Virus mimetico e mimesi virale

di NIDESH LAWTOO

Sul nesso tra mimēsis e contagio.

Eco (Marc Didou, 1963)

Che il virus Covid-19 sia mimetico nel senso che, come ogni virus, si riproduce tramite esseri viventi lo sappiamo tutti, ma qual è il nesso tra il concetto antico di mimēsis e il contagio virale? E, a patto che ci sia un nesso, come può un concetto apparentemente poco originale, che si traduce spesso con “imitazione” o “rappresentazione”, aiutarci a riflettere su patologie contagiose che da mesi galvanizzano l’attenzione pubblica?

La crisi pandemica ci porta al confronto con un contagio biologico di competenza di virologi e epidemiologi, ma il Coronavirus ha pure rivelato ciò che filosofi, da Platone e Aristotele in poi, considerano una delle caratteristiche fondamentali degli umani: siamo una specie estremamente mimetica, non solo nel senso estetico poiché sappiamo rappresentare il mondo tramite vari media (pittura, teatro, cinema), ma pure nel senso psicologico nella misura in cui imitiamo, spesso senza rendercene conto, altre persone (gesti, emozioni, abitudini), nel bene e nel male.

In questo secondo senso, la mimesi condivide alcune caratteristiche con il virus: si riproduce volentieri, lo fa in modo impercettibile e ci rende vulnerabili ad un contagio affettivo che si amplifica al contatto con gli altri: ansia, paura, e panico, ma pure emozioni positive come solidarietà, compassione e simpatia che, anche a distanza, ci fanno condividere almeno in parte il pathos con altri (sym-pathos, sentire con). La mimesi, come notava Jacques Derrida, ha dunque delle doppie proprietà farmaceutiche, nel senso antico di pharmakon (veleno e cura).

Il Coronavirus, in effetti, ha messo in moto un doppio movimento che oscilla, come un pendolo, tra due poli opposti. Semplifico: da una parte, una maggioranza oscilla verso una concentrazione inevitabile, legittima ma forse eccessiva sul pathos reale e tragico che la pandemia sta causando; dall’altra, una minoranza manifesta una distanza critica che rischia di sottovalutarne il pericolo. Questo doppio movimento tra pathos mimetico e distanza critica, Nietzsche lo chiamava “pathos della distanza”. Concetto centrale di una genealogia della morale che smaschera la fede in altri mondi, Nietzsche semina intuizioni per una genealogia della mimesi che ci incoraggia a rimanere fedeli alla terra. Sulle sue spalle, faccio tre passi genealogici in questa direzione: due indietro, per rivalutare il rapporto tra mimesi e contagio per gli antichi e i moderni, e uno in avanti, verso il destino di noi contemporanei.

Primo passo. Ricordiamo che quando il concetto di mimēsis appare sulla scena filosofica, nei primi libri de la Repubblica, Platone non parla di un concetto ontologico che riduce il mondo fenomenale ad una copia, ombra, o fantasma di idee trascendentali in un altro mondo. La mimēsis appare invece come un concetto teatrale (da mimos, attore, performance) che concerne l’educazione dei giovani nella polis in un’epoca dominata da una cultura orale. Spettacoli come l’Iliade o le tragedie, dice in sostanza Platone sotto la maschera di Socrate, hanno un effetto patologico sul pubblico perché generano un pathos contagioso che si trasmette dal poeta, agli attori, alla folla nel teatro, generando così una “lunga catena” (la frase si trova in Ione) magnetica, mimetica, e contagiosa.

Con questo inquadramento, il famoso mito della caverna ci tocca da vicino: i prigionieri incatenati sono ammaliati da uno spettacolo di ombre che scambiano per realtà non tanto perché non hanno la distanza razionale del filosofo ma soprattutto perché lo spettacolo davanti a loro genera un pathos mimetico che è magnetico e li lega a quelle proiezioni. Sono proiezioni d’ombre parlanti che, come André Bazin notava, anticipano il cinema e, come Morpheus aggiunge in Matrix, è pure un welcome nell’epoca digitale.

