A cosa serve l’archeologia dei media?

di FRANCESCO ZUCCONI

Archeologia dei media. Nuove prospettive per la storia e la teoria della comunicazione di Jussi Parikka.

archeologia dei media

L’uomo con la macchina da presa (Vertov, 1929)

Sono passati una manciata di anni dall’annuncio della “morte della settima arte” e della degenza dell’intero sistema artistico ed eccoci a constatare, con una certa sorpresa, l’emergere di nuove prospettive di ricerca e forme della creatività. Nelle università di tutta Europa si studiano le arti e la comunicazione attraverso la lente dell’archeologia, mentre qualcuno parla di “geologia” dei media e, perché no, di “biologia”, “geografia”, e così via. Ed è proprio nel passaggio agli anni Duemila che occorre identificare l’affermazione di tali tendenze, quando l’attitudine necrologica sopra menzionata ha lasciato il posto a un approccio archeologico/futurologico, aprendo una gamma quanto mai vasta di prospettive di ricerca applicate ai media, dove quest’ultimo termine identifica ormai forme tecnologiche ed estetiche variegate.

L’uscita per Carocci della traduzione italiana, a cura di Enrico Campo e Simone Dotto, di Archeologia dei media. Nuove prospettive per la storia e la teoria della comunicazione di Jussi Parikka – arricchita da una prefazione di Ruggeri Eugeni e una postfazione di Simone Venturini – è l’occasione per fare i conti con un testo di riferimento nel dibattito internazionale. Un testo che trae esplicito riferimento dall’Archeologia del sapere di Michel Foucault, mettendo tuttavia in secondo piano la concezione eminentemente immateriale e il carattere culturologico dell’archeologia foucaultiana, così da aprirsi all’approccio “materialista” della teoria dei media tedesca, sotto l’influenza di Friederich Kittler.

Come risulta esplicito fin dall’introduzione, la fortunata idea di Parikka è stata quella di offrire una definizione di quella nebulosa che è l’archeologia dei media lasciandola tuttavia molto aperta: una «metodologia per indagare le culture dei nuovi media attraverso spunti che provengono dai nuovi media del passato, spesso con una forte enfasi su ciò che è stato dimenticato, sull’eccentrico, ma anche sugli apparati, sulle pratiche e sulle invenzioni non ovvie» (Parikka 2019, p. 29). Da queste premesse si sviluppa un percorso in sei tappe, caratterizzato da un corpus di temi e di oggetti molto eterogeneo e da un’attitudine metodologica originale che tiene insieme prospettive teoriche diverse. In particolare, il volume sembra caratterizzarsi per un’alternanza tra capitoli incentrati su questioni chiave nel dibattito dei media studies e altri più liberi, dedicati a tematiche singolari.

Il primo capitolo focalizza il rapporto (e il debito) tra l’archeologia dei media e la new film history di autori come Thomas Elsaesser, Tom Gunning e Anne Friedberg, dove già nel corso degli anni ottanta erano stati elaborati alcuni interrogativi chiave per lo sviluppo della ricerca nel decennio successivo: l’importanza della dimensione affettiva, la componente tattile dell’esperienza mediale e dunque la materialità delle infrastrutture tecnologiche. Dopodiché, l’archeologia di Parikka si sviluppa come un tentativo di mappatura dei “media immaginari” e come riflessione sulla dimensione onirica tradizionalmente associata ai dispositivi di comunicazione (ivi, cap. 2).

Il terzo capitolo – il più denso di riferimenti teorici – è dedicato alle linee di ricerca che hanno preso corpo sotto l’influenza di Kittler, dove si assiste a un rinnovato interesse per la “specificità del medium” e si afferma una tendenza neo-materialista che assume come proprio oggetto dispositivi, piattaforme, software etc. Secondo il principio di alternanza sopra indicato, l’attenzione si sposta poi sul tema del “rumore” (ivi, cap. 4), ovvero su tutti quei momenti in cui la comunicazione mediatica lascia affiorare interferenze e disconnessioni, costringendo l’utente a prenderne atto e ad attribuirgli un significato. In queste stesse pagine si riflette sul carattere perturbante dei media ottocenteschi; basti pensare al telefono, dotato di «qualità che lo facevano apparire come un essere prodigioso e vivo, al pari delle medium delle sedute spiritiche» (ivi, p. 162).

