L’azione tra vuoto e caos

di ROBERTO DE GAETANO

Storia dell’idea di tempo di Henri Bergson.

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Il disprezzo (Godard, 1963)

Siamo ad un bivio. L’incertezza che ci coglie prima di scegliere quale strada prendere non  manifesta solo una indecisione frutto di debolezza. C’è qualcosa d’altro, che riguarda il nostro essere. C’è la sospensione prima di una scelta. Nell’azione che stiamo per compiere si misura non solo l’imponderabilità degli effetti che può determinare, ma anche il sentimento di tutto ciò che tale scelta taglierà fuori. In quella sospensione è dunque in gioco una potenza d’agire che il passaggio all’azione interromperà.

Siamo esseri fatti innanzitutto per agire” dice Bergson in un libro straordinariamente libero e felicemente “impreciso”, il corso tenuto dal filosofo francese al College de France nel 1902-1903, Storia dell’idea di tempo (ben prefato da Rocco Ronchi e curato da Simone Guidi per Mimesis). E continua: “Agire è distrarsi da sé o, in altro senso, fare attenzione, concentrare la totalità della propria vita psicologica su un punto determinato; cosa che si risolve tutto sommato nel dimenticare la maggior parte di se stessi” (Bergson 2019, p. 270). Dimenticare o – come aveva mostrato nel 1896 in Materia e Memoria – attualizzare tutta una dimensione virtuale, orientandola verso il presente dell’iniziativa.

La determinazione dell’azione è un tratto propriamente umano, si inscrive in una dimensione temporale. Per la filosofia greca (a cui Bergson dedica buona parte del suo Corso), questa determinazione è perdita dell’assolutezza ed immutabilità dell’Uno (sia esso Idea platonica o Forma aristotelica). Quell’Uno può essere solo oggetto di contemplazione.

Ma come si passa dalla contemplazione all’azione? Dall’Uno ai molti? Questo passaggio definisce una minorazione. La filosofia è speculazione concettuale e il passaggio all’azione è privativo rispetto all’assolutezza dell’Idea. Per la filosofia antica l’“azione è solo una contemplazione inferiore” (ivi, p. 294). Lo è per Platone, per Aristotele e lo è anche per Plotino, anche se per quest’ultimo la umanizzazione implicita nell’azione assume un peso maggiore, riguarda la potenza dell’anima quaggiù. Concerne la natura e il sensibile, e dunque il tempo: “Il tempo è la vita dell’anima” dice Plotino.

Dunque l’azione è una minorazione dell’idea e di quest’ultima partecipa. Minorazione che apre al tempo e al costituirsi di un’anima individuale, di una “interiorità”. Certo il tempo dell’azione è un tempo subordinato al movimento e alla sua calcolabilità (“numero del movimento” lo definisce Aristotele). È quel tempo unitario e lineare che nella Poetica Aristotele attribuiva al mythos in quanto “imitazione dell’azione”, aggiungendo che “nella vita umana la felicità come l’infelicità consiste nell’azione, e il fine della vita è l’azione” (Aristotele 1974, p. 23). Ma è nell’Etica Nichomachea che la felicità dell’azione viene misurata con quella della contemplazione: “Se a chi vive si toglie l’agire, e ancor più il creare, che cosa resta se non la contemplazione? Cosicché l’attività del dio, che eccelle per beatitudine, sarà contemplativa. Quindi anche tra le attività umane quella che è più congenere a questa, sarà quella capace di essere felici” (ivi, p. 267)

Ma la contemplazione non è semplicemente alternativa all’azione, quest’ultima ne partecipa o, il che è lo stesso, la prima ne discende. La contemplazione è dunque una parte dell’azione, la sua potenza.

Torniamo all’inizio, al bivio. Quella sospensione prima della scelta è di fatto il momento contemplativo che precede l’azione. È il vuoto in cui l’azione si misura come potenza, in cui si sperimenta come libertà, prima del passaggio all’atto. Passaggio che sarà tanto più forte in quanto imbevuto da quella sospensione. L’azione sarà tanto più felice in quanto animata internamente dal momento contemplativo. Diremmo in altre parole che sarà tanto più felice in quanto non impulsiva.

La vita o ha una ritmica di stasi e precipitazioni, contemplazioni e acting out, o non è. Questa ritmica la possiamo vedere attiva o meno in diversi aspetti della nostra esperienza, dove la produzione di qualcosa è attraversata da una interna riflessività. Con linguaggio corrente, ma non improprio, si chiama poesia. Quella che chiamiamo la “poesia della vita” non è nient’altro che la disattivazione parziale o totale della sua produttività. Ma è anche la possibilità che tale produttività possa riformularsi.