Matrix (Andy e Larry Wachowski, 1999)

Se adesso riportiamo questo mito nel contesto di ciò che Alessandro Baricco chiama The Game, dobbiamo prendere distanza critica e chiederci: nel caso del Covid-19, siamo di fronte ad un fenomeno virtuale in cui il game ci fa perdere il senso, non tanto della realtà della pandemia (quella è reale, non è un’ombra, la gente muore veramente), ma delle proporzioni tra fenomeno mediatico e pericolo effettivo dell’epidemia, come suggerisce cautamente Baricco e, in modo meno cauto, Giorgio Agamben, parlando di “normale influenza”? O siamo invece di fronte ad un cambiamento epocale che “demolirà i fondamenti della nostra vita”, come prevede Slavoj Žižek con pathos nel saggio Virus. Catastrofe e solidarietà? Oppure dobbiamo considerare una via di mezzo tra pathos e distanza, come le lenti genealogiche ci indicano?

I (new) media non sono certo una finestra trasparente su tutto quel che succede nel mondo, piuttosto una lente che mette a fuoco certi fenomeni a scapito di altri. Se la gravità del Coronavirus non è da sottovalutare e la distanza critica non deve sminuire il pathos che il numero crescente di morti genera, dobbiamo ricordare che altre parti del mondo combattono simultaneamente contro altre epidemie e catastrofi mortali (HIV, polio, malnutrizione) di cui si parla poco ora ma che, purtroppo, non sono sparite.

Al contrario, questi fenomeni rendono i “dannati della terra”, di cui parlava Frantz Fanon, i più esposti alla pandemia: dai senzatetto di New York ai campi d’immigrati in Europa, ai Paesi del Sud che, malgrado le cartine biancastre, al momento sono le aree più esposte a ciò che Joseph Conrad in Cuore di tenebra chiamava “l’orrore.” Bisogna dunque prendere le informazioni in modo omeopatico da fonti ufficiali e non dalle ombre dei social media, cercare una visione globale e non nazionalista, se si vuole che la mimesi funzioni come un pharmakon.

Secondo passo. Il nesso tra mimesi e contagio fu al centro di importanti riflessioni di sociologi e psicologi di fine Ottocento che, nel contesto di crisi pandemiche amplificate da crisi delle democrazie, meritano di essere rivisitate. Fondatori di una disciplina chiamata psicologia delle folle, figure come Gabriel Tarde e Gustave Le Bon notarono che quando le persone, parte di una massa fisica o di un pubblico virtuale, leggono le notizie sui giornali – e oggi su Twitter o Facebook – trasmettono emozioni dal sé all’altro in modo irrazionale, inconscio e, come dicevano loro, “contagioso”. Adottando una metafora che essi presero in prestito dalla recente scoperta dei microbi e che applicarono alla psiche collettiva, riuscirono così a descrivere il rapporto inconscio a specchio tra sé e altro, un rapporto che porta l’ego a riprodurre, in maniera riflessa, gli affetti degli altri e dei leader politici in primis. L’imitazione, più che il sogno, servì loro come una via regia verso un inconscio relazionale, sociale e immanente che chiamo “inconscio mimetico”.

Una genealogia dell’inconscio mimetico ci mostra come il pathos mimetico possa prendere il sopravvento sulla distanza critica. Gli esempi storici non mancano e lanciano un’ombra sul presente. Leader come Mussolini e Hitler utilizzarono le lezioni di LeBon come un manuale per galvanizzare le folle: ripetizioni di slogan, affermazioni autoritarie, uso di immagini, gesti ed espressioni facciali invece che di pensieri logici, tutte strategie retoriche che hanno avuto degli effetti sconcertanti nel secolo scorso e che continuano ad essere effettive nel secolo in corso. La mimesi sta infatti contribuendo a propagare, se non il fascismo stesso (la storia non si ripete), almeno l’ombra del fascismo, o “(neo)fascismo”.

La risposta di Trump alla crisi pandemica rivela gli effetti patologici del pathos della distanza all’opera nel (neo)fascismo: prima ha subordinato la pandemia al suo ego preoccupato di essere rieletto, parlando di “vaccini” inesistenti e “miracoli” primaverili, rallentando così le misure di prevenzione e amplificando il numero di vittime; poi ha politicizzato la pandemia accusando l’Europa, la Cina e ora persino l’OMS, fomentando nazionalismo e razzismo, infine ostacolando l’azione degli organismi internazionali vitali per contenere il contagio; ora sta cercando di affermare autoritariamente un “autorità totale” (total authority) sul governo di una “democrazia”, di fatto impotente a garantire misure di sicurezza minimali (diritto alla disoccupazione, assicurazione malattia etc.) con effetti letali sulla popolazione, in particolare per le minoranze etniche. In breve, il contagio del Covid-19 è un problema non solo medico ma rivela patologie mimetiche politiche, sociali, certamente economiche ma, non dobbiamo dimenticare, pure ambientali.