Nel quinto capitolo, Parikka focalizza invece l’attenzione sul tema dell’archivio non rifacendosi tanto alla concezione foucaultiana del termine, ma dando risalto alle nuove forme di iscrizione tecnologica della memoria e alla “materialità della situazione archivistica”. L’ultimo capitolo affronta dunque le forme della creatività contemporanea, dove tecniche e formati mediali provenienti da epoche diverse si incontrano dando luogo a sorprendenti configurazioni, progetti di conservazione e riuso. In particolare, l’autore sottolinea che «l’applicazione artistica risulta a volte perfino più efficace della scrittura nel promuovere una vitale modalità multitemporale e stratificata di utilizzo dei media del passato nella cultura contemporanea» (ivi, p. 200).

archeologia dei media

Stranger Things – Suzie, mi ricevi? (2019)

Il lettore dell’edizione originale del libro (ben presente e citata nel dibattito degli ultimi anni) avrà notato una leggera variazione nel titolo dell’edizione italiana. L’interrogativo What Is Media Archaeology? è infatti diventato Archeologia dei media, al quale si aggiunge il sottotitolo Nuove prospettive per la storia e la teoria della comunicazione, che suona come un’apertura alla sociologia e alla teoria delle comunicazioni di massa. Sarà forse perché nel titolo originale si sentiva una pur flebile eco del baziniano Qu’est-ce que le cinéma?, se questa lettura del libro di Parikka si conclude tornando al cinema e cercando di recuperare una retorica interrogativa. A che cosa serve l’archeologia dei media? In modo ancora più preciso: che tipo di interesse può suscitare questa linea di ricerca per quanti continuano a occuparsi di estetica del film e dei media, per quanti credono che la crescente attenzione nei confronti delle infrastrutture tecnologiche oppure delle forme dell’esperienza debba procedere di pari passo con la riflessione sulle forme dell’espressione artistica e mediatica?

A ben vedere, a parte rapidi riferimenti ad autori come Godard, Hitchcock e Vertov, il volume non dedica particolare attenzione alla storia del cinema e delle forme filmiche, come se il campo allargato di sperimentazioni che ispirano l’archeologia dei media e che si ingenerano dalla stessa si trovasse altrove: nella videoarte e media-arte, nella performance e nelle installazioni multimediali. Eppure, l’archeologia dei media ha preso molto e ha molto da dare alla riflessione sulle forme del cinema, classico, moderno o contemporaneo che sia.

Gli interrogativi che emergono dai nuovi paradigmi di ricerca possono infatti offrire idee per tornare con rinnovato sguardo sulle opere del passato, evitando così il loro isolamento nel canone della tradizione. Basti ricordare l’impostazione di un artista e teorico come Sergej M. Ejzenštejn, capace di riflettere sulle forme di persistenza e trasformazione di strumenti compositivi (il montaggio) e di forme estetiche (l’estasi). Ma, più in generale, e spostando lo sguardo verso il presente, risulta evidente come i film stessi o le serie – basti pensare alla straordinaria Twin Peaks – Il ritorno (2017) di David Lynch – costituiscano degli espliciti inviti a riflettere criticamente sul rapporto che intratteniamo con la tecnologia, mettendo in discussione concezioni prototipali e arborescenti della storia dei media.

Forse, l’archeologia dei media costituisce un duplice stimolo per quanti si occupano di cinema, media e cultura visuale. Da un lato ci porta a osservare il processo di reificazione delle immagini che caratterizza il nostro presente e dunque gli “effetti di campo” provocati dalle arti e dalle comunicazioni di massa. Dall’altro, ci spinge ad assumere consapevolezza del fatto che le forme di espressione artistica sono indissolubilmente legate a forme mediali e che proprio tra questi due poli si esprime un enorme potenziale teorico e creativo. Un duplice stimolo che diventa un’occasione per ripensare la storia della settima arte come un laboratorio critico e progettuale nel quale le forme del “vecchio” e quelle del “nuovo” si sono fronteggiate e ibridate e dove, senza sconti, in un continuo gioco di mediazioni e rimediazioni, continuano a farlo.

A cosa serve l'archeologia dei media?

Twin Peaks – Il ritorno (Lynch, 2017)

Jussi Parikka, Archeologia dei media. Nuove prospettive per la storia e la teoria della comunicazione, traduzione italiana a cura di  Enrico Campo e Simone Dotto, Carocci, Roma 2019.

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