“Tempio dello spirito, pure ascetiche immagini” sono i versi che la Bergman di Viaggio in Italia di Rossellini ricorda del giovane poeta scomparso, di lei innamorato, di fronte all’attuale marito, un imprenditore votato esclusivamente al lavoro. Davanti alla donna, si dividono incarnandosi plasticamente in due uomini, contemplazione e produzione, poesia e azione. Nel finale, in forma “miracolosa”, la prima sarà in grado di modificare la seconda, cambiando la scelta fatta.

In un primo senso, che eredita dalla filosofia antica, l’azione si misura dunque con la contemplazione. Questo misurarsi garantisce all’azione la sua apertura, la sottrae alla condizione di mero dispositivo. I gradi di apertura dell’azione sono diversi, naturalmente, e corrispondono ai livelli di partecipazione dell’idea, ai diversi modi in cui l’attenzione si sa “retourner vers qui, pratiquement, ne sert à rien” (Bergson 1990, p. 153). Questo retournement è il gesto della filosofia, ma anche dell’arte e dell’amore. Ed è di fatto un voltarsi verso il vuoto.

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Una donna sposata (Godard, 1964)

Siamo in treno, concentrati a leggere un libro. Passa una hostess e ci offre dell’acqua. Abbiamo sete e diciamo sì senza guardare altro che il bicchiere, continuando a leggere. Poi ci distraiamo dalla lettura, alziamo lo sguardo, la grazia del volto che ci guarda ci sorprende. Guardiamo fuori dal finestrino, il paesaggio scorre veloce davanti al treno in corsa. Spostiamo lo sguardo, vicino a noi altri passeggeri osservano la scena del bicchiere da altri punti di vista, più in là altri sono impegnati nelle loro cose, e ancora più in fondo vediamo nel vagone solo dettagli di presenze umane. Beviamo e riconsegniamo il bicchiere, ringraziando e sorridendo.

Ecco una scena quotidiana, un blocco spazio-temporale minimo. Lo schema d’azione all’inizio era semplice: stimolo-risposta, sete-acqua. La selezione operata dall’azione era dunque radicale. Ma la fine della scena è diversa, la percezione del “tutto” che ci sta intorno, del movimento di mondo che ci attornia, dello sguardo che lo esplora, del paesaggio che scorre, delle espressioni dei nostri vicini, della grazia di chi ci ha servito l’acqua, ci ha cambiato. Il sorriso con cui accompagniamo la riconsegna del bicchiere si è fatto carico di tutto questo. Quel “tutto” ha cambiato la nostra azione, il sentimento e il senso che l’accompagnavano.

È la virata moderna della filosofia. L’azione non si misura più con la contemplazione di un piano ideale, immutabile ed eterno, ma con il tratto infinito e talvolta indefinito di un movimento senza centro, di un “tutto” dove cosa e coscienza, mondo e soggetto, si identificano. È il piano di immanenza, di immagini-materia di cui ci ha parlato il Bergson di Materia e memoria. Non più il senza-tempo delle idee, ma il movimento totale e senza centro della materia-immagine.

Rispetto a questo piano di immanenza, l’azione non sarà più partecipazione ad una trascendenza, ma selezione. L’azione interverrà a far sì che il movimento totale delle immagini e delle cose ruoti intorno ad un “centro di indeterminazione”. È lo schema senso-motorio che seleziona nell’infinità di un movimento la determinatezza di un’azione. L’azione sarà meno rispetto al “tutto”. Ma questo meno, che parte dalla percezione per arrivare all’azione, si misurerà sempre a partire da quel “tutto”. L’azione sarà tanto più felice in quanto saprà plasticamente prendersi carico di questo piano di variazione totale. In un certo senso l’azione sarà tanto più felice in quanto saprà modularsi (senza pretendere di modellare) all’interno di un “tutto” in variazione. Questo significa che i processi selettivi dell’azione dovranno tener conto del cambiamento del tutto, di una variazione imprevedibile e molto spesso indeterminata delle cose, liberandosi dal quel controllo automatico che dà luogo alle abitudini.

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The Dreamers (Bertolucci, 2004)

In un secondo senso, che eredita della filosofia moderna, l’azione si rapporta dunque al tratto illimitato di un piano di movimento continuo, di una serie di indeterminati blocchi spazio-temporali. È rispetto a questa indeterminatezza che si misura l’azione, che sarà tanto più innovativa in quanto non pretenderà di controllarla, piuttosto si lascerà attraversare. Questa indeterminatezza, nei momenti più intensi della nostra vita, avrà dei tratti caotici che non andranno esorcizzati. Costituiranno invece l’orizzonte stesso di un’azione creativa. Il gesto moderno della filosofia, dell’arte e della vita, in quanto eminentemente azione, è questo misurarsi col caos.