Due passi indietro, ci permettono di fare un ultimo passo – o forse salto – in avanti. Se situiamo l’ombra mimetica del game e del (neo)fascismo contro la parete materiale che per il momento ci sostiene ancora, dobbiamo prendere coscienza che siamo entrati in una nuova epoca geologica che dovrebbe servire non da background, ma da ambiente per sviluppare dei pharmaka che non siano solo antropocentrici (la pandemia rivela che lo siamo inevitabilmente tutti) ma pure attenti a questa nuova epoca geologica in cui siamo entrati: l’“antropocene” (se non vogliamo sembrare antropocentrici, chiamiamolo capitalocene o necrocene; i nomi non mancano, ma la realtà è la stessa). Come il contagio virale, il cambiamento climatico è invisibile, agisce in modo globale, senza che ce ne accorgiamo, si propaga tramite l’uomo e, soprattutto, ci incita urgentemente a cambiare le nostre abitudini. Per la nostra breve genealogia, ci offre forse una distanza critica che inverte la nostra diagnosi critica del virus mimetico, trasformandola in un tentativo di autocritica.

Se per più di 10.000 anni abbiamo vissuto in un periodo di stabilità climatica che ha permesso la nascita dell’agricoltura e delle civiltà (l’olocene), siamo entrati in una nuova epoca in cui gli umani (anthropos) agiscono come una forza geologica sul pianeta Terra (antropocene), incidendo direttamente sul cambiamento climatico, l’acidificazione degli oceani, lo scioglimento dei poli, l’estinzione delle specie, e altre catastrofi ambientali che si ripercuotono direttamente sull’uomo. Non è lusinghiero riconoscerlo per una specie chiamata Homo sapiens, ma non siamo solo vittime del virus Covid-19. Siamo altresì propagatori di agenti patogeni con cui, senza volerlo, stiamo sterminando altre specie sul pianeta Terra. Se guardiamo in questo specchio genealogico una figura conosciuta appare: ci accorgiamo che il pharmakon a doppia faccia siamo noi. Sta dunque a tutti noi trasformare la patologia mimetica in una mimesi terapeutica.

In uno strano riflesso a specchio, la crisi pandemica può pure servire da modello. Tra le varie patologie contagiose essa rivela la straordinaria capacità di adattamento di una specie estremamente imitativa che chiamo homo mimeticus. Chi lo avrebbe detto a dicembre che le nostre risoluzioni per il nuovo anno avrebbero incluso chiudersi in casa, non viaggiare, ridurre il consumo al minimo necessario, etc.? Invece che sperare di ritornare al business as usual, il Covid-19 incita politici, economisti, critici e ogni cittadino a continuare la metamorfosi tramite una decrescita progressiva e iniziative locali volte a contenere il cambiamento climatico. Stiamo imparando che non siamo delle monadi stabili, autosufficienti e onnipotenti. Siamo esseri relazionali, interdipendenti, estremamente vulnerabili ma pure plastici e adattabili, parte di una rete di un tessuto di azioni e reazioni mimetiche che trasgrediscono le barriere tra sé e altro, confini tra nazioni e continenti, ma pure distinzioni tra umani e non-umani, tutti parte integrante di un sistema ecologico immanente, fragile e connesso. Visto che abbiamo un solo mondo non abbiamo scelta: dobbiamo imparare ad essere fedeli alla Terra. Sviluppare degli antidoti e diffonderli tramite un contagio mimetico positivo saranno dunque i prossimi passi da fare.

Milo Manara (particolare)

Riferimenti bibliografici
J. Derrida, La farmacia di Platone, Jaca Book, Milano 2015.
N. Lawtoo, (Neo)Fascismo: Contagio, Comunità, Mito, Mimesis, Milano-Udine 2020 (pubblicazione ritardata da Covid-19).
G. LeBon, Psicologia delle folle, Mondadori, Milano 1982.
F. Nietzsche, Genealogia della morale, Adelphi, Milano 1984.
Platone, La Repubblica, BUR, Milano 1985.
S. Žižek, Virus. Catastrofe e solidarietà, Ponte alle grazie, Milano, 2020.

*This project has received funding from the European Research Council (ERC) under the European Union’s Horizon 2020 research and innovation programme (grant agreement n°716181).
** L’immagine di anteprima dell’articolo è un particolare dell’opera di street art “Blind” (Bonito, Italia 2016) di Millo.

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