: perché tradurre (e tagliare) in modo così programmatico un libro stimolante e dal taglio metodologico innovativo (anche se non esente da critiche e perplessità, soprattutto “accademiche”)? Forse per andare incontro al “gusto” di un fantomatico “lettore ideale” di oggi? Per attrarre il turista più “colto”? Forse ha ragione Mittelmeier, quando, all’inizio del capitolo “Cartoline postali”, scrive: “Quello del turista è un mestiere sciagurato”.

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Turner, Napoli, Monte Sant’Angelo e Capri, 1819

Riferimenti bibliografici
G. Lukács, Anima e le forme, SE, Milano, 2002.
G. Lukács, Teoria del romanzo, SE, Milano, 2004.
A. Pinotti, a cura di, Costellazioni. Le parole di Walter BenjaminEinaudi, Torino 2018.

Martin Mittelmeier, Adorno a Napoli. Un capitolo sconosciuto della filosofia europea, trad. di Flavio Cuniberto, Feltrinelli, Milano 2019. 

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