Meglio di tutti ce l’hanno detto Deleuze e Guattari: “L’arte prende un pezzo di caos in una cornice”. E anche le immagini e il cinema hanno fatto questo. È con la potenza caotica del reale colto nella sua indeterminatezza che si sono misurati il pensiero e la pratica nella modernità cinematografica. Nessuna altra questione è in gioco in Bazin, Pasolini e Deleuze che lo sconfinamento dell’immagine cinematografica in un reale colto in un divenire perenne. Così come tutti i movimenti della modernità, dal Neorealismo alla Nouvelle vague al Nuovo cinema tedesco fino all’attuale “cinema del reale”, non hanno fatto altro che aprire l’immagine all’imprevedibile, alla contingenza radicale, ad un reale flagrante e fuori controllo. L’immagine moderna è una immagine eminentemente aperta.

Ma l’immagine e il cinema hanno saputo misurarsi anche con la contemplazione e la precipitazione delle idee nel sensibile. La teoria delle immagini ha pensato tale precipitazione come incarnazione. Il sensibile dell’immagine è significativo perché incarna la trascendenza dell’idea. Qui vediamo una teoria e una pratica che ereditano dalla filosofia antica (con la mediazione del cristianesimo) e che sottraggono il sensibile ad una linearità monoplanare e l’azione ad essere un mero dispositivo. Alcune delle poetiche più significative della storia del cinema (da Ozu a Dreyer, da Antonioni a Tarkovskij, da Schrader a Godard) così come alcune delle teorie, anche tra le più recenti (da Didi-Huberman a Badiou), hanno pensato l’immagine come incarnazione della trascendenza dell’idea. Da dove la centralità del vuoto (pensiamo ad Antonioni) e della “stasi”, come l’ha chiamata Paul Schrader.

L’azione – in quanto essenza della vita – si trova dunque tra il vuoto e il caos, tra la contemplazione della forma e la captazione delle forze. Al di fuori di questo spazio, l’azione si sclerotizza e la vita si sterilizza. E le immagini che ci restituiscono sia l’azione sia la vita è lo stesso spazio che abitano.

E oggi? Cosa accade oggi? Con uno stesso gesto, l’azione sembra esorcizzare sia il vuoto che il caos. Messa sotto il solo segno della causalità e della logica, ridotta ad una dimensione monoplanare, naturalizzata come elemento chiave di un mero scambio economico in una prospettiva neoliberale (come nella prasseologia di Von Mises), l’azione sembra essere espunta da ogni scelta e rimandata ad una dimensione operativa garante del funzionamento di dispositivi. L’imperio di quest’ultima nozione individua nel suo tratto de-soggettivante la possibilità di un agire senza azione, di una operatività assorbita in una performatività dove il tratto esecutivo non ha bisogno né di vuoti né di caos, ma di prestazioni (e il cui modello sono i videogiochi).

E le teorie che accompagnano le immagini sembrano andare nella stessa direzione. Liquidata la questione dell’incarnazione così come quella dell’apertura delle immagini, resta solo la loro iscrizione in un visuale che non ha fuori, e dove l’immagine non incarna più nulla e non si apre più su nulla. Il visuale diventa uno spazio “naturalizzato” di conversione di tutto con tutto: mero avallo alla infinità dello scambio neoliberale, che nasconde a se stesso anche il tratto ideologico del suo dominio. 

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Bande à part (Godard, 1964)

Riferimenti bibliografici
Aristotele, Dell’arte poetica, Mondadori/Fondazione Valla, Milano 1974.
Aristotele, Opere 7. Etica Nicomachea, Laterza, Bari 1993.
H. Bergson, La pensée et le mouvant, PUF, Paris 1990.
G. Deleuze, L’immagine-movimento, Einaudi, Torino 2016.
G. Deleuze, F. Guattari, Che cos’è la filosofia?, Einaudi, Torino 2002.
P. Schrader, Il trascendentale nel cinema. Ozu, Bresson, Dreyer, Donzelli, Roma 2002.
L. von Mises, L’azione umana. Trattato di economia, Rubbettino, Soveria Mannelli 2016.

Henri Bergson, Storia dell’idea di tempo, a cura di Simone Guidi, prefazione di Rocco Ronchi, postfazione di C. Riquier, Mimesis, Milano 2019. 